ELISA S. AMORE.
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LA CAREZZA DEL DESTINO.
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Parte 2.
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2013. Editrice Nord. MILANO.
ISBN 978-88-429-2364-0.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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19.
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ADDIO.
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Una volta nella mente di Gemma, mi ritrovai al buio. Un buio pesto, persino per i miei occhi. In
quell’oscurità in cui spesso Gemma si nascondeva, percepivo l’inquietudine che nutriva nell’animo.
Qualcosa la turbava ma non si trattava di paura, dunque Gemma non sospettava nulla della sua sorte
imminente. Non era riuscita a leggere i miei pensieri, come avevo temuto per un istante.
La cercai in quelle tenebre, ostacolato dal buio fitto.
Il rumore dell’acqua mi guidò fino a lei. Era inginocchiata su uno scoglio, le onde le si
avvicinavano con dolcezza, come per confortarla, bagnando appena le balze d’organza del suo vestito
nero. Avrei voluto abbracciarla, avrei voluto proteggerla, ma il mio abbraccio non sarebbe stato che un
inganno, perché invece avrei dovuto portarla via.
«Evan...»
La sua voce risuonò delicata nell’aria fresca della notte. La dolcezza con cui aveva pronunciato
il mio nome incendiò il mio senso di colpa. Avrebbe dovuto odiarmi, invece era felice di vedermi. Non
aveva idea di chi aveva di fronte. Non aveva idea che la persona che l’amava più di chiunque altro era
la stessa che avrebbe preso la sua vita. Dove avrei trovato il coraggio per ucciderla? Strinsi i pugni,
sforzandomi di reprimere quei pensieri, di rinchiuderli in un angolo remoto e inaccessibile, che Gemma
non avrebbe potuto esplorare. Quella notte sarebbe stata la nostra ultima occasione per stare insieme.
Non appena si girò a guardarmi, compresi perché l’oscurità aveva preso il sopravvento. La bellezza che
irradiava illuminava la notte e le stelle, invidiose, erano corse a nascondersi.
Sorrise, invitandomi a raggiungerla. Come uno spettro, fondendomi con l’aria, mi eclissai come
nebbia e fui accanto a lei. Senza chiederle il permesso, le afferrai la mano, sedendomi al suo fianco.
Intrecciai le dita alle sue e le portai alle labbra per sfiorarle, senza mai lasciare il suo sguardo. Come
una magia oscura, l’emozione che mi travolse riuscì a farmi dimenticare, solo per un breve istante, il
destino cui andavamo incontro che, crudele, si nascondeva dietro il primo spiraglio di luce.
In quell’unico attimo infinito c’eravamo solo io e lei. Evan e Gemma.
Nessuno avrebbe potuto privarci di quella notte.
«Temevo che non saresti venuto.» Gemma si inumidì le labbra, osservando le mie muoversi
lentamente sulla sua mano, sfiorandone il palmo, il polso e ancora le dita.
Mi costrinsi a distogliere lo sguardo dal suo, mentre l’oceano sotto di noi si trasformava in un
burrone sempre più profondo. «Non sarei mancato per niente al mondo», la rassicurai.
«Dimmi cosa ti preoccupa.»
Trasalii, mentre il suolo continuava a precipitare, inghiottito da un sentimento oscuro.
Ero io a leggere dentro di lei o il contrario?
A volte mi stupiva l’acume con cui Gemma riusciva a interpretare le mie sensazioni,
inaccessibili persino a me stesso, ma quella notte volevo fosse magica, per entrambi, e dovevo
sforzarmi di celarle, di apparire più sereno, nascondendo l’angoscia che in realtà mi divorava,
trascinandomi nel suo vortice.
Non volevo che Gemma partecipasse al mio tormento. Volevo regalarle un pezzetto di me,
quella notte, così che potesse ricordarmi per sempre, anche quando la sua anima avrebbe lasciato il
corpo.
Le sfiorai la guancia, cercando di rassicurarla, spianando con il pollice quella piccola ruga di
preoccupazione che le nasceva sulla fronte, nel tentativo di cancellarla.
«Va meglio, ora che sei qui con me», le sussurrai per confortarla, ma, naturalmente, mentivo.
Averla di fronte e poter leggere la sua anima attraverso i suoi occhi mi faceva soffrire ancor di più.
Sedevamo l’uno accanto all’altra, così vicini che i nostri corpi rischiavano di sfiorarsi a ogni
respiro.
La possibilità di quel contatto sprigionava una sorta di energia magnetica intorno a noi, che
esplose quando il suo gomito sfiorò appena il mio e un brivido attraversò il mio corpo etereo, mentre
l’energia si diffondeva. Un’energia oscura e irresistibile che mi travolgeva.
L’aria divenne più fresca, mentre la pianura su cui adesso sedevamo continuava a lievitare
impercettibilmente, portandoci sempre più in alto.
Avevo intuito subito che quell’altezza rispecchiava lo stato d’animo di Gemma.
Ma, se da un lato quella gioia la portava a sfiorare il cielo con un dito, inevitabilmente il vuoto
sotto di noi diveniva sempre più profondo e cupo. Un abisso impenetrabile sotto i nostri piedi di cui
non si scorgeva più il fondo. Malgrado i miei sforzi, interpretare Gemma si era rivelato più difficile di
quanto fosse mai stato e non riuscivo a dare un senso a quel baratro. Cosa la preoccupava?
Stavolta era impossibile che avesse intuito la verità attraverso i miei pensieri, ero stato attento a
non lasciar trapelare le mie sensazioni. Poi compresi: quella voragine rispecchiava la mia
preoccupazione. Gemma riusciva a leggermi, per quanto mi sforzassi di tenerle nascosto il mio
tormento. Riusciva comunque a cogliere la mia inquietudine e in lei si azionava un meccanismo di
allarme.
Non si preoccupava per se stessa. Era in pena per me. L’assassino che le avrebbe portato via la
vita.
Spinto dall’intensità del suo altruismo incondizionato, per un istante fui tentato di raccontarle
tutto, spiegarle cosa mi affliggeva. Frenai a stento quell’impulso, realizzando quale errore sarebbe stato
consegnarle l’indirizzo della sua fine.
Distolsi lo sguardo dal suo e mi concentrai sul paesaggio, in cerca di uno spunto che potesse
distrarre Gemma dal mio stato d’animo. Per quel poco che mi era concesso, volevo regalarle un ricordo
di noi da conservare in fondo al cuore. Come sempre Gemma evocava nei suoi sogni luoghi di una
straordinaria bellezza e io lasciai che mi ispirassero.
Sfiorai il dorso della sua mano, finché non sentii che le sue dita ricambiavano il gesto, e mi
lasciai cadere lentamente all’indietro, adagiando la schiena sul manto d’erba mentre con lo sguardo la
invitavo a seguirmi. A sovrastarci, un cielo buio e nero.
«Pensi che sia in arrivo un temporale?» le domandai, incrociando le braccia dietro la testa.
Gemma si morse il labbro, riflettendo sulla risposta. «Spero di no. È davvero un peccato che sia
così nuvoloso stanotte.»
Sorrisi. Gemma ignorava che, come una pittrice, in quel nostro piccolo mondo lei avrebbe
potuto dipingere la notte di piccoli diamanti scintillanti, facendo del cielo la sua tela.
«Ne sei proprio sicura?» la spronai, cercando il suo sguardo.
Gemma mi fissò per un istante, poi tornò a guardare il cielo, perplessa, mentre i miei occhi
studiavano i lineamenti del suo viso. «Non vedo neanche una stella», confermò dopo un esame attento.
«Guarda», le sussurrai piano, indicando con un dito il cielo sopra di noi.
«Non vedo niente», insistette, scuotendo la testa.
«È solo l’apparenza. A volte occorre scavare più a fondo per riuscire a vedere ciò che si sta
cercando. Solo perché non riesci a vedere qualcosa non significa che non ci sia... guarda meglio»,
sussurrai, mentre la mia testa sfiorava appena la sua.
«Questa devo averla già sentita, da qualche parte», sorrise appena, parlando sottovoce, ma il
brivido che le attraversò la pelle tradì le sue parole.
Sfiorai l’aria, accarezzando il manto nero su di noi, come per cancellare quell’oscurità. Al
passaggio della mia mano, il buio scivolò dal cielo, trascinato via come un mantello, rivelandoci
l’infinità di stelle che nascondeva. Il sorriso svanì dal volto di Gemma, lasciando solo sorpresa. Lei
sussultò appena, trattenendo un respiro, e una scintilla argentea le brillò negli occhi, riflettendo la luce
delle stelle. «Evan, che... sei stato tu a farlo?» balbettò, incredula, mentre io studiavo la sua
espressione.
In realtà anche lei avrebbe potuto farlo, solo che non lo sapeva. Repressi un sorriso allo stupore
che improvvisamente le era apparso sul volto. «È una notte bellissima, non trovi?» L’ultima, pensai
d’istinto, ma mi costrinsi a scacciare subito quel pensiero.
«È incredibile! Non ho mai visto niente di più meraviglioso in tutta la mia vita.»
«Solo perché non hai visto te attraverso i miei occhi», le sussurrai d’impulso.
Gemma scattò con lo sguardo su di me, per poi ritrarsi, imbarazzata dalla mia audacia. Mi
rendevo conto di turbarla, potevo leggere ogni sua emozione, ogni battito del suo cuore. Eppure non
riuscivo a trattenermi. Non riuscivo a starle accanto senza quel costante desiderio di toccarla, che di
volta in volta tentavo di reprimere attraverso i complimenti, sperando di placarlo con le parole.
Nonostante l’oscurità della notte, la flebile luce delle stelle riusciva a illuminarle il viso, abbastanza da
mostrare il sottile velo di rossore che le velava le guance.
Non riuscivo a saziarmi di quello spettacolo meraviglioso. Mentre Gemma ammirava il
firmamento, io contemplavo lei, affascinato come non mai. Come due specchi infiniti, i suoi occhi
profondi riflettevano la sua anima, mostrandomi il suo splendore interiore.
Miriadi di stelle ricoprivano la notte, come diamanti in una grotta stellata.
Miriadi di emozioni attraversavano il mio corpo etereo, come una pioggia incandescente di
meteore.
«Mi sento così piccola di fronte a quest’immensità...»
«Non dovresti», replicai, risoluto, senza lasciarmi il tempo di pensare alle parole. «Tutto questo
è niente paragonato a ciò che c’è dentro di te, Gemma. C’è qualcosa in te. Qualcosa di cui non riesco
più a fare a meno. Non so perché, ma la tua luce brilla più intensamente di ogni altra. Non sentirti
piccola perché non esiste stella più preziosa in tutto il firmamento», le sussurrai senza mai lasciare il
suo sguardo. «Questa notte ti appartiene. Librati in alto e raccogli le stelle più belle.» Avevo inciso
quella frase sul tavolo della caffetteria, per spronarla a seguire il consiglio della madre. Gemma aveva
cercato di evitarlo, ma io le avevo sentite lo stesso. Ero consapevole del tumulto di emozioni che
suscitavano di volta in volta le mie parole, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a trattenerle. Come
sempre quando ero con lei, perdevo ogni controllo. Come potevo dominarmi adesso che sapevo di
amarla?
«Ti chiedi mai cosa può esserci lassù? L’universo è così immenso e pieno di segreti...» Gemma
evitò di incrociare il mio sguardo, imbarazzata, osservando attentamente il cielo, l’aria affascinata,
mentre attendeva che il disagio si affievolisse. «Quella non è l’Orsa Maggiore?» mi domandò di punto
in bianco, indicando un punto tra le stelle.
«Conosci le costellazioni?» Quella rivelazione mi aveva sorpreso, mostrandomi un sentiero
sicuro verso cui proseguire.
«Non proprio. Ma le trovo affascinanti e misteriose.» Mi osservò furtivamente per poi tornare a
fissare la notte.
«E non ti spaventa ciò che è misterioso?» mi lasciai sfuggire.
Gemma abbassò lo sguardo cogliendo l’allusione che si nascondeva dietro le mie parole.
«Dovresti sentire le storie da cui nascono», cambiai discorso, per alleviare il suo imbarazzo,
«sono sicuro che ti piacerebbero. Anch’io ne sono affascinato.»
«Giuro che non l’avrei mai detto», mi schernì, ma io sentivo il suo desiderio di ascoltarle.
Mi lasciai sfuggire un sorriso. «Ne conosco qualcuna, se ti va di ascoltarla.»
«Perché no», asserì, cercando di assumere un’aria disinvolta. Non aveva idea che io potevo
percepire la curiosità fremere dentro di lei. E l’entusiasmo che tentava di sopprimere mi faceva
sorridere. Voleva forse dimostrarsi più grande ai miei occhi? Non si rendeva conto che la trovavo
adorabile?
«Quella che hai appena indicato è l’Orsa Maggiore. Callisto», aggiunsi compiaciuto, sorridendo
al suo stupore.
«Callisto?» mi domandò, perplessa.
Annuii, le labbra incurvate verso l’alto. Con sorpresa scoprii che era bastato il mio sorriso a
farla arrossire ancora. «È una delle innumerevoli amanti di Zeus», continuai, mentre il suo sguardo si
faceva sempre più interessato. «Secondo la leggenda, quando sua moglie Era si accorge del tradimento
di Zeus, scarica la sua vendetta su Callisto, prima trasformandola in un’orsa e poi facendola uccidere da
Arcas, il figlio avuto da Zeus ed esperto cacciatore. Ma Zeus riesce a intervenire appena in tempo e
trasporta l’orsa su nel cielo insieme al figlio, che diventa l’Orsa Minore, al sicuro da ogni pericolo.»
Gemma osservava il cielo sdraiata al mio fianco, assorta nel mio racconto, mentre ogni suo
respiro mi attirava sempre più intensamente a lei. Avrei voluto toccarla, anche solo sfiorarla. Lo
desideravo con tutto me stesso, con ogni frammento del mio io tormentato.
«È incredibile, non ne avevo idea», commentò alla fine.
«È solo una delle centinaia che conosco, la mitologia greca mi ha sempre affascinato. Guarda»,
le sussurrai, indicando una linea a forma di V sopra le nostre teste. «Quella è Perseo, figlio di Zeus. Per
dimostrare il suo valore, Perseo viene inviato a uccidere la gorgone Medusa, in grado di tramutare in
pietra chiunque la guardasse negli occhi. La notte precedente alla sua partenza, Atena gli appare in
sogno e gli regala una spada magica per tagliarle la testa e uno scudo da usare come specchio. Ermes
invece gli consegna dei sandali alati per raggiungere l’isola in cui vive Medusa.
«Durante il suo viaggio, Perseo incontra anche le tre Ninfe del Nord che gli danno in dono un
elmo magico che lo avrebbe reso invisibile e una sacca magica per nascondere la testa decapitata del
mostro. Con queste armi, Perseo riesce facilmente nell’impresa e, dal sangue che cola dalla borsa,
mischiato all’acqua del mare, nasce Pegaso, il cavallo alato, con cui intraprende il viaggio di ritorno.
Vedi, è quello lassù», la guidai, indicandole la costellazione a forma di quadrato.
«Quella a quattro punte?» domandò Gemma.
Annuii, limitandomi ad abbassare la testa.
«Una delle quattro stelle che formano Pegaso fa parte anche della costellazione di Andromeda.»
«Andromeda... devo averne sentito parlare, da qualche parte.»
Mi concentrai per un istante sul suo sguardo prima di proseguire il racconto, felice che le mie
storie avessero su di lei l’effetto sperato: non c’era più traccia di preoccupazione sul suo volto.
«Durante il viaggio, in prossimità delle coste greche, Perseo vede una principessa bellissima...»
«Andromeda», mi interruppe Gemma.
«Era incatenata allo scoglio di una piccola isola, in preda al terrore per il terribile mostro che le
si avvicinava, pronto a divorarla. Allora Perseo corre in suo aiuto, estrae prontamente la testa di
Medusa dalla borsa e la rivolge verso il mostro, tramutandolo istantaneamente in pietra. E Andromeda
gli viene offerta in moglie, come ricompensa per averla salvata. Chiedi pure, cosa vuoi sapere?» la
anticipai, leggendo i suoi occhi pieni di domande.
«Cosa ci faceva Andromeda sullo scoglio? Voglio dire, chi l’aveva imprigionata?»
Cercai nel cielo nella direzione opposta all’Orsa Maggiore. «Vedi quella costellazione a forma
di W?» le domandai, indicandole il punto esatto.
Gemma si avvicinò inavvertitamente a me per seguire meglio la direzione del mio dito e io
trattenni il respiro. Non appena se ne accorse, tornò al suo posto, imbarazzata, stringendosi le gambe al
petto. A quel punto fui io ad avvicinarmi a lei, incapace di trattenere oltre il mio desiderio. Un
desiderio che sentivo sotto pelle e che diveniva sempre più selvaggio.
Portai il viso accanto al suo, quasi fino a sfiorarle la guancia, e lei non si mosse. Non eravamo
mai stati così vicini.
Riuscivo persino a percepire il battito del suo cuore accelerare, da quella distanza.
Lentamente, girai lo sguardo in cerca del suo. Le nostre labbra si trovarono a un palmo le une
dalle altre e fremevano perché le avvicinassimo. Sulla pelle, avvertivo il suo respiro caldo divenire
sempre più veloce.
Non riuscivo più a trattenermi, sentivo il corpo scivolare dal mio controllo, mentre il mio
sguardo si perdeva nelle sue labbra appena schiuse. Inclinai lievemente la testa, muovendomi appena, e
mi avvicinai al suo viso. Un bacio. Cosa poteva mai succedere con un solo bacio? Con la mia bocca,
sfiorai appena un angolo della sua, delicatamente. Un’emozione travolgente mi tagliò il respiro.
Non mi ero mai sentito così in alto.
Pregustavo il sapore di quel bacio rubato, sentivo le sue labbra calde fremere perché mi
avvicinassi, ma Gemma sfuggì alla mia presa, spezzando la magia di quel momento. Eppure il suo non
era un rifiuto: riuscivo a leggere le sue emozioni e sapevo che anche lei desiderava quel contatto.
«Sì, ecco... riesco a vederla», riprese, balbettando, mentre io la guardavo di sottecchi con mezzo
sorriso sulle labbra.
Mi sforzai per ritrovare il filo del discorso, completamente soffocato dall’emozione di quel
breve e proibito contatto. «È Cassiopea», replicai, scrutando il cielo, mentre mi sforzavo di ritrovare la
concentrazione. «È la madre di Andromeda.»
«Sua madre?» indagò, accigliata. Sapevo perfettamente che me lo avrebbe chiesto.
«Cassiopea era orgogliosa della propria bellezza e di quella della figlia, ma la sua vanità la
porta ad affermare che il loro aspetto superasse addirittura quello delle Ninfe marine, scatenando l’ira
di Poseidone, il re dei mari, che invia il terribile mostro Ceto a distruggere l’intera città.»
«Il mostro ucciso da Perseo», affermò Gemma, per rinforzare la sua comprensione della storia.
«Ma non capisco, perché Andromeda si trovava incatenata allo scoglio?»
«L’unico modo per placare l’ira di Poseidone e salvare il regno era sacrificare la figlia al
mostro», le spiegai divertito.
Il suo viso invece si fece più scuro, l’espressione si incupì suscitando il mio stupore. «Che storia
orribile!»
«Ma alla fine Perseo la salva», le ricordai, sorpreso dal suo repentino cambiamento d’umore.
Non mi ero ancora abituato alla sua sensibilità.
«Non importa... è così triste, erano i suoi genitori. Non riesco a immaginare come si possa
sacrificare qualcuno che si ama.»
Le sue parole mi trafissero come una lama di ghiaccio, lasciando in me solo gelo. Un gelo che si
insinuò fino all’anima. Il groviglio di spine che mi stringeva il cuore si mosse, facendolo sanguinare
ancora.
Non era forse quello che stavo per fare anch’io?
Mi lasciai sopraffare da quel turbamento improvviso.
«A volte non si ha scelta», sibilai tra i denti. «Si è costretti ad agire in un certo modo, malgrado
la nostra volontà», continuai, fissando il terreno, disgustato da me stesso.
«C’è sempre un’altra scelta», mi ammonì severa cercando improvvisamente i miei occhi.
«Sempre.»
Avrei dato qualsiasi cosa per poter credere in quella realtà. Ma avevo la certezza che quel
mondo non esisteva.
Un silenzio devastante riempì la notte, testimone del nostro turbamento, fin quando Gemma non
tornò a studiare il cielo. «Quella è Orione?» indagò, spezzando il silenzio.
Annuii, ancora incapace di riemergere. «Forse è la più bella tra le costellazioni», sussurrai dal
luogo spento in cui mi ero perso, la voce ancora congelata dal dolore, tornato a soffocarmi. «Ed è la più
facile da individuare. Ha la forma di un cacciatore che regge in mano un bastone e uno scudo e,
all’altezza della cintura, si distingue chiaramente la sua spada.»
«La cintura di Orione.» Gemma si stupì di riuscire a riconoscerla. «Qual è la sua storia?»
domandò, affascinata.
Aveva di nuovo allontanato la sua tristezza e, per un attimo, mi costrinsi a dimenticare la mia.
«Orione era il più grande cacciatore dei suoi tempi e spesso cacciava con Diana, dea della caccia. Ma
un giorno suo fratello Apollo si accorge che Diana trascura i propri compiti a causa di Orione e per
questo decide che deve morire. Così, mentre Orione nuota in alto mare, lontano dalla riva, Apollo, dio
del sole, lo illumina con uno dei suoi raggi di luce e sfida la sorella a colpire quel punto luminoso con
una delle sue frecce.» Rabbrividii, rendendomi conto di quanto quella storia assomigliasse alla mia. Mi
sentii assalito da un’improvvisa pena per Diana, costretta a uccidere la persona che più amava al
mondo. «Ignara dell’inganno, Diana accetta la sfida e colpisce il suo amore, uccidendolo.»
I fotogrammi di quella tragedia imminente tornarono a trafiggermi la mente, impedendomi di
proseguire. Per un attimo mi persi in quelle visioni, vivide come fotografie: il mio unico amore disteso
sull’asfalto, esanime, mentre il sangue le scivolava via dal corpo privo di vita inzuppando la sua felpa
bianca, pura, come lo era il suo fragile cuore umano. La vista di quel sangue mi nauseò, insieme al
disprezzo per me stesso e per la mia natura. Sentii quel liquido caldo sulle mie dita, immaginai di
vederlo sulle mie mani, colpevoli di quel delitto involontario. Avrei voluto strapparmi via il petto per il
dolore lancinante che provavo.
All’improvviso la sua mano delicata toccò la mia, riportandomi alla realtà. Accanto a lei,
l’unico posto in cui volevo stare.
Notai che il suo sguardo si era rattristato e mi affrettai a riparare il danno. Nel tentativo di
evitare che la sua preoccupazione tornasse, proseguii con il racconto.
«Quando Diana ritrova il corpo di Orione, lo carica sul suo carro celeste e lo porta in cielo,
fissandolo con stelle brillanti, dopodiché di guardia ai propri piedi pone i suoi cani più fidati; ma questa
è un’altra storia...»
«Dove hai imparato tutte queste cose? Nella scuola che frequentavi prima di trasferirti qui?»
Sorrisi. «Non proprio, diciamo che ho avuto molto tempo per approfondire i miei interessi.»
«Potresti scrivere un libro», si complimentò.
Dopo attimi laceranti di silenzio, afferrai la mia maschera sorridente e la indossai, mentre in
fondo al cuore il dolore mi torturava. Conoscevo quelle storie da sempre ma, per assurdo, era come se
le ascoltassi per la prima volta. Solo adesso mi sembrava di riuscire a coglierne il significato, che non
era poi così distante dalla mia realtà. Avevo ignorato la tragedia che univa le trame di quei racconti. In
ogni storia, l’eroe si ritrovava a dover uccidere il suo amore. Lo avevo visto con Diana e Orione, con
Callisto e Arcas, persino con Cassiopea e la figlia...
Ora toccava a noi. A Evan e Gemma.
Avrei spezzato la sua vita per sempre e il rimorso mi corrodeva.
Se solo anch’io avessi potuto trasportarla tra le stelle, per proteggerla, la sua luce avrebbe
oscurato le altre e tutto il mondo si sarebbe innamorato di lei così che il fato avrebbe potuto rendersi
conto di quale errore sarebbe stata la sua morte, ritirando la sua crudele condanna.
Gemma stava per morire. Io sentivo di esserlo già. Quando sai di dover rinunciare alla persona
che ami, muori internamente. Come potevo anche solo pensare di trascorrere l’eternità senza di lei?
Quel destino era ancora più terribile della morte. Non ero disposto ad accettare l’esistenza vuota
che mi attendeva senza Gemma. Avevo preso la mia decisione, ed era irrevocabile.
Quella notte sarebbe stata l’ultima per entrambi.
Il silenzio si fece assordante. Io non parlavo. Gemma non parlava. Dentro di noi, però,
urlavamo, seppur per ragioni diverse.
Spostai il peso del corpo su un braccio, appoggiandomi sul gomito con il busto proteso nella sua
direzione.
Gemma rimase sdraiata con la schiena sull’erba.
Il desiderio di annullare la distanza tra noi tornò a controllarmi. Lottai contro me stesso per
riuscire a far tacere l’impulso irrefrenabile di toccarla. La sua pelle doveva essere così calda al
contrasto con l’aria della notte...
Per un attimo lo lasciai vincere, facendomi guidare da quell’emozione.
Con un gesto delicato le spostai una ciocca di capelli che le ricadeva sul viso, indugiando sulla
sua pelle con il dorso del dito mentre tracciavo il profilo dei suoi lineamenti morbidi, la pelle argentea
alla luce diamantata delle stelle.
Gemma mi osservava con un’espressione concentrata, ma serena.
L’immensità della notte impallidiva di fronte all’infinito riflesso nel suo sguardo.
Per la prima volta non si era scostata al mio tocco, al contrario, sembrava gradire quel contatto.
Continuai a contemplarla mentre lei osservava il cielo, vagando con la mente tra le stelle,
inseguendo gli eroi di cui le avevo parlato. Fin quando anche Gemma non sollevò la schiena dal
pavimento erboso, girandosi verso di me. I nostri corpi si ritrovarono vicinissimi, sdraiati su un fianco
l’uno di fronte all’altra. Gemma evidentemente non se lo aspettava: avrebbe voluto allontanarsi un po’
eppure allo stesso tempo non voleva mostrarmi il suo imbarazzo, per cui alla fine non si mosse.
Nel silenzio della notte, i nostri desideri si innalzarono, intrecciandosi in sguardi pieni di
promesse. Le nostre anime comunicavano senza voce, in simbiosi, mentre noi ne ascoltavamo i silenzi,
incatenando il desiderio di toccarci. Come un’energia intrattenibile, quel desiderio represso si librò in
una scossa che mi pervase tutto il corpo.
Abbassai lo sguardo nell’angusto spazio che ci divideva e, in un punto in cui la superficie si
diradava formando un frammento di terra tra il manto erboso, appianai il cumulo di sabbia con la mano
e, lentamente, lasciai che le dita si muovessero, scrivendo su quel foglio improvvisato ciò che gridava
la mia anima.
qaÙma, -atoj, tÒ
Sollevai lo sguardo e trovai il suo, colmo di curiosità.
«Cos’hai scritto?» domandò, perplessa.
«Thayma», le sussurrai guardandola intensamente negli occhi, «vuol dire ’Cosa Meravigliosa’.
Gli antichi greci lo usavano per descrivere qualcosa di unico... Come sei tu per me.»
Gemma abbassò lo sguardo, probabilmente per nascondere il rossore sulle guance che tornava a
riaffiorare a intervalli regolari, ormai. Allungò una mano verso la mia e prese a disegnare linee
immaginarie sul mio palmo. Incapace di frenare ancora il desiderio, intrecciai le mie dita alle sue con
l’intensità di una passione che non avevo mai conosciuto e che mi aveva assalito senza alcun preavviso.
Non volevo più lasciarla andare. Mi costrinsi a respirare profondamente per allontanare il sentimento
che mi aveva annebbiato la testa.
«Non ho ancora finito di raccontarti delle stelle», le rivelai, mentre tentavo di dominarmi.
Scosse appena la testa e mi guardò con curiosità.
«Vedi quella stella lassù?» le domandai indicandola nel cielo.
«Quale?»
Mi avvicinai a lei, quasi sfiorandole la guancia con la mia. «È la più luminosa», le suggerii
fermandomi a guardarla mentre lei la cercava nel cielo.
Con la mano le spostai i capelli che ricadevano morbidamente sulla sua spalla, scoprendone la
pelle delicata del collo.
Lei continuò a guardare verso l’alto, mentre il mio respiro tracciava segni invisibili sul suo
collo.
«Adesso la vedo. È la stella del mattino», bisbigliò, incerta, mentre io muovevo la testa per
contraddirla. «Credevo lo fosse. Qual è il suo vero nome?»
«Gemma», le sussurrai all’orecchio, «perché, da sola, illumina la notte. Esattamente come te.
Non vedi? Brilla più delle altre, Jamie.» Le sfiorai la pelle con il naso e lei rabbrividì. «È la tua stella,
adesso», bisbigliai sottovoce.
Di rimando la stella si illuminò, cogliendo il mio sussurro.
«Non si può possedere una stella...»
«Ma si può legarla indissolubilmente al ricordo di qualcuno. Così una piccola parte di quella
stella, in fondo al tuo cuore, diventa tua, per sempre. Ogni volta che ti sentirai sola, ovunque sarai, ogni
volta che ti mancherò, cercala nel cielo... ti ricorderà di me», le sussurrai, trattenendo le emozioni che
rischiavano di sopraffarmi.
«Non ne avrò bisogno. Tu... tu sarai accanto a me... non mi lascerai, non è così?»
Per un istante mi sembrò quasi che avesse intuito la natura della sorte che ci avrebbe presto
separati. «In fondo sono contento», dissi, evitando di rispondere alla sua domanda. Non mi andava di
mentirle.
«Non sembri affatto contento.» Si stava sforzando di reprimere l’angoscia che l’aveva oppressa
alle mie parole, ma io riuscivo a percepirla.
«Gemma, non posso lamentarmi del destino cui andrò incontro. Sono stato benedetto ad averti
avuto nella mia vita. Anche se per poco.»
«Cosa intendi quando dici ’per poco’?» chiese, la voce carica di una rabbia tormentata.
Abbassai lo sguardo, reprimendo un’imprecazione per essermi lasciato sfuggire quella frase,
inoltrandomi in una conversazione che non ero certo di saper sostenere.
«Evan, che cosa stai cercando di dirmi? Non andartene, ti prego. Non posso perderti ora che ci
siamo ritrovati. Io ho bisogno di te. La mia anima ha bisogno di te e anche la tua, lo sento. Dobbiamo
stare insieme», sussurrò, implorandomi con lo sguardo più dolce che avessi mai visto. Come se avessi
avuto scelta. Sentire il mio nome uscire dalle sue labbra era un ago premuto sulla mia ferita aperta.
Avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Tutto. Ma quell’unico desiderio, mio malgrado, mi era
impossibile concederglielo.
Sollevai una mano e le accarezzai il viso, sfiorandolo appena. Fissai il mio sguardo sul suo,
cercando di rassicurarla, per quanto riuscissi a distrarmi dalle sue labbra piene che mi attiravano a sé.
I nostri corpi si trovavano di nuovo vicinissimi, due fuochi che ardevano dal desiderio di
incontrarsi e divampare. Ogni singola cellula di noi bramava quel contatto.
Avvicinai il mio viso al suo, lentamente, per darle la possibilità di ritrarsi, ma lei non lo fece e il
desiderio divampò più forte, incendiandomi, mentre la mia bocca si fermava a un millimetro dalla sua,
esitando mentre le nostre fronti si sfioravano a ogni respiro. Sollevai appena il mento e sentii le sue
labbra sotto le mie, morbide e calde, come le avevo immaginate. Chiusi gli occhi, vinto dall’emozione,
e le sfiorai ancora, all’estremità, mentre Gemma restava immobile, quasi senza respirare. Poi le sue
labbra si schiusero insieme alle mie, provocandomi una scossa al cuore.
Quel permesso mi bruciò il petto.
Sollevai impercettibilmente lo sguardo e trovai il suo, impaziente e pieno di desiderio.
Le nostre labbra rimasero immobili, sospese le une di fronte alle altre per un tempo che sembrò
infinito. Come se entrambi volessimo imprigionare quell’istante per l’eternità.
Le sfiorai appena, accarezzandole.
Assaporare quell’attesa era come inseguire le stelle senza mai toccarle. Mi infiammò di
desiderio. Un desiderio che sentivo ricambiato. Un desiderio che non avevo più intenzione di
respingere. Appoggiai le labbra alle sue, mentre l’emozione cresceva a ogni respiro e la indussi
dolcemente ad aprirle.
Quando Gemma schiuse le labbra, il suo calore si fuse al mio, mentre la mia lingua sfiorava
gentilmente la sua, guidata dal movimento delle labbra. L’emozione minacciò di travolgermi,
esplodendo in una tumultuosa passione. Le mie mani si mossero senza controllo affondandole le dita
tra i capelli mentre cercavo di dominare il respiro, totalmente in balia del desiderio. Ogni resistenza si
dissolse come nebbia. Il mio corpo si mosse verso il suo, cercando il contatto, e lo intrappolò sotto di
sé, mentre le nostre labbra si muovevano e si mordevano in preda a un delirio sconosciuto. Non
riuscivo più a domare il vortice di passione che mi aveva travolto, il calore che mi pulsava nel petto.
Sentire il suo corpo sotto il mio mi faceva tremare. Allontanai le labbra, solo un istante, e appoggiai la
fronte alla sua, incrociando nei suoi occhi il desiderio di me.
Senza distogliere lo sguardo, lasciai scivolare la mano sul suo corpo, sfiorandola appena, fino a
raggiungerle la schiena, insinuandomi con le dita sotto la maglietta. Gemma sollevò una mano e la fece
scorrere fino alla mia nuca. Inclinai la testa verso il suo palmo e lo baciai, chiudendo gli occhi. Mi
sentivo intrappolato in un vortice dal calore sconosciuto. Quando le mie labbra si schiusero, sentii la
sua mano scivolare lentamente verso il basso, trascinando con sé la parte inferiore del mio labbro.
Gemma mi accarezzò il collo, tracciando con le dita i lineamenti dei miei muscoli. Poi scese
lungo la spalla e il braccio, mentre io non smettevo di guardarla. Mi accarezzò il petto, lentamente, e io
sentii un’altra esplosione invadermi.
I miei occhi si chiusero al brivido che mi provocò quel gesto. Non avevo mai provato emozioni
così forti.
Quando li riaprii, Gemma afferrò con le dita la piastrina militare che portavo al collo, la rigirò
tra le dita per un po’, indecisa, poi mi tirò a sé, invitandomi ad avvicinarmi ancora alle sue labbra.
Il suo sguardo era così sensuale da provocare emozioni indescrivibili. C’era qualcosa, nei suoi
occhi, che scatenava una parte di me che non riuscivo a dominare, facendomi sentire un selvaggio in
balia del desiderio.
Era così piccola, sotto il mio corpo, e indifesa... avvertivo il bisogno di proteggerla, cingerla tra
le braccia e stringerla forte contro il mio petto, dove sarebbe stata al sicuro.
Mi lasciai trasportare dal suo tocco delicato, mentre i nostri occhi si scambiavano dichiarazioni
silenziose, che solo i nostri cuori riuscivano a sentire. Fino a quando le mie labbra si posarono
lentamente sulle sue, un’altra volta.
Avrei voluto fermare il tempo e renderlo infinito. Eterno. Incancellabile.
Sarei rimasto lì con lei per sempre, nel nostro piccolo mondo. Niente ci avrebbe separati. Mai
più.
D’un tratto, una scintilla dorata brillò nel cielo, attirando la mia attenzione. Un cambiamento
nell’aria. Un luccichio.
Distolsi lo sguardo da quello di Gemma. E il mio cuore si spense.
Una debole e soffusa luce affiorava all’orizzonte, delineando i contorni del mare. Illuminando
l’atmosfera. Oscurando ogni parte di me. Riportandomi alla realtà. Meschina e crudele.
L’alba. Il sole stava per sorgere. Dentro di me, lo sentii tramontare per sempre, mentre un vuoto
in fondo al petto mi ricordava la crudeltà della nostra sorte imminente.
Il tempo era scaduto.
Mi sollevai da terra, evitando il suo sguardo. Non avevo il coraggio di guardarla negli occhi.
Temevo che il nodo che mi stringeva la gola impedendomi di respirare si sciogliesse.
Le tesi la mia mano. Gemma la afferrò e, quando mi fu di fronte, prese anche l’altra. Solo allora
sollevai finalmente lo sguardo, incrociando la sua inquietudine.
Strinsi forte entrambe le sue mani e la tirai verso di me, quasi strattonandola.
«Stringimi forte», la implorai in un impeto disperato. Volevo tenerla vicino a me, nasconderla
tra le mie braccia fino a fondere i nostri corpi in un tutt’uno, così che nessuno sarebbe venuto più a
cercarla.
La intrappolai nella mia stretta, forte e disperata.
Non avevo più motivo di controllare le mie reazioni. Niente aveva più importanza, ormai.
Gemma era tutta la mia vita e il destino, crudele, stava per portarmela via.
Le afferrai il volto con entrambe le mani, affondandole le dita tra i capelli soffici. Cercai di
respirare il suo profumo inebriante, per rievocarlo quando avrei preso il veleno, così che, chiudendo gli
occhi, avrei immaginato che lei fosse ancora lì con me. Mi sentivo ubriaco di lei e di quell’amore
impossibile.
La guardai intensamente negli occhi, continuando a stupirmi di quanto fosse bella alla luce
calda dei colori dell’alba.
Appoggiai la fronte sulla sua, perché non vedesse il tormento nei miei occhi, incapaci di versare
quelle lacrime proibite, e con impeto affondai la mia bocca sulla sua.
Gemma ricambiò il mio bacio con la stessa intensità.
Un’intensità che gridava disperazione. La mia... la sua... ormai non riuscivo più a distinguere
dove finissi io e iniziasse Gemma. Come due metà, i nostri cuori si erano fusi in un solo essere.
Era straziante sapere che il nostro primo bacio sarebbe stato anche l’ultimo. E che Gemma non
l’avrebbe mai saputo.
Cercai di stringerla ancora a me, muovendo le labbra sulle sue con disperazione nel tentativo di
trattenerla. Sapevo che, una volta allontanati, la luce me l’avrebbe portata via.
I raggi del sole, sullo sfondo, si innalzavano con insistenza, sempre più intensi e luminosi,
schiarendo l’aria e illuminandole il volto.
Provai a staccare le labbra da quelle di Gemma, ma mi sentii subito perso senza il suo calore e
tornai a baciarla disperato, ancora... e ancora.
Volevo dominare quel momento.
Volevo che il tempo si fermasse. Proprio lì, in quell’istante.
Ormai ero disperato, sull’orlo di una pazzia folle e inconsolabile. Non volevo che quella luce
portasse via la mia Gemma.
Notte, avvolgici con il tuo mantello di stelle, nascondici, ti prego! urlai senza voce, sperando
che la notte mi offrisse ancora qualche istante, indugiando nel lasciare il suo posto al giorno. O
perlomeno nascondi la mia Gemma, il mio bocciolo, nascondi la mia pietra preziosa sotto il tuo telo
scuro. Ti offro tutto me stesso in cambio della tua protezione. Ti imploro, Notte, silenziosa complice di
tutti gli amanti, non permettere a quell’efferata giudice che è la luce di portarmela via; sarebbe come
privarti delle tue stelle. Ma il mio era solo un ultimo grido disperato, prima che i raggi del sole ci
raggiungessero. Avanzavano velocemente verso di noi, minacciando di rubarmi la mia Gemma.
Quando un bagliore di luce colpì la sua pelle, il cuore che avevo ritrovato dopo secoli sembrò
frantumarsi.
La baciai sulla fronte, oppresso dal tormento. «Ricorda», le sussurrai, sprofondando gli occhi
nei suoi. I nostri nasi si sfiorarono e io mi sentii disperato. Strinsi la presa sul suo viso; non volevo più
lasciarla andare. «Non dimenticarmi, promettilo. Guarda il cielo ogni volta che potrai e saprai che io
sarò lì con te.» Poi affondai le labbra sulle sue, vinto dalla rassegnazione. «Non dimenticarti di noi,
Gemma.» Mi sentivo sconfitto, in una battaglia in cui non mi era stato concesso battermi.
«Evan...» Calde lacrime le scivolarono dagli occhi, bagnandomi le mani. Le asciugai il viso con
le dita. «Non lasciarmi... ti prego», mi implorò tra i singhiozzi. «Non puoi lasciarmi adesso che ti
amo.»
Rimasi folgorato dall’effetto di quelle due semplici parole. Così importanti. Così dolorose.
Sentii una lacrima solcarmi il viso e, per la prima volta, scoprii che il mio corpo era in grado di
piangere.
La felicità per quella confessione inaspettata duellava contro la disperazione che quelle stesse
parole avevano suscitato con forza.
«Aytos», le sussurrai. Anch’io.
Avevo la certezza che avrebbe capito.
Cercai di ricordare come si respirasse, imponendomi di reagire, ma il dolore mi soffocava.
La strinsi forte contro il mio petto e avvicinai le labbra al suo orecchio.
«Sei stata l’unica per me», le sussurrai dolcemente. «Addio.»
Percepii il suo corpo tremare, poi svanii davanti ai suoi occhi.
Mi ritrovai nella sua stanza. Un dolore senza fine mi stringeva il petto come un filo spinato.
Gemma era così perfetta, distesa su quel letto; persino con la fronte corrugata, il suo viso era
bellissimo. Qualcosa di unico e straordinario. Nessuno avrebbe detto che presto il suo corpo avrebbe
smesso di respirare, il suo cuore di battere. Avrei voluto morire al suo posto, se fosse bastato a salvarla.
Il pensiero di toglierle la vita mi ripugnava, facendo emergere un odio selvaggio contro il mondo,
contro i Màsala. Contro me stesso.
La osservai un’ultima volta, soffermandomi ad accarezzare la sua mano prima di lasciare il
posto a quei crudeli raggi di sole che, senza permesso, filtravano dalla finestra, annunciando il mattino.
L’alba. La fine.
Sentii il mio cuore frantumarsi in mille pezzi. Con esso, ogni parte di me si disgregò, come un
vampiro esposto alla luce, mentre, con l’amaro nel cuore, mi preparavo a dirle addio.
GEMMA
20
IL RISVEGLIO
Mugugnai, infastidita dalla luce. Mi sentivo frastornata, con la testa gonfia e piena di schegge.
Avvertivo una strana sensazione di perdita, come un vuoto nello stomaco, mentre mi agitavo tra sonno
e veglia. Non ero sicura di dove mi trovassi. In uno stato di torpore incosciente, imposi al mio corpo di
aprire le palpebre e tagliare il filo che mi legava a un altro mondo. Toccai il cuscino, in preda allo
sconforto, gli occhi imperlati di lacrime soffocate.
No. Non questa volta. La disperazione prese il sopravvento sulla mia coscienza. Non posso
averlo sognato, non questa volta. Mi sentii sprofondare in un abisso senza fondo, nel vuoto, al buio.
Sola.
Quale inganno mi stava giocando la mente?
Non riuscivo ad accettare la possibilità che si fosse trattato solo di un sogno. Sulla mano
percepivo ancora la stretta di Evan. Avevo sentito il tocco della sua pelle sfiorare la mia. Ero certa di
aver avvertito il calore del suo corpo su di me. E le sue labbra... in un gesto involontario, alzai la mano
a sfiorare le mie, lasciandomi sfuggire un gemito. Sentivo ancora il suo sapore su di me.
Possibile che non fosse vero niente? Non potevo accettare che la magia di quella notte fosse
solo un miraggio partorito dalla mia fantasia, un desiderio segreto nascosto nell’inconscio. Era tutto
così reale!
Preda di uno sconforto sconfinato, non riuscivo a muovermi dal letto, come se, rimanendo lì,
avessi potuto trattenere quel ricordo, evitando che sfumasse con il mattino.
Appoggiai i gomiti sulle ginocchia sollevate, sprofondando la testa tra i palmi.
Attraverso la finestra, la luce entrava senza invito, sempre più insolente, a rubarmi quella notte,
quella magia... a rubarmi il mio Evan.
Avevo la terribile sensazione che niente sarebbe più stato come prima. Incapace di dominarmi,
le lacrime mi solcarono il viso, riportandomi a quel ricordo, a quell’addio disperato. Cosa voleva dirmi
il mio inconscio nella solennità di quel sogno? Poi ricordai. Avevo visto Evan e Ginevra insieme.
Possibile che si trattasse solo di questo?
La delusione, come un lampo, fu spazzata dal timore che quel sogno potesse svanire da un
momento all’altro. Volevo almeno conservarne intatto il ricordo e non dimenticare nemmeno un
dettaglio di quella notte, custodendolo come un tesoro prezioso. Mi aggrappai a quelle immagini più
che potevo, ma, per qualche strana ragione, non le percepivo svanire. Erano vivide nella mia testa,
come se avessi realmente vissuto quei momenti e quelle emozioni.
Come se appartenessero a un ricordo, piuttosto che a un sogno.
Con sollievo, mi aggrappai a quell’unica certezza e mi trascinai fino al bagno per lavarmi.
Sapevo di peccare di ingratitudine.
Avrei dovuto gioire per quel dono che la notte mi aveva portato.
Perché allora mi sentivo così affranta? Perché continuavo a disprezzare quel mattino, quella
luce, che come ladri me lo avevano portato via, insinuandosi tra noi e strappandomi dalla sua stretta?
Non ricordavo di aver mai provato emozioni tanto intense e forti.
Come era possibile che riuscissi a provarle nella mia testa, allora?
Il suo addio era stato così intenso... Quando Evan era scomparso davanti ai miei occhi, avevo
sentito il dolore sopraffarmi e schiacciarmi il petto e, nonostante la luce continuasse a farsi più intensa,
avevo sentito il buio avvolgermi il cuore. Mi ero ritrovata sola. Il freddo mi entrava nelle ossa, derubata
della protezione di Evan, che mi scaldava il cuore.
Come era possibile che quelle sensazioni non fossero reali? Avrei potuto giurare di averle
vissute.
Se non mi fossi svegliata nel mio letto, mi sarei gettata nel fuoco pur di dimostrare di aver
vissuto quegli istanti insieme a Evan. Eppure... per quanto assurdo potesse sembrare, non riuscivo a
cancellare del tutto il dubbio che mi tormentava, come se esistesse una possibilità remota che non mi
fossi inventata tutto. Tornai distrattamente in camera, rovistando nell’armadio. Volevo indossare un
colore scuro quel giorno, in relazione al mio umore, ma l’istinto mi portò a scegliere una felpa bianca,
probabilmente sperando che potesse in qualche modo risollevarmi il morale. Infilai il primo paio di
jeans che sporgeva dall’armadio disordinato e gli scarponcini scuri, che d’estate sostituivo solo con le
Nike. Tirai le tende, nel tentativo di far entrare un po’ di luce e aprii le finestre, perché la stanza
respirasse durante la mia assenza, ma mi bloccai nell’afferrare la maniglia, pervasa da un oscuro
presagio. Per quanto familiare, la sensazione di essere osservata non si era mai manifestata con una tale
intensità. Le tende tremolarono, come mosse da una folata di vento, ma le finestre erano ancora
chiuse...
Perlustrai lentamente la stanza, studiando l’aria con lo sguardo, come se avesse potuto svelarmi
chissà quale presenza. La stanza era deserta, eppure la sensazione non svaniva, come se un’oscura
presenza si celasse sotto un mantello invisibile, studiandomi da vicino. La paura, quel mattino, aveva
lasciato il posto alla curiosità. Iniziavo a subire il fascino di tutte quelle strane sensazioni che da un po’
di tempo si agitavano in me. E, se non potevo evitarle, tanto valeva imparare a dominarle.
Prima di uscire, salutai Iron, un gesto abituale, ma quel giorno avvertii l’insolita necessità di
indugiare nell’accarezzarlo, osservandolo mentre distendeva i muscoli al mio tocco.
«Ehi, dormiglione», gli sussurrai a bassa voce, «dopo la scuola ti porto a fare una passeggiata»,
gli promisi sorridendo tra me. «Vorrei sapere come fai a dormire tutto il giorno!» Scossi la testa,
mentre lui, in risposta, si era limitato ad aprire gli occhi tondi e neri, per poi richiuderli dopo pochi
istanti.
Mi avvicinai alla porta, bloccandomi ancora nell’afferrare la maniglia. Un’altra sensazione. Più
forte. Più difficile da ignorare.
Improvvisamente fui investita da un bisogno irrefrenabile di voltarmi verso la stanza per
imprimere nella mia mente ogni particolare. Studiai le mensole colme di ricordi, passando in rassegna
ogni oggetto che, come in un puzzle, serviva a comporre la mia vita.
L’orologio della nonna, l’orso gigante che Peter aveva vinto al luna park di Saranac Lake solo
qualche anno prima, le pile di libri sullo scaffale. Ogni volume un pezzo della mia vita. Mi bastava
un’occhiata alle copertine per stabilire in quale particolare momento ne avevo divorato la storia. Ogni
pagina ricordava un’emozione diversa.
Sui muri, la vernice era un po’ scrostata, in alcuni punti, ma non mi ero mai sentita pronta a
ridipingerla, come se anche quel colore facesse parte della mia vita. I fotogrammi della mia vita si
rincorrevano su tutte le pareti, mostrando il lento lavoro del tempo che, agendo silenzioso, aveva
modificato il mio aspetto. Ricordi della mia infanzia trascorsa insieme a Peter. A pesca con Peter. In
campeggio con Peter. A scuola con Peter. Una spensieratezza che sentivo sempre più lontana.
Quante volte avevamo giocato insieme in quella camera. Quel ricordo rivisse per un istante
attraverso i miei occhi, come se la mente avesse riavvolto il nastro, mentre il mio corpo osservava
immobile due bambini che si rincorrevano, gettandosi sul letto, che provavano a spaventarsi a vicenda
con storie dell’orrore, mentre lei cedeva alla paura iniziando una lotta con i cuscini perché lui
smettesse.
Come uno spettro sbiadito, Peter entrò dalla finestra tirando fuori un film che aveva nascosto
nel cappuccio, per affrontare la scalata che lo avrebbe condotto di nascosto in camera mia. Non avrei
mai cancellato quei ricordi. Peter era parte di me. Lo dimostrava la costante presenza del suo volto
ritratto su quelle pareti, sempre solare e sorridente, perfino quando io apparivo imbronciata. Con un
sussulto, il mio cuore mi lanciò la sua speranza. Evan.
Chissà se un giorno avrei aggiunto la foto di noi due insieme, in una di quelle pareti.
Forse continuavo solo a sognare.
Riempii i polmoni d’aria e mi costrinsi ad aprire la porta, lanciando un’ultima occhiata alla
stanza, con addosso la strana sensazione che non l’avrei più rivista, come se stessi per partire.
Dal brusio confortante delle loro voci, intuii che i miei genitori fossero già svegli e infatti li
trovai in cucina, seduti pigramente intorno al tavolo, con una tazza fumante di caffè tra le mani.
«Buon giorno, dormigliona!» mi schernì mio padre socchiudendo un occhio: non era mai stato
in grado di fare l’occhiolino e la sua espressione contorta mi lasciò divertita.
«Per la cronaca, mi sono svegliata all’alba. Ho un mal di testa incredibile. Cosa c’è per
colazione?»
Mia madre fece un cenno perché guardassi dentro il forno. «È ancora calda, fai attenzione a non
scottarti.»
Tirai fuori la torta ai mirtilli, tagliandone una fetta per ciascuno. Al primo morso mi venne in
mente Evan, seduto al tavolo della caffetteria. Non riuscivo a credere che fosse trascorso solo un
giorno. Erano successe così tante cose da allora... Fittizie o reali; la mia mente non riusciva più a
distinguere il vero da ciò che non lo era e il pensiero di lui e Ginevra insieme non mi turbava più come
il giorno precedente, quando li avevo visti. Non riuscivo ad avercela con nessuno dei due, perché nel
frattempo qualcosa in me era cambiato. Le emozioni travolgenti provate quella notte, il dolore negli
occhi di Evan, il calore della sua bocca avevano cancellato tutto il resto. Non mi importava se per il
cervello non fosse reale. Il mio cuore aveva vissuto quelle sensazioni.
E quel pensiero mi bastava.
La colazione si protrasse più del solito, fin quando non mi alzai dal tavolo per andare a scuola.
«Vuoi un passaggio?»
Valutai la proposta di mia madre per una frazione di secondo, declinando subito l’invito per
concedermi il tempo di rivivere quel sogno nella mente, durante il tragitto. «Grazie, ma preferisco
andare a piedi.» Afferrai una ciambella dal centro del tavolo, sporgendomi oltre le spalle di mio padre.
«Sei nervosa per qualcosa, piccola?» Mio padre conosceva bene la mia tendenza a ricercare
calorie quando qualcosa mi turbava. In effetti uno strano turbinio mi agitava lo stomaco.
«Niente di particolare», lo rassicurai. «E non chiamarmi ’piccola’, lo sai che non lo sopporto»,
lo redarguii, pentendomi subito del tono acido che mi ero lasciata sfuggire.
«Sei ancora la mia piccola, non lo dimenticare», insistette, scompigliandomi dispettosamente i
capelli.
Mi costrinsi a non replicare e aprii la porta afferrando lo zaino riverso nel corridoio, ma uno
strano impulso mi costrinse a osservare i miei genitori da lontano, immersi nel loro chiacchiericcio al
tavolo della cucina. Avvertivo lo strano desiderio di correre ad abbracciarli, come quando ero bambina.
Probabilmente era stato l’addio di Evan a turbarmi, ma d’un tratto avrei voluto dirgli quanto li amavo.
Mi sforzai di reprimere quell’impulso e mi richiusi la porta alle spalle.
21
LA FINE
Sul vialetto, fui subito investita dalla sensazione di essere osservata. Mi guardai intorno, un
gesto divenuto automatico ormai da un po’ di tempo ma, quella mattina, quel presentimento premeva
con più forza che mai sulla mia pelle.
Uscendo da Cherry Street, imboccai Hurley Ave, procedendo a testa china, totalmente immersa
nei miei pensieri, mentre le auto mi sfilavano accanto.
Il ricordo del sogno era una dolce coperta che mi aveva avvolta completamente, proteggendomi
dal freddo. Riuscivo a stento ad accorgermi delle auto che mi sfrecciavano davanti, schivandomi di
continuo un attimo prima di travolgermi. Non riuscivo a concentrarmi sui miei passi, e la distrazione mi
annebbiava a tal punto da farmi rischiare di non arrivare mai a scuola, così mi costrinsi a rallentare e a
rimanere più vigile.
Svoltai a destra, su Station Street, e attraversai l’incrocio tra Sentinel Road e South Main Street,
come ogni mattina, imboccandola senza prestare alcuna attenzione alla strada. Per poco non mi scontrai
con un vigile del fuoco. Iniziava a diventare un’abitudine? La strada era bloccata. Allungando le
orecchie, riuscii a sentire un uomo lamentarsi per via di alcune tubature da cui fuoriusciva gas, mentre
il vigile gli intimava di allontanarsi.
Sospirai, rimproverandomi per la disattenzione. L’intero quartiere era stato isolato. Se solo mi
fossi accorta in tempo delle transenne che bloccavano la zona avrei risparmiato tempo. Invece dovevo
tornare indietro e percorrere per intero Station Street, fino a raggiungere Mill Pond Drive dal lato
opposto.
Mi bloccai dopo qualche passo, quasi spaventata dall’intensità della presenza che aleggiava su
di me.
Era talmente forte... sembrava che potessi allungare il braccio e toccarla.
Respirai a fondo, le narici pizzicate da una fragranza che conoscevo. Mi bloccai d’istinto,
mentre gli occhi si dilatavano al profumo che mi aveva riempito i polmoni.
Evan.
Mi annusai la maglietta, per accertarmi che l’odore non provenisse da me e perlustrai la strada,
quasi mi aspettassi di trovare Evan nascosto dietro qualche tronco d’acero.
Nessuno mi stava seguendo, eppure il profumo mi riempiva ancora i polmoni in modo così
familiare...
Scrollai la testa per scacciare le idee assurde in cui la mia mente contorta mi obbligava a
inciampare e accelerai il passo. Distrattamente, infilai una mano nella tasca della felpa per estrarne il
cellulare. Inserii in un gesto automatico la combinazione di cifre per sbloccare la tastiera e lo schermo
si illuminò, mostrandomi l’orario. Le 6:55. A causa di quella deviazione, sarei arrivata a scuola con
qualche minuto di ritardo.
Dovevo sbrigarmi.
Riuscii a rilassarmi solo quando svoltai a destra, in direzione di Mill Pond Drive. La strada
costeggiava il bosco e il cinguettio degli uccelli sugli alberi era come un balsamo rilassante. Benché
privo di marciapiede, il percorso era poco transitato, a parte il passaggio di sporadici camion, e avrei
potuto concedermi qualche distrazione, lasciando che il battito d’ali degli uccelli mi trasportasse via
con loro. In alto. In un altro mondo. Tra le braccia di Evan. Mi lasciai rapire dalla magia di quel
ricordo. Perché non era un sogno, era un ricordo. Non mi importava se il cervello si opponesse a quella
consapevolezza. Non mi ero mai sentita così bene come in quella notte.
Avrei voluto chiudere gli occhi e rivivere l’emozione dei suoi baci... Persino le mie labbra ne
ricordavano il sapore, come se anche il mio corpo avesse preso parte a quel viaggio immaginario.
Evan mi era entrato nella pelle.
Il battito del mio cuore accelerò d’impulso al ricordo del suo petto teso contro il mio mentre mi
immobilizzava sull’erba, delle nostre labbra che si sfioravano, sempre più infuocate. Il modo in cui mi
teneva stretta tra le sue braccia mi aveva fatto tremare. Il vento soffiò più forte, distraendomi da quel
ricordo. La pelle rabbrividì, quasi avesse colto un avvertimento celato nel suo soffio, mentre l’anelito di
quella presenza si faceva più pressante.
In un gesto involontario, afferrai nuovamente il cellulare dalla tasca per controllare che ora
fosse. 6:59.
Abbassai il braccio per riporre il telefono nella felpa, ma sentii il cuore congelarsi, avvolto da
una nube nera di terrore e il telefono scivolò dalle mie dita, mentre una sagoma rossa come il sangue mi
veniva incontro, sovrastandomi, e il tempo, l’aria, il mio respiro, ogni cosa veniva risucchiata da quel
gelo fino a fermarsi.
Un rumore agghiacciante, acuto e ininterrotto, mi riverberò nelle ossa.
Un clacson assordante. Troppo forte. Troppo vicino.
Il terrore mi impietrì, impedendo ai muscoli di muoversi e ai polmoni di respirare, mentre una
fitta mi stringeva il petto. Lo stridio tagliente delle gomme sull’asfalto mi graffiò i timpani, coprendo il
suono del cellulare che si schiantava al suolo, tramutando tutto in un quadro sordo e privo di colori,
mentre un’unica fiamma rossa scivolava verso di me. Una terribile consapevolezza mi colpì il petto in
un battito sordo. Era un camion. Ed era troppo vicino perché potesse schivarmi.
Mi avrebbe travolta.
Fine dei giochi.
Il mio viaggio si concludeva lì, su quella strada.
Come l’ultimo birillo incapace di muoversi in attesa che la palla da bowling si avventi su di lui
per schiacciarlo, così anch’io rimasi immobile, in attesa della morte, mentre la mia mente rievocava i
volti che avevo amato, nell’ultimo regalo concesso dal tempo. Peter... Mia madre... Mio padre... Evan.
Per un istante mi si fermò il cuore all’intensità del suo sguardo d’argento e non capii se fosse solo un
mio ricordo, un miraggio proiettato dal cuore, o se lui fosse realmente lì, nascosto dietro un albero a
folgorarmi con i suoi occhi di cristallo, come nei miei sogni, ingrigiti dal tormento e sofferenti più di
quanto ricordassi.
L’ultimo granello di sabbia stava per cadere, nella clessidra della mia vita.
Chiusi gli occhi. Lo immaginai precipitare, inesorabile. Quando avesse toccato il fondo, tutto
sarebbe finito. Il camion mi avrebbe travolta. Percepii l’istante esatto in cui quell’ultimo granello si
lanciò nel vuoto dalla potente ventata d’aria che l’enorme TIR spostò su di me, un attimo prima di
travolgermi, premendo contro il mio viso sempre più intensamente, fino a togliermi il respiro.
In un unico istante, il mondo intero divenne sordo, il rumore del clacson ridotto a un lieve
fischio soffocato, mentre mi lasciavo sopraffare dal panico e il battito assordante del mio cuore
palpitava affannosamente nelle orecchie, pulsando a rallentatore per cogliere i suoi ultimi respiri.
Un’altra ventata, più forte, mi investì con violenza da un’altra direzione e poi arrivò il colpo a
travolgermi. Game Over.
22
SPETTRO DI GHIACCIO
Non avevo idea di cosa avrei dovuto aspettarmi dalla morte, se in qualche modo avrei
continuato a vivere in un’altra forma o in un altro corpo. L’unica certezza, così intensa che riuscivo
quasi a toccarla, era la sensazione di quiete che mi avvolgeva come un guscio protettivo, mentre
scivolavo attraverso un tunnel gelato che mi sferzava il corpo e il viso, impedendomi di respirare.
L’urto non era stato così forte come mi aspettavo, forse perché il buio aveva eclissato ogni
dolore.
Un rumoroso fruscio mi infastidiva le orecchie, come se stessi precipitando in un tunnel di
foglie secche che si agitavano al mio passaggio. Tentai di coprire le orecchie, ma fu uno sforzo inutile.
Non riuscivo a muovermi, qualcosa mi bloccava gli arti. Qualcosa di duro.
Stordita, tentai di aprire gli occhi. Sentivo le palpebre pesanti, ma volevo uscire da
quell’oscurità che mi opprimeva, come se avessi dovuto sforzarmi per sfuggirla, prima che fosse troppo
tardi. Uno spiraglio riuscì a farsi spazio in quelle tenebre, e un luccichio accecante mi colpì le pupille,
costringendomi a richiudere gli occhi. Insistetti, anche se la confusione che mi attanagliava il cervello
mi impediva di focalizzare dove mi trovavo.
Come un muro di schegge impazzite, le pareti che mi costringevano sfrecciavano velocissime
fondendo i colori in un unico fascio confuso, in cui a tratti riuscivo a distinguere chiazze d’azzurro e
sprazzi di verde e marrone.
Mi girava la testa, come se mi fossi risvegliata su una giostra impazzita, che non mi lasciava
respirare.
L’aria gelida mi mozzava il fiato. Eppure avevo la sensazione che il mio corpo non si muovesse
e che fosse tutto il resto a scivolare via velocemente, come se fossi sospesa per aria. O forse stavo
annegando in balia della corrente? Eppure non avvertivo la sensazione dell’acqua sulla pelle. Mi
sentivo uno spettro di ghiaccio. Se il paesaggio non fosse stato così caotico, se quel vortice d’aria
fredda non mi avesse strappato il respiro, avrei potuto giurare di esser ferma. Invece tagliavo l’aria
come se fossi una particella del vento, protetta in una presa ferma che mi avvolgeva come un guscio
caldo. Vinta dalla forza di quelle sensazioni, troppo forti perché affrontassi l’alone di confusione che
mi annebbiava il cervello, mi costrinsi a richiudere gli occhi e a lasciarmi cullare.
Dovunque fossi diretta.
Era questa la morte? Il tunnel frenetico?
La terra cessò di ruotare e il vortice si spense fermando l’aria.
Mi sentii precipitare all’indietro, ma avvertivo la confortante sensazione di trovarmi al sicuro.
Dalla schiena mi giunse una sensazione di freddo e umido. Qualcosa di caldo mi sfiorò una
tempia. Un tocco delicato, familiare.
Mi sforzai di schiudere le palpebre e, come argento liquido, occhi di ghiaccio brillarono
nell’oscurità che mi aveva imprigionata, premurosi e intensi.
Evan.
«Sstt... Va tutto bene. Sei al sicuro, adesso...»
Il suono protettivo della sua voce mi cullò in un altro mondo.
«Ti rendi conto di quello che hai fatto?»
«Non ho potuto evitarlo. È successo tutto così in fretta... appena un secondo prima che la
colpisse. Credo le abbia sfiorato la caviglia.»
Un brusio lontano di voci penetrò la fortezza in cui il mio cervello aveva trovato rifugio.
La caviglia. Solo allora percepii in quel punto la fonte del dolore che si diramava fino al
ginocchio.
Un rogo infuriato mi bruciava nella testa.
Tastai con la mano il pavimento sotto la mia schiena, trovandolo freddo e umido. Dopo alcuni
istanti, riuscii a stabilire che si trattava di terreno.
Disorientata e stordita, provai a riaprire gli occhi, sforzandomi di interpretare il mormorio
sommesso delle due voci che bisbigliavano agitate.
Un fascio di luce mi colpì le pupille costringendomi a richiudere gli occhi, ma poi, lentamente,
riuscii a schiudere le palpebre e a emergere dall’oscurità, riconoscendo le sagome davanti a me. Evan e
Ginevra, che discutevano senza accorgersi che iniziavo a riprendere i sensi. Cercai di liberarmi
dell’alone che mi copriva gli occhi, impedendomi di mettere i loro volti a fuoco. Non riuscivo ancora a
muovere nessuna parte del corpo senza provare un dolore lancinante.
Evan si rivolgeva a lei con un tono che non avevo mai sentito in lui. Possente, autoritario,
deciso. Stentavo a riconoscerlo. Mi sforzai di metterlo a fuoco, affascinata dalla nuova sfumatura nella
sua voce. Studiai i lineamenti del suo volto, la mascella contratta, lo sguardo affilato su quello di
Ginevra e, per la prima volta, della confusione che spesso lo affliggeva non trovai alcuna traccia. Come
se avesse finalmente lasciato cadere quella maschera e indossasse un nuovo volto, rischiarato dalla
nuova luce che brillava nei suoi occhi. Imponeva a Ginevra le sue leggi, la fronte corrugata e lo
sguardo fiero e deciso, liberato dall’ombra che lo aveva ottenebrato. Non mi importava più scoprire se
fossi ancora viva, purché Evan avesse trattenuto su di sé quella nuova luce. Probabilmente ero davvero
morta e la mia presenza non li distraeva semplicemente perché non mi vedevano. Non ero certa di non
essere uno spettro, ed ero troppo debole per accertarmene. Mi sembrava tutto così strano e surreale...
«Calmati, Ginevra.» La voce di Evan pareva tranquilla adesso, con una sfumatura di
soddisfazione.
L’esatto opposto di quella di Ginevra, che nel frattempo si era persa in un fiume di
imprecazioni.
«E non imprecare, non ti si addice.» Con uno sforzo, riuscii a vedere la fossetta sotto gli occhi
di Evan mentre lui sorrideva, pervaso da una serenità senza pari.
«Calmarmi?!» Ginevra, al contrario, era in preda a una crisi isterica e dava l’impressione di
essere una tigre infuriata, nonostante si sforzasse di tenere bassa la voce. «Ah, tu dici di calmarmi! Hai
una vaga idea di quello che succederà adesso?! A tutti noi?»
«Tu ne sei fuori, Ginevra.»
«Ma non Simon. Questa storia coinvolgerà anche lui. Si può sapere cosa ti è passato per la
testa?» sibilò sprezzante, la voce carica del suo rimprovero. «Siamo tutti nei guai, adesso. Tu sei nei
guai, Evan», si corresse.
«Vuol dire che non potrò contare su di te?»
L’orgoglio di Ginevra le impedì di rispondere prontamente. «Non ho detto questo», disse dopo
qualche istante di silenzio, il volto ancora imbronciato. «Quello che hai fatto è molto grave. Come
faremo a riparare?»
La serenità di Evan fu spazzata via dalle sue parole, la sua espressione si tramutò in un ghigno
minaccioso. «Riparare?» ripeté, disgustato, incenerendola con uno sguardo infuocato che la fece
vacillare. «Lo rifarei altre mille volte, se fosse necessario!» Lo sguardo di Evan si addolcì di colpo,
sfiorando la tristezza. «Non capisci? Mi ero rassegnato... credevo di essere pronto... Ho fatto tutto, fino
alla fine. Poi, all’improvviso, si è girata verso di me e mi ha guardato. Ho letto la paura nei suoi occhi
e ho sentito il dolore più forte che avessi mai provato. In quell’istante è diventato tutto più chiaro.
Sapevo quello che dovevo fare. Non avevo più dubbi. Ho capito che non potevo permetterlo.»
«Hai gettato la tua unica possibilità di riscattarti. Questa storia non finirà bene. Verranno a
cercarla, lo sai anche tu, e il tuo sacrificio sarà stato inutile! Non puoi impedirlo!»
«Sì, invece. Non accadrà. Io la proteggerò.» La voce di Evan si era rivestita del suo tono fiero.
«E come pensi di fare? Il consiglio verrà presto a saperlo.»
«Devo pensare.» Evan si massaggiò le tempie, turbato dall’avvertimento di Ginevra. «Abbiamo
un po’ di tempo, prima che la Confraternita lo scopra.»
«Non puoi esserne sicuro...»
«Dannazione! Non mi importa niente di loro! I Màsala non riusciranno a...»
«Non...!» Ginevra lo interruppe intimandogli di non proseguire, poi abbassò il tono di voce.
«Sei forse impazzito? Non devi pronunciare quel nome», lo redarguì guardandosi intorno, preoccupata,
come se qualcuno potesse sentirli. «Cristo santo! Hai perso del tutto la ragione!» imprecò, agitandosi
avanti e indietro fino a formare un solco sul terreno. Poi si bloccò di colpo e lo incenerì con lo sguardo.
«Non pensarci nemmeno, Evan. Non puoi stare con lei in quel senso. Non succederà mai!»
«Questo lo so bene.» La voce di Evan si era abbassata di un tono, carica di rassegnazione.
Non avevo la più pallida idea di ciò che stava accadendo tra loro. Era una scenata di gelosia? Le
orecchie coglievano le parole, ma era come se la mente non le trattenesse, sbarazzandosene prima di
riuscire a elaborarle. Nonostante tutto, iniziavo ad averne abbastanza del tono con cui Ginevra si
rivolgeva a Evan: era come se stesse cercando di riportarlo verso il sentiero tormentato in cui lo avevo
conosciuto. Non mi importava che lui fosse suo. Avrei voluto farla tacere, gridarle di smetterla di
inveire contro di lui, ma non riuscivo a trovare la forza per schiudere le labbra e un gemito involontario
mi sfuggì dalla gola, attirando i loro sguardi su di me.
Evan lanciò a Ginevra un’occhiata di rimprovero, come se la colpa per non essersi accorti del
mio risveglio fosse soltanto sua. Scrollai la testa, cercando di scacciare via l’ultimo filamento di
confusione. Non avevo percepito alcun movimento, ma improvvisamente si trovavano entrambi chini
su di me. Dovevo aver battuto la testa, con ogni probabilità.
«Come ti senti?» Il sussurro di Evan mi giunse carezzevole, premuroso, mentre lui mi passava
una mano tra i capelli.
Mi sforzai di mettere a fuoco il suo viso, ma qualcosa ancora mi sfuggiva.
I suoi occhi... stavo forse sognando? Gli occhi di Evan brillavano di luce argentea, grigi e
tenebrosi, quasi appartenessero a una creatura soprannaturale. Come nel giorno del nostro primo
incontro. Come nel mondo segreto in cui lo incontravo ogni notte, nei miei sogni. Evan mi fissava con
intensità, lasciandosi studiare. Non avevo mai osservato i suoi occhi così da vicino. Sfumature ambrate
li venavano, attraversandoli come lampi dorati in un cielo di ghiaccio. Da quella distanza, i suoi occhi
sprigionavano una potenza tale che non ero certa di riuscire ancora a incrociarli senza farmi trapassare
il cuore e perdere i sensi.
«Non... non saprei dirlo, con esattezza», mi costrinsi a farfugliare. «Mi fa male la testa.»
Evan e Ginevra si scambiarono un’occhiata fugace.
«Cos’è successo?» domandai inciampando sulle parole.
Con mia sorpresa Ginevra si impadronì della risposta: «Quel camion stava per ucciderti. Evan ti
ha spinto via un attimo prima che ti toccasse». La sua voce glaciale avrebbe congelato il fuoco, per
quanto impossibile. Per un istante, riuscì quasi a farmi sentire in colpa per essere ancora viva. «Sei stata
fortunata», mi avvisò a braccia conserte, rivolgendomi le spalle. «Questa volta», aggiunse sottovoce,
come se la sua fosse una minaccia.
Evan la inchiodò con uno sguardo affilato e tagliente.
Se un’occhiata avesse potuto uccidere, Ginevra sarebbe morta in quell’istante.
La sua voce aveva palesato chiaramente il suo disprezzo nei miei riguardi. Perché Ginevra mi
odiava così intensamente? Proprio non riuscivo a credere che potesse essere spinta dalla gelosia. Non
fino a quel punto. Non era necessario desiderare la mia morte. In un frammento di lucidità, le sue
parole mi traforarono il cervello: Siamo tutti nei guai, adesso. Era forse colpa mia?
Persino in quel momento avvertivo l’ostilità del suo sguardo su di me.
«Vieni, ti riporto a casa.» Nonostante l’irritazione nella voce, Evan cancellò ogni traccia di
perplessità, riavvolgendomi nel suo incantesimo. «Ce la fai a camminare?» indagò, mentre mi aiutava a
sollevarmi.
Avrei voluto sembrare temeraria, di fronte a lui, ma a quello spostamento mi sfuggì un gemito.
«Mi fa male la caviglia», gli confessai, tentando a fatica di muovere il piede.
«Dovremmo portarla in ospedale», lo redarguì Ginevra, ma Evan le lanciò un’altra occhiata
furente.
«Non occorre. Penserò io a lei. Guarirà», le assicurò con un ringhio, mentre li osservavo
scambiarsi occhiate di sfida, quasi stessero comunicando segretamente.
«Non oserai...» Ginevra lo fissò con gli occhi ridotti a una fessura. «Non complicare le cose,
Evan», ribadì, furiosa.
«So quello che faccio», la zittì, poi si chinò a guardarmi. «Aggrappati a me, ti porto in braccio.»
Era incredibile come il suo tono si addolcisse quando si rivolgeva a me. Lo assecondai
all’istante mentre avvertivo il cuore riscaldarsi istintivamente alla sua proposta.
Il sangue mi fluì sul volto e mi ritrovai ad arrossire al pensiero di stargli così vicino.
Ci eravamo spinti ben oltre, nella mia testa, ma lui non lo sapeva. Un’ondata di immagini mi
travolse, sciogliendomi. Ricordi di me e di Evan, della sua bocca sulla mia, del suo corpo caldo sopra il
mio. No, non ricordi, mi costrinsi a correggermi. Niente di tutto ciò era mai esistito. Come avrei fatto a
far finta di niente? Come avrei potuto guardarlo negli occhi e dimenticare il suo bacio, corposo e
travolgente, come se non fosse mai accaduto? Perché era questa la realtà. Niente di quello che avevo
vissuto era reale.
Mi sollevò dalla terra umida con un unico movimento fluido, senza sforzo, mentre riprendevo
del tutto lucidità. Guardandomi intorno per la prima volta, con gli alberi che ci sovrastavano
schermando i raggi del sole, compresi dove mi trovavo, senza riconoscere con esattezza il luogo.
Che ci facevamo nel bosco?
«Tieniti forte.»
La sua voce era così vicina al mio orecchio che mi sforzai di reprimere un brivido, senza
risultato. Appoggiai la testa sulla sua spalla, studiando il modo in cui i muscoli del collo si flettevano ai
suoi movimenti.
«Hai freddo?»
Sentii il cuore tremare accorgendomi del mezzo sorriso che gli era affiorato sulle labbra. Così
da vicino rischiava di togliermi il respiro. «No. Sto bene», balbettai, rossa di vergogna per aver lasciato
che si accorgesse del turbamento che mi causava la sua voce. In realtà stavo bruciando, mentre mi
tenevo stretta al suo corpo caldo e muscoloso.
Dal suo collo penzolava una piastrina militare, la stessa che indossava nel sogno. La mia mente
doveva averla memorizzata. Si appoggiava sulla sua maglia smanicata verde scuro, su cui Evan
indossava una camicia dello stesso colore, completamente sbottonata. Ne sfiorai l’acciaio con la mano
e arrossii ancora, ripensando alla sfrontatezza con cui lo avevo attirato a me, desiderando le sue labbra.
Quel ricordo era così vivido che fui tentata dal ripetere il gesto, quasi fosse un’abitudine.
Le mie dita si mossero da sole, stringendosi attorno alla sua collana ed Evan mi sorrise, come se
avesse intuito le mie intenzioni riconoscendo quel gesto.
Mi costrinsi a respingere quel pensiero assurdo, perché non era mai accaduto niente tra di noi in
realtà. Perché non c’era un «noi» e non ci sarebbe mai stato. Solo un io, lui... e Ginevra.
«Qualcosa non va?» Evidentemente avevo lasciato trasparire il mio cambiamento d’umore.
«Sono solo un po’... scossa», mentii, nascondendo lo sguardo tra il tessuto della sua camicia. Il
suo volto era talmente vicino, che dovevo sforzarmi per non cedere alla forza magnetica che mi attirava
a lui. Sospesa tra le sue braccia, mi sentivo incredibilmente leggera, come se il mio peso non contasse.
Inconsapevolmente, inalando una boccata d’aria, le mie narici si riempirono del suo profumo, l’odore
della foresta densa di rugiada nelle mattine di aprile, delicato, fresco, capace di raggiungere luoghi
inaccessibili dentro di me, di toccare corde sconosciute e farle vibrare di calore.
Adesso che lo respiravo così da vicino, ero sempre più convinta di averlo percepito nell’aria,
quella mattina.
Che cosa assurda... Eppure, esisteva una piccola parte in me, completamente scissa dalla
ragione, che continuava a contraddire ogni logica, confermando quel sospetto.
Evan mi guardò, come attratto da quella riflessione, e sprofondai nei suoi occhi.
Lasciai che il suo sguardo vagasse in me, mentre mi rendevo conto che... Impossibile. Sussultai,
confusa e incerta delle mie stesse percezioni. Dell’argento che brillava nel suo sguardo non c’era più
traccia.
I suoi occhi erano scuri.
Che scherzo mi stava giocando la mia mente, questa volta?
Non dissi niente, per paura che mi considerasse pazza. Ma io sapevo cosa avevo visto. Ero
sicura di aver visto i suoi occhi molto bene, nella foresta... O forse no? In fondo, non era la prima volta
che i miei sensi mi tradivano...
«E adesso?»
Non riuscivo a vedere il volto dietro le spalle di Evan, ma la voce di Ginevra era inconfondibile.
Non mi ero minimamente accorta che ci stesse seguendo...
Evan si inclinò per farmi scendere, depositandomi sull’asfalto mentre continuava a guardarsi
intorno, l’espressione guardinga. «Tienila d’occhio. Io controllo il perimetro», ordinò a Ginevra con
voce autoritaria prima di allontanarsi.
Controllo il perimetro? Che diavolo voleva dire? Probabilmente avevo battuto la testa più forte
di quanto sospettassi. Nonostante tutto, avevo imparato a fare i conti con le ambiguità, quando si
trattava di Evan, e non avevo ancora la forza necessaria per indagare.
Non ero certa se mi lasciasse più perplessa il fatto di dover contare sull’appoggio di Ginevra
che mi aiutava a raggiungere la porta di casa o il modo in cui Evan scrutava preoccupato la strada,
controllandone ogni angolo come se si aspettasse di scovare un ladro che si nascondeva. Il mio istinto
obiettò d’impulso a quel pensiero. Non un ladro, un assassino.
«I tuoi non sono in casa.» Quella di Evan non aveva affatto l’aria di una domanda, per cui mi
limitai a confermare la sua affermazione con un cenno della testa. A quell’ora del mattino i miei
dovevano per forza trovarsi al lavoro, non avevo alcun bisogno di controllare. «Chiuditi a chiave,
Gemma, torno tra un attimo.»
La solennità della sua voce mi lasciò perplessa, mentre Evan continuava a muovere
nervosamente lo sguardo sulla strada ma, invece che spaventarmi per il suo comportamento, non
riuscivo a fare a meno di pensare al nuovo fascino che gli conferiva quell’aria da guerriero impavido,
come il primo giorno in cui lo avevo visto nel bosco. Selvaggio.
Assecondai Ginevra che insisteva perché mi rifugiassi in casa, lanciando un ultimo sguardo a
entrambi prima di richiudere la porta. Dalle loro espressioni traspariva preoccupazione, seppur per
ragioni diverse.
Dopo aver girato la chiave nella toppa, zoppicai fino al divano. Senza il conforto della presenza
di Evan a distrarmi dal dolore, la fitta alla caviglia si era risvegliata con prepotenza. Mi lasciai cadere
sui cuscini coprendo gli occhi con il dorso della mano.
Nel silenzio, la consapevolezza di ciò che era successo appariva ancora più assurda. Come
potevo essere ancora viva? La mia mente riavviò il nastro, ripercorrendo l’intera sequenza di quei
secondi di terrore. Ero certa che il camion stesse per travolgermi. Come aveva fatto Evan a trarmi in
salvo in tempo rimanendo illeso? Conservavo nitidamente l’ultima immagine di lui che avevo
visualizzato, mentre mi guardava dal lato opposto della strada con l’espressione affranta, anche se
avevo creduto fosse soltanto un miraggio, un ultimo desiderio nascosto. Eppure lui era davvero lì e mi
era piombato addosso a una velocità spettrale. La fitta alla testa mi ricordò che non era ancora il
momento per tutte quelle riflessioni.
Ero ancora viva e, come un eroe dei miei romanzi, era stato Evan a salvarmi, sottraendomi a un
destino ormai segnato.
Evan...
Quell’unica consapevolezza bastava a cancellare l’intera esperienza dalla mia mente, per quanto
terrificante. Come un soffio deciso su una superficie impolverata. Ripensando al mio corpo stretto tra le
braccia di Evan mi ritrovai a perdere il controllo del respiro. Sprofondai la testa sul cuscino fino a
perdere la cognizione del tempo. La mano con cui coprivo gli occhi impediva alla luce che entrava
nella stanza di raggiungerli oltre le palpebre, permettendomi di regolare il respiro e allontanare la
tensione.
Per un istante mi lasciai cullare da quella semioscurità, trovandola confortevole.
Poi, al buio e al silenzio, la paura iniziò a sopraffarmi.
L’avvertimento di Evan iniziava a prendere forma e a concretizzarsi nella mia testa man mano
che riacquistavo lucidità, rendendomi conto solo in quel momento di non averne avuta fino ad allora.
Come se il cervello avesse conservato tutto in un cassetto per poi riaprirlo al momento opportuno. La
tensione nella sua voce iniziava a far scattare degli allarmi riaccendendo l’ansia.
Perché Evan si era mostrato tanto preoccupato? Dopotutto, mi aveva tratto in salvo, perché
allora parlava come se non fosse finita? Come se non fossi del tutto fuori pericolo? Pensava forse che
non si trattasse di un semplice incidente? La probabilità che il conducente del camion avesse cercato
d’investirmi di proposito mi sembrava assurda. Si era trattato di un terribile incidente, una tragedia
sfiorata. Evan mi aveva sottratto a una morte certa. Allora perché tutta quell’apprensione nei miei
riguardi? Cosa sarebbe potuto accadermi ancora?
Un leggero spostamento d’aria sul viso mi fece accapponare la pelle, facendomi desiderare di
aver chiuso le finestre. Quando percepii il profumo di Evan, mi sollevai istintivamente dal divano,
sorprendendomi nel trovare il salone completamente vuoto. Mi sollevai per controllare le finestre oltre
la spalliera, ma entrambe le vetrate erano chiuse. Respirai a fondo, lasciando che i polmoni si
riempissero di quel profumo. Non avevo dubbi su a chi appartenesse. Non dopo averlo sentito così da
vicino. In quel momento era talmente forte da farmi dubitare dei miei stessi sensi, come se Evan fossi lì
e i miei occhi mi stessero ingannando impedendomi di vederlo. In un gesto involontario, afferrai un
lembo della mia maglietta e lo annusai, chiedendomi se i miei vestiti avessero assorbito il suo odore.
Ma il profumo non proveniva da me. Riempiva l’aria, come se fosse dappertutto.
«Stai meglio?»
Trasalii alla voce di Evan provenire dalle mie spalle.
Mi girai di scatto e lo trovai dietro di me, nel punto esatto in cui ero sicura di aver appena
controllato.
«Evan...» Lo spavento mi fece sfuggire un gemito. «Mi hai fatto prendere un colpo!»
«Scusa, non volevo spaventarti. Ne hai già avute abbastanza per oggi.» Si avvicinò al divano.
«C-come hai fatto a entrare?» gli domandai, stordita.
«Dalla porta...» I suoi occhi vacillarono, come se lui si fosse tradito. «Ti avevo detto che sarei
tornato», replicò, come se la risposta fosse ovvia.
Deglutii, in preda al panico. «La porta era chiusa a chiave, Evan», dissi con la voce spezzata,
mentre percepivo agitarsi un nuovo sentimento in me: un istinto di sopravvivenza rimasto nascosto
chissà dove e per quanto tempo.
«Ti sbagli», negò, tentando di sembrare convincente, «ti avevo detto di chiuderla a chiave, è
vero, ma evidentemente eri troppo scossa, per ricordartene.» Mi fissò, cercando di farmi ricredere, ma
io sapevo come era andata.
«Sono più che sicura di averla chiusa», insistetti, imponendomi con lo sguardo.
«Andiamo!» Evan prese posto al mio fianco sul divano. «Tremavi ancora quando ti ho fatta
scendere dalle mie braccia, sicuramente avrai creduto di chiuderla, ma non puoi esserne certa.» I suoi
occhi mi fissarono con una strana concentrazione, come se stessero cercando nei miei una via per la
coercizione.
Poi si impose di sorridere, ma io ero riuscita a cogliere la sua esitazione. «Gemma...»
Un battito secco del mio cuore perse il ritmo, come se per un istante la sua voce di velluto nero
fosse riuscita a penetrare le mie difese.
«Hai subito un trauma», proseguì, sfiorandomi dolcemente la fronte. Un impulso incontrollato
mi costrinse a ritrarmi al suo tocco, sorpresa di scoprire che il cerchio che mi attanagliava la testa
scaturiva proprio da quel punto. «Ti fa male?» La sua voce era diventata premurosa.
«Solo un po’», mentii, contraendo le labbra. In realtà dalla fronte il dolore si irradiava in
cerchio incendiandomi il cranio. Ero perfettamente consapevole che Evan aveva lasciato cadere il
discorso di proposito e che non si trattava della prima volta, ma non volevo insistere e dargli
l’impressione di voler saper più di quanto mi era concesso. Rischiavo di apparire ingrata, dopotutto
Evan mi aveva salvato la vita.
«Hai bisogno di riposare. È stata un’esperienza traumatica, per te. Deve essere stata dura
trovarti di fronte alla morte.»
«Posso farti una domanda?»
Evan si stupì della prontezza con cui lo avevo interrotto senza curarmi di rispondergli,
probabilmente intimorito dalla mia richiesta. O forse dalla risposta che avrebbe dovuto negarmi. Avevo
capito ormai da tempo che c’era qualcosa in Evan che non mi era concesso sapere. E il mio istinto mi
suggeriva che sarebbe stato meglio non saperlo.
«Perché Ginevra ce l’ha tanto con me?» La semplicità della mia domanda lo sorprese.
«Nessuno ce l’ha con te, Gemma», replicò lasciando trasparire il suo sollievo.
Cosa aveva temuto gli chiedessi?
«Allora perché era così arrabbiata, nel bosco?» insistetti, certa di conoscere la risposta.
Avevo la certezza che la sua rabbia fosse dettata dalla gelosia. Ginevra mi aveva di certo
sorpresa di tanto in tanto a fissare di nascosto il suo ragazzo. Per non parlare delle premure che lui mi
riservava o del modo in cui la sua voce si addolciva solo per me. Di certo Ginevra doveva essersene
accorta, ma mi temeva a tal punto da scatenare il suo istinto omicida? Solo l’idea mi faceva sorridere.
Io ero così insignificante rispetto a lei.
«Era in collera con me, non con te», mi rassicurò Evan, velandosi di un’improvvisa tristezza.
«Tu non hai nessuna colpa, Gemma.»
Mi ritrovavo a trasalire di nascosto ogni volta che pronunciava il mio nome, avvolgendolo
nell’incantesimo della sua voce. «Lei voleva che mi lasciassi alla mia sorte.»
Evan vacillò, come se avessi centrato il punto, ma non riuscivo a credere che Ginevra potesse
essere in grado di una simile crudeltà. Avrebbe davvero preferito liberarsi letteralmente di me?
Rappresentavo una tale minaccia per lei?
«Non è come pensi.» Per un istante, mi sembrò che Evan avesse risposto ai miei pensieri. «Non
puoi capire. E io non posso spiegarti. È complicato.»
«Tu provaci», lo incoraggiai.
«È escluso.» La sua voce risuonò perentoria. «Non posso farlo.»
Richiusi la bocca, scoraggiata dall’autorità con cui si era espresso e lasciai che il silenzio ci
separasse.
23
CONFIDENZE
Avevo la sensazione di conoscere Evan da sempre, ora più che mai. L’incidente ci aveva
avvicinati. Mi trovavo sola in casa con lui, seduta sul divano fianco a fianco, eppure mi sentivo
insolitamente a mio agio. Un livello di sintonia che sentivo di non aver mai raggiunto nemmeno con
Peter. Mio malgrado, mi costrinsi a ricordare che la sensazione che provavo apparteneva a me e a me
soltanto. Evan era legato a Ginevra.
«Adesso cerca di riposare», suggerì lui in tono premuroso, accarezzandomi i capelli. Non ero
sicura se la stanza girasse per via del colpo alla testa o se fosse la sua mano a stordirmi ogni volta che
mi toccava. «Devo sistemare alcune cose. Poi, tornerò da te.» Evan si sollevò dal divano.
«Evan...» Non ero riuscita a frenare l’impulso di chiamarlo, la voce mi era uscita in un
singhiozzo spezzato. Non volevo che se ne andasse, ma non avevo idea di come trattenerlo. «Devi
proprio andare?» gli domandai con sincerità, sorprendendomi della mia audacia.
«È necessario.» Fissava il pavimento, come se qualcosa lo turbasse. Quando risollevò lo
sguardo, trovò il mio ad aspettarlo. «Non devi avere paura. Non sarai sola. Adesso devi riposare.»
Pronunciò le ultime parole sprofondando gli occhi nei miei. Quasi fosse un ultimo tentativo di
coercizione. Eppure mi sentivo improvvisamente così stanca, che quando la porta si richiuse alle spalle
di Evan le palpebre trovarono la strada verso l’incoscienza.
Provavo un profondo senso di pace. Come se stessi nuotando in un mare di serenità languida,
morbida, che mi cullava in un letto di armonia. Eppure il sonno non mi aveva rapita del tutto dalla
realtà. Mi trovavo in uno strano limbo a metà tra i due mondi. Mi sentivo perfettamente consapevole di
trovarmi sdraiata sul divano e sentivo i caldi raggi del sole, sempre più alti e penetranti, filtrare
attraverso la finestra e riscaldarmi la pelle. Li avvertivo su ogni parte di me, come un torpore liquido
che mi riempiva, anche se lo avvertivo maggiormente sulla testa e sulla caviglia indolenzita, ma
probabilmente doveva essere il dolore a darmi quell’impressione.
Non ricordavo di aver mai provato una tale sensazione di benessere in tutta la mia vita.
Mio malgrado, il brusco rumore di una porta che si chiudeva sullo stipite mi strappò a quel
languore.
Riconobbi i passi affrettati di mia madre nel corridoio.
«Mamma, sei tornata!» Sollevai il busto appena in tempo per vederla trasalire alla mia voce.
«Tesoro, che ci fai a casa così presto?» mi domandò con aria preoccupata.
«È una storia lunga, mamma, sono sicura che ti annoieresti...» la rassicurai. Non ero certa di
avere un aspetto presentabile, non avevo ancora avuto il tempo di guardarmi allo specchio e incespicai
nelle parole rendendomi improvvisamente conto che avrei dovuto giustificare la ferita alla testa.
D’istinto mi portai la mano alla fronte, per esaminare l’entità del taglio da cui proveniva quel dolore
insopportabile. Ma, prima che le mie dita mi toccassero, scoprii che il dolore era scomparso,
stupendomi del senso di leggerezza che improvvisamente mi copriva la testa.
Non avevo più alcun cerchio, nessun dolore. Il bruciore era del tutto svanito.
Mi tastai la fronte con le dita, confusa nel trovare la pelle liscia, priva della ferita che ero certa
di avere. In tutti i casi, non avrei potuto nascondere il dolore alla caviglia quando mi sarei alzata
zoppicando, e non potevo di certo rimanere seduta su quel divano tutto il giorno. Avrei per forza
dovuto inventare qualcosa. Una scusa che giustificasse quella storta.
«A che ora passa a prenderti Peter?» La sua voce mi giunse dalla cucina.
Peter? Non ricordavo di avere appuntamento con Peter...
«Sono passata in lavanderia a ritirare il tuo vestito. Sarai bellissima stasera, scricciolo...»
Le pupille si dilatarono lentamente, spinte dallo sgomento. Mi sollevai di scatto e tirai fuori il
diario dallo zaino per sapere che giorno fosse.
21 aprile. Ballo di primavera.
Richiusi la bocca che si era spalancata, allibita dall’entità della mia disconnessione con il
mondo.
Il ballo! Come avevo potuto dimenticarmene?
Il ballo della nostra scuola si teneva sempre il 15 maggio, ma quell’anno era stato anticipato al
21 aprile. Possibile che fosse quella la ragione per cui mi era sfuggito? O aveva ragione Jenna e mi ero
totalmente estraniata? Ancora peggio, come avrei fatto ad andare al ballo, in quelle condizioni? Non
potevo dare buca a Peter all’ultimo momento e deluderlo un’ennesima volta, ma non volevo nemmeno
trascorrere la serata immobilizzata in un angolo della sala, mentre tutti si divertivano tranne Peter. Non
gli sarei certo stata di compagnia con la caviglia fratturata.
Cercai il cellulare nelle tasche, ricordando con orrore la fine che aveva fatto. Mi sollevai dal
divano e raggiunsi a grandi falcate il telefono, soffermandomi a guardare la cornetta, sbigottita, nel
momento in cui mi ero resa conto di quanto in fretta fossi riuscita a raggiungerla.
Sollevai il piede dal pavimento, ruotando la caviglia cautamente mentre la osservavo, sempre
più confusa.
Il dolore era scomparso.
«Tutto okay?» Mia madre mi stava fissando, perplessa.
«Più che okay», risposi, sbalordita. Ero guarita.
Come avevo fatto a guarire?
Non c’era più alcuna traccia su di me di quell’orribile incidente. Nessun residuo. Possibile che
avessi sognato tutto? Non riuscivo più a fidarmi nemmeno dei miei ricordi ormai.
Ancora frastornata, digitai il numero di Peter per confermare il nostro appuntamento. Anche se
quello del ballo era un accordo prestabilito tra me e Peter sin dalle elementari, non ne avevamo più
parlato di recente.
Il telefono squillò solo due volte, prima che Peter rispondesse.
«Peter», esclamai nel sentire la sua voce.
«Ehi, Gemma! Dove diavolo sei finita? Le lezioni sono appena terminate, pensavo di trovarti a
scuola oggi... dobbiamo metterci d’accordo per stasera. Te ne sei dimenticata?!»
«Io... Ehm... Sì... lo so...» Lanciai un’occhiata furtiva alle mie spalle, dove mia madre fingeva
distrattamente di non interessarsi alla conversazione. «È una storia lunga, ti spiego più tardi. È sempre
valido il tuo invito, giusto?» gli domandai, improvvisamente incerta se gli ultimi avvenimenti avessero
potuto cambiare qualcosa nel nostro tacito accordo, nel nostro rapporto o nelle nostre abitudini.
«Certo! Perché non dovrebbe?» La serenità nella sua voce bastò a dissipare i miei timori.
Ogni anno, io e Peter partecipavamo al ballo sempre insieme. Avevamo stipulato un accordo,
un patto suggellato ai tempi delle elementari, quando eravamo solo bambini. Fino a quel momento lo
avevamo sempre rispettato e persino a scuola si aspettavano tutti di vederci insieme, al punto che
nessuno perdeva mai tempo a invitarci ormai da anni.
«Passo a prenderti alle sette.» Peter sembrava avere fretta.
«Okay, a più tardi allora», lo assecondai chiudendo la conversazione. Mi chiedevo se fosse
ancora convinto di quella storia su Evan.
Evan...
Per un istante, mi lasciai sopraffare dall’idea di come sarebbe stato se quell’anno avesse fatto
eccezione. Se per la prima volta avessi potuto sperare in un invito diverso da quello di Peter. Un invito
vero. Ma sapevo che quella proposta non sarebbe mai arrivata.
Non ero nemmeno certa che Evan si sarebbe presentato al ballo e, in ogni caso, avrebbe senza
dubbio accompagnato Ginevra. Dovevo farmene una ragione. Era lei la sua ragazza. Non io. Perché
non riusciva a entrarmi nella testa?
Davvero ero ancora gelosa di lei?
«Allora? A che ora passerà Peter?» Mia madre fremeva d’entusiasmo.
«Alle sette», replicai distrattamente, rassegnata. «E papà a che ora torna? Non posso pranzare
tardi, ho un sacco di cose da fare prima di prepararmi», le mentii. In realtà, volevo solo stendermi sul
mio letto e rimanere sola per un po’ per analizzare quell’assurda giornata.
Nell’aiutare mia madre a preparare il pranzo, mi rendevo conto pian piano di quanto mi sentissi
in forma, come se indossassi una pelle nuova. Come quando da bambina sgattaiolavo di continuo sugli
alberi, con l’energia di uno scoiattolo. Era stato a quei tempi che mi ero guadagnata il nomignolo
«scricciolo». Non ricordavo da quanto tempo non mi sentissi così bene fisicamente, nonostante
mentalmente fossi ancora un po’ provata dall’intensità di quella mattinata.
In fondo avevo guardato la morte dritta negli occhi.
Mi costrinsi a reprimere quel pensiero agghiacciante, per evitare che mia madre si accorgesse
del mio turbamento.
Il timer del forno ci informò che il polpettone con patate era già pronto, proprio mentre mio
padre inseriva la chiave nella serratura dell’ingresso.
«Tempismo perfetto», mi lasciai sfuggire. Nell’incrociare i loro volti mi colpì la
consapevolezza di cosa avevo rischiato di perdere quel giorno.
«Come mai a casa?» domandò lui in fretta.
«Avevo mal di testa. Sono tornata a letto, stamattina. Ho provato ad alzarmi e uscire, ma
proprio non ce l’ho fatta e sono tornata indietro.» Odiavo mentire. È naturale provare repulsione per
qualcosa che non si è in grado di fare. Difficilmente le storie che inventavo si rivelavano credibili e in
genere riuscivo sempre a tradirmi, in un modo o nell’altro. Non ero tagliata per i segreti. Eppure non
avevo altra scelta.
«A tavola, voi due. Gemma, vedi di mangiarlo tutto. Non si sa mai quando riuscirai a mangiare
qualcosa questa sera», mi redarguì, conoscendo la mia avversione per il polpettone.
Nonostante tutto, l’insolita energia che mi fluiva nelle vene mi provocava una fame insaziabile,
tale da suscitare lo stupore di mia madre quando pulii il piatto ancor prima di mio padre.
Dopo una doccia calda, mi gettai sul letto con le cuffie nelle orecchie, sigillando il mondo
all’esterno e perdendomi a occhi chiusi tra le note di James Blunt. D’un tratto, nel buio, avvertii sulla
pelle l’intensità di una presenza nella stanza. Aprii gli occhi e trasalii, sorpresa nel vedere Jenna
accanto al mio letto.
«Ehi!»
«Ehi! Ho bussato, ma tu non hai risposto, così ho pensato di entrare.»
«Jenna! Che ci fai qui?» mi lasciai sfuggire, rendendomi conto solo dopo della scortesia velata
nelle mie parole.
«Ciao anche a te! Spero non ti dispiaccia che sia passata», si scusò sollevando le spalle, «volevo
parlartene a scuola, ma tu non sei venuta. Stai forse male? Sei per caso contagiosa?» Indietreggiò,
valutando lo stato della mia salute.
«No. Sono solo... sono solo un po’ stanca. Di cosa volevi parlarmi?»
La mia domanda le riaccese gli occhi, illuminandole il viso di un sorriso mozzafiato. «Stai a
sentire, ho avuto un’idea fantastica! E non puoi assolutamente rifiutare!» D’un tratto si era
materializzata una borsetta tra le sue mani che evidentemente aveva nascosto dietro la schiena fino a
quel momento.
Cercai di comunicarle con gli occhi la mia riluttanza, ma Jenna ignorò completamente
l’espressione che traspariva dal mio volto e si sedette sul letto mentre io incrociavo le gambe sotto le
ginocchia. «Senti il piano!»
«Sono tutt’orecchie», mi lasciai sfuggire con una nota di sarcasmo.
«Stasera c’è il ballo.» Fissò gli occhi nei miei, per accertarsi che seguissi ogni parola.
«Vero», annuii abbassando la testa.
«E tu devi essere bellissima. Mi occuperò io di te!»
«Jenna», cominciai, sperando di dissuaderla.
«Non dire niente. Tu lascia. Fare. A me.»
«Aspetta-aspetta-aspetta. Cosa’hai in mente? Di che piano stavi parlando?» le chiesi,
terrorizzata dalla sua espressione.
Jenna si limitò a folgorarmi con uno dei suoi sorrisi e mi pilotò fino alla sedia della scrivania
tirandomi i capelli all’indietro, nonostante non le avessi ancora dato il mio consenso. «Non c’è tempo
per le domande. Devo prima metterti questa. Sta’ ferma così.»
Mi sfuggì un gemito mentre Jenna mi frizionava il viso ricoprendolo di una sostanza lattiginosa.
«Jenna, che stai facendo?» provai a chiederle, ma le sue mani sulle mie guance mi impedirono di
pronunciare la frase con chiarezza, facendomi storpiare le parole.
«Faccio di te una principessa, tesoro.» Per qualche strana ragione, più che di una promessa il
suo aveva l’aria di un avvertimento.
«Tu non verrai al ballo?» le domandai mentre cospargeva abilmente del trucco sul mio volto.
«Stai scherzando?!» L’assurdità della mia domanda la costrinse a fermarsi e a guardarmi negli
occhi «Pensi che potrei mai mancare? Non me lo perderei per niente al mondo!»
«Chi ti accompagna?» le chiesi, pentendomi all’istante per la velocità con cui avevo aperto
bocca.
Ero certa che Jenna lo avesse ripetuto centinaia di volte senza ottenere la mia attenzione e
altrettanto certa di essere l’unica, in tutta la scuola, a essermi lasciata sfuggire un particolare tanto
importante. Il problema era solo mio, che ultimamente non riuscivo mai a concentrarmi su nessun altro
che non fosse Evan.
«Tranquilla, so a cosa stai pensando. Non te lo avevo ancora detto», sorrise, soddisfatta per
avermi colta in fallo. «A ogni modo l’ho chiesto a Brandon.»
L’ho chiesto. Ci avrei scommesso.
«Tu ci vai con Peter», affermò, «ma vorresti andarci con qualcun altro.» Mi guardò di sottecchi,
mentre io trasalivo al suo acume, fissandola come se l’avessi sorpresa a frugare nel mio diario. Jenna
era piuttosto perspicace, dovevo concederglielo. «Non guardarmi così! Sono io l’esperta in questo
campo... non ci vuole molto a fare un po’ di conti.» Sollevò le spalle, l’aria compiaciuta.
«È davvero così evidente?» le domandai, infastidita di essere tanto facile da leggere.
«Solo per me, tranquilla. Che mi dici di Peter?»
«Non so più come gestirlo, non era mai stato così geloso», mi costrinsi ad ammettere.
«Solo perché non ti eri mai interessata a qualcuno veramente. Perché credi che sia qui? Gemma,
ti conosco praticamente da quando siamo nate e non ti ho mai vista interessarti a qualcuno. Sono anni
che aspetto questo momento e di certo non ce lo faremo scappare. Stasera sarai bellissima, vedrai che
nessuno potrà resisterti.» Fissò gli occhi nei miei, sollevando un sopracciglio.
«Peccato che l’unico che mi interessi abbia già qualcun’altra; hai dimenticato Ginevra.»
Pronunciai il suo nome con reverenziale disprezzo.
«Io dico che ti sbagli. Fidati. Ho visto come ti guarda. Gli occhi sono il mezzo attraverso cui
decidi il legame che vuoi stabilire con una persona. Se soffermi i tuoi occhi su qualcuno per più di
qualche istante, le permetti di guardarti dentro e legarsi a te. È come se gli aprissi il tuo cuore. Se devo
essere sincera, sono anche un po’ gelosa.»
«Gelosa tu? Di me?» Non riuscivo a credere che l’avesse detto. «Ma se sei la regina indiscussa
della scuola! Sono io a essere gelosa di te. Ho sempre invidiato la tua sicurezza.»
«Vedi, è proprio questo che ti rende irresistibile. Tu sei bellissima, Gemma. Come fai a non
accorgertene?»
Mi sfuggì un gemito, un misto tra sorpresa e disapprovazione. «Già, infatti! Tanto per
cominciare non ho mai avuto un ragazzo... a parte Dereck McCullagan, ma quello non credo che
conti.»
«Solo perché sei tu che non ne hai mai voluto uno. I ragazzi hanno bisogno di essere
incoraggiati, anche solo attraverso uno sguardo. Altrimenti non si faranno mai avanti. Credi davvero
che nessuno si sia mai interessato a te? Come fai a non esserti accorta delle occhiate che ti lanciano?
Sei così bella che a volte penso che tu li intimidisca.»
«Cosa?! Stai scherzando? Okay, smettila di prendermi in giro, non è affatto divertente...»
«Peter è pazzo di te! Almeno di lui dovresti esserti accorta, data la vostra amicizia viscerale.»
Okay, forse non mi sarei accorta nemmeno di Peter, se mia madre non me lo avesse fatto notare.
Possibile che avesse ragione? Non riuscivo a credere che dicesse sul serio. Avevo l’impressione di aver
vissuto su un altro pianeta, per tutto questo tempo.
«Per te è più facile. Tu sei così sicura di te stessa... Quando vuoi qualcuno, ti basta allungare la
mano e prenderlo. Non letteralmente, ovvio.»
«È proprio questo il punto. L’interesse che i ragazzi nutrono per me è puramente superficiale.
Credi che non lo sappia? Non c’è mai qualcuno che si interessi veramente a me, a come sono dentro.
Mentre se tu decidessi di concedere le tue attenzioni a qualcuno ne rapiresti il cuore. Per questo non
lascio avvicinare mai nessuno veramente. Non posso permettermi di innamorarmi, perché so quello che
i ragazzi cercano in me. So quello che vedono quando guardano il mio corpo. Il modo in cui ti guarda
Evan invece...» aggiunse, velando la sua felicità per me con un filo di tristezza che traspariva dal suo
sguardo, nonostante il suo evidente tentativo di reprimerlo.
«Tu perché ci stai allora?» le domandai, sconcertata dalla sua consapevolezza.
«Almeno così posso convincermi di essere io a voler usare loro. È per questo che non mi lego
mai a nessuno, mi evito la delusione di scoprire che in realtà alla fine non erano realmente interessati.»
«Jenna, questo non puoi saperlo! Sono tutti pazzi di te, magari c’è qualcuno che potrebbe essere
quello giusto e tu non te ne accorgi, solo perché hai paura di scottarti. Non privarti di questa possibilità!
Anche Brandon è pazzo di te dalle elementari. E non per le ragioni che credi tu. Okay, forse un
pochino», ammisi, mordendomi il labbro. «Dico solo che non puoi saperlo se non fai almeno un
tentativo.»
«Non dispiacerti, non è poi così male. È gratificante e a me sta bene così. Almeno per ora. Forse
quando arriverà quello giusto lo capirò, nessun altro mi avrà prima di allora.»
«Ero convinta che Evan piacesse anche a te...» le confessai lanciandole un’occhiata indagatrice.
Lei strinse le labbra, nascondendo un sorriso furbo e dolce al tempo stesso. «È affascinante, lo
ammetto, ma non mi metterei mai contro di te.»
Aprii la bocca, allibita. «Non dici sul serio.» Sollevai un sopracciglio, perché non riuscivo a
credere che lo pensasse davvero.
«E poi ti confesso che certe volte mi fa un po’ paura. C’è qualcosa di diverso in lui, di
misterioso. Il suo è un fascino oscuro, come se dietro il sorriso sexy si nascondesse il Principe delle
Tenebre. A volte mi mette i brividi. Dovresti vedere come guarda Peter! In alcuni momenti ho la
sensazione che potrebbe ucciderlo con un solo sguardo, ma che si trattenga dal farlo.»
Deglutii. Anch’io avevo percepito quelle vibrazioni, ma era come se una parte di me si
ostinasse a ignorarle.
Jenna addolcì la voce e mi resi conto che mi stava fissando. «Poi però mi accorgo di come
guarda te e confesso che non sono mai stata tanto invidiosa di qualcuno.» Sentii un tenue calore
riscaldarmi lentamente la pelle. «Sono più che convinta di quello che dico, nessuno mi ha mai guardata
come Evan guarda te. Lui ti desidera, Gemma. Ne sono sicura... È te che vuole.»
«Non sa nemmeno che esisto», mi sfuggì, in un rantolo di amarezza.
Eppure, dall’effetto che le parole di Jenna avevano suscitato in me, scoprii che esisteva una
piccola parte, nascosta in fondo al cuore, che ancora lo sperava. Ma io sapevo quello che avevo visto
quel pomeriggio nel giardino di Evan. Era Jenna a non esserne al corrente, per questo continuava a
spingermi verso di lui. Stranamente, lasciai che lo credesse. Forse volevo lasciare un po’ di spazio a
quella piccola speranza che Jenna continuava ad alimentare.
«Vorrei poterlo credere», le risposi mentre mi passava un pennello sulle guance.
«Ecco fatto!» Jenna si sollevò a contemplare il suo lavoro da lontano, l’espressione soddisfatta.
«Perfetto! Meglio di quanto immaginassi!»
«Fammi vedere.» Provai a sollevarmi dalla sedia, ma Jenna mi bloccò per le spalle.
«Niente fretta. Il lavoro non è ancora finito. Credi che un artista mostri le sue opere a lavoro
incompiuto?» mi schernì, divertita dalle sue stesse parole. In fondo non era poi così male trascorrere
del tempo insieme a lei. Era passato così tanto tempo, dall’ultima volta... «Ecco, prendi. Indossa il
vestito, così possiamo passare ai capelli.» Mi sentivo una bambola in balia di una bambina
impertinente. «... e stai lontana dallo specchio.» Jenna mi lanciò il suo avvertimento prima che potessi
sbirciare il mio riflesso.
La assecondai, seguendo le sue istruzioni con rassegnazione. Indossai il vestito amaranto,
facendo attenzione a non rovinare il trucco – non ero abituata a portare quella roba sul viso –, poi la
raggiunsi incrociando il suo sguardo silenzioso.
«Jen, qualcosa non va? Ho per caso rovinato il trucco?» Mi portai le mani sul viso, alla sua
espressione indecifrabile.
«Oh, mio Dio. Questo vestito è... perfetto. Non ho parole.»
«Questo mi riesce davvero difficile crederlo», la schernii guardandola di sottecchi.
Adoravo quell’abito, lo avevo scelto direttamente dalla vetrina di un negozio ancora prima di
conoscere il tema del ballo. «Red Carpet, una serata a Hollywood.» Alla fine si era rivelato
incredibilmente adatto per l’occasione.
Il rosso si addiceva perfettamente al colore scuro dei miei capelli e alla carnagione ancora
chiara, anche se in estate si sarebbe abbronzata in fretta. La scollatura sul davanti si intrecciava a
formare una sorta di fiocco e il tessuto ricadeva morbidamente sui fianchi, rigonfiandosi appena sopra
le ginocchia.
«Che disastro! Hai un nido, sulla testa! Offri rifugio agli scoiattoli o cosa?»
Risi, anche se non ero certa che stesse scherzando. «I miei capelli non sono così male! Sono
solo un po’ fuori posto.»
I suoi genitori erano parrucchieri, avevano un salone in centro, e i capelli di Jenna erano sempre
in ordine, al contrario dei miei. Erano un po’ mossi, arricciati sulle punte, ma nulla di così disastroso.
«Fortuna che sono venuta. Non so come avresti fatto, altrimenti.»
«Già, proprio una bella fortuna», la presi in giro, sorridendo.
Jenna mi aiutò con la sedia, perché il vestito non si sgualcisse.
Per un istante pensai di condividere con lei quello che mi stava succedendo e approfittare
dell’intimità che si era ricreata dopo tempo. Sentivo che se non mi fossi liberata di un po’ di quel peso
avrei finito per perdere la testa.
Quando le sue mani iniziarono a muoversi tra i miei capelli, le mie labbra si schiusero senza il
mio consenso. «Sai, mi è... mi è successa una cosa strana, oggi.» Sentivo l’esigenza di sfogarmi con
qualcuno o rischiavo di impazzire e in quel momento Jenna mi sembrava la persona più adatta. «Ha a
che fare con il motivo per cui non sono venuta a scuola», proseguii, ancora incerta.
«Hai deciso di farmi impazzire? Non tenermi sulle spine, mi conosci o no?! Lo sai quanto io sia
impaziente! Racconta!» mi incitò, senza sforzarsi di trattenere la sua curiosità.
«Ero uscita di casa per andare a scuola, quando un camion mi è venuto addosso.»
Le sue mani si fermarono sui miei capelli. Inclinai lievemente la testa e vidi il rossore lasciare il
suo volto, lasciandolo tremendamente pallido.
«È stato Evan a salvarmi», le rivelai, improvvisamente sopraffatta dall’emozione.
Per qualche ragione, un istinto sconosciuto mi intimò di non proseguire.
«Cosa?! Mi stai prendendo in giro?»
«Come credi che possa scherzare su una cosa del genere?!» Avvertivo ancora il gelo sulla pelle,
al ricordo della morte che mi era passata accanto.
«Wow! È una cosa così romantica!»
«Romantica?! Ti ho appena detto che stavo per finire sotto un camion!» replicai, sbigottita. «E
poi c’era anche Ginevra con lui.»
«Ma è sempre tra i piedi?!» esclamò, seccata, facendomi trattenere una risata.
«È la sua ragazza, Jen!»
Perché Jenna non riusciva mai a ricordarsene?
«Oh! Sei gelosa! Ti sei innamorata!» Probabilmente si era accorta del rossore sulle mie
orecchie.
«Cosa? No! È solo che... sento questa attrazione incredibile, da quando l’ho incontrato la prima
volta. Non riesco a pensare ad altro, come un’ossessione. È cambiato qualcosa, in me. Non mi sento più
la stessa...»
«Si chiama amore.» Jenna era sicura di sé, ma io parlavo di tutt’altro e forse lo stavo
realizzando per la prima volta. Era un sentimento nuovo, ma allo stesso tempo... familiare. Era come se
Evan avesse risvegliato una parte sepolta dentro di me.
«E poi hai visto lo strano tatuaggio che ha sul braccio? Chissà cosa vuol dire... Sono quasi
sicura che sia una scritta, forse è proprio il nome di Ginevra!» dissi, ma in realtà volevo solo che Jenna
smentisse quell’ipotesi. Lei lo aveva osservato così sfacciatamente che doveva per forza aver decifrato
il significato di quella scritta.
«Tatuaggio? Non so di cosa stia parlando. Evan non ha nessun tatuaggio sul braccio, lo saprei
se fosse così. Hai anche le visioni, adesso? Sei proprio messa male...» mi prese in giro, e io trasalii,
sbigottita.
Come poteva affermarlo con tanta sicurezza? Io lo avevo visto bene...
«Non essere così tesa. Stasera Evan avrà occhi solo per te. Fidati, sei irresistibile. Anzi vedi di
stare lontana dal mio Brandon», mi avvertì con una punta di ironia. «Ancora questa ciocca e... fatto.
Adesso sei pronta!» Mi fece roteare sulla sedia e si zittì improvvisamente.
«Come sto?»
Jenna mi tirò per mano verso lo specchio. «Guarda tu stessa.»
Sollevai lo sguardo per osservare il mio riflesso e trattenni il fiato per lo stupore.
«Mio Dio, sembri davvero una principessa, Gemma.»
Sollevai una mano e mi sfiorai uno zigomo, sorpresa per ciò che Jenna era riuscita a fare sulla
mia pelle.
Il trucco era talmente leggero da notarsi appena, ma bastava a conferire agli occhi una nuova
luce, mettendoli in risalto. Le labbra erano velate da un accenno di colore, mentre i capelli ricadevano
in onde morbide sulle spalle, lasciando che qualche ciocca raccolta scoprisse il viso.
«Sono senza parole, Jeneane. Sei riuscita a fare un miracolo», le confessai, ancora stupita da
quanto la mia immagine riflessa sullo specchio apparisse diversa da quella cui ero abituata.
«Quale miracolo! Io ho solo evidenziato quello che c’era già; la parte più importante l’hai
messa tu, non essere modesta», mi rimproverò affettuosamente.
«Davvero, non so come ringraziarti.»
«Un modo ci sarebbe... lasciandomi scappare altrimenti non farò in tempo!» urlò direttamente
dalla porta, dopo aver raccolto frettolosamente tutte le sue cose.
«Grazie!» gridai prima che scomparisse.
Jenna mi fece l’occhiolino riapparendo dalla porta. «Io ho fatto la mia parte, ora tocca a te.
Buona fortuna.»
«Jenna!» Un impulso mi costrinse a trattenerla prima che richiudesse la porta. «Non raccontare
a nessuno quello che ti ho detto, per favore.»
Jenna mi sorrise, l’espressione complice. Non avevo idea del perché avvertissi il bisogno di
nascondere ciò che era successo, ma qualcosa mi suggeriva che nemmeno io conoscevo tutte le
risposte.
24
INTIMIDAZIONI
Era trascorsa poco più di un’ora da quando Jenna aveva lasciato la mia stanza. L’orologio
segnava le 18:45, ricordandomi che Peter sarebbe arrivato da un momento all’altro.
Il campanello suonò prima di quanto pensassi, costringendomi a infilarmi le ballerine e a
precipitarmi giù dalle scale, per scoprire che Peter si trovava già sulla soglia dell’ingresso.
Lo stupore gli si leggeva in volto mentre mi fissava con un’aria piacevolmente turbata e mia
madre sbirciava di sottecchi la sua reazione, compiaciuta. Peter non era abituato a vedermi così
elegante. O probabilmente qualcosa era cambiato, in lui, dall’ultima volta in cui era successo.
«Wow...» esclamò, senza sforzarsi di celare la sua sorpresa. «Sono senza parole. Che ne hai
fatto della mia Gemma?»
Lo sguardo di mia madre guizzò sul mio per un istante e un filo di imbarazzo vibrò nell’aria. Le
guance di Peter si arrossarono nello stesso istante in cui lui si rese conto del modo affettuoso in cui
aveva insinuato che ero sua.
Lo urtai per la spalla nel tentativo di spezzare la tensione, mentre mia madre scattava le sue foto
rubate con la mia reflex.
«Sembra assurdo, ma anch’io riesco a essere femminile, ogni tanto! Andiamo» – lo trascinai per
le spalle, tirando un lembo della sua giacca nera – «... o faremo tardi.»
Se non fossi stata ossessionata da Evan, quella sera avrei trovato Peter affascinante. Nemmeno
io ero abituata a vederlo in abito scuro, anche se ai piedi indossava delle scarpe da ginnastica e la sua
camicia era troppo fuori dai pantaloni, per potersi definire elegante. Nonostante tutto, il mio metro di
paragone si era abituato a uno standard troppo alto, per lasciarmi affascinare da lui.
«Arrivederci, Mrs Bloom!» Peter si trattenne con una mano allo stipite della porta, mentre si
lasciava trascinare.
«Divertitevi!» Mia madre dovette urlarci il suo saluto oltre il vialetto, mentre Peter avviava il
motore dell’auto che aveva noleggiato.
Il viaggio per raggiungere la scuola mi sembrò interminabile; di tanto in tanto, lanciavo
occhiate fuori dal finestrino per assicurarmi che Peter non avesse intrapreso un tragitto più lungo.
Non era la prima volta che andavo al ballo insieme a lui, ma di certo era la prima occasione in
cui mi ritrovavo a preoccuparmi per le sue aspettative. Mi sentivo terribilmente a disagio in
quell’angusto abitacolo, che dava l’impressione di essere più stretto di quanto non fosse in realtà, quasi
incapace di contenere l’intensità della tensione che emanavano i nostri corpi.
Riuscivo a leggere con chiarezza le speranze che Peter nutriva per quella serata e la
consapevolezza di non poterle soddisfare rischiò di sopraffarmi. Sentivo di aver perso il mio migliore
amico.
«Non era necessario... voglio dire... potevi prendere l’auto di tuo padre...» balbettai per spezzare
la tensione, «come l’anno scorso.»
«Non stasera», replicò lasciando trasparire le sue aspettative per la serata. «Sei davvero molto
elegante.»
Mi morsi il labbro inferiore, fermandomi in fretta nel sentire lo strano sapore del lucidalabbra
che le velava. «Anche tu», ricambiai, imbarazzata. «Che fine ha fatto la tua cravatta?»
Il sorriso di Peter si sciolse, mentre mi lanciava un’occhiata di traverso. «Io non porto le
cravatte!» esclamò sbuffando, schernendo se stesso.
Ringraziai tacitamente il cielo quando l’auto si fermò nel posteggio della scuola. Non mi
sentivo in grado di gestire quel nuovo rapporto in cui, mio malgrado, iniziava a sconfinare la nostra
amicizia.
Peter si affrettò ad aprirmi la portiera dell’auto e mi offrì la sua mano per aiutarmi a scendere.
Per quanto il suo tocco fosse confortevole e familiare, riuscivo a pensare solo a Evan mentre
procedevamo verso la palestra, trasformata in sala da ballo per l’occasione.
La porta venne aperta da dei ragazzi nerboruti in abito nero incaricati di controllare i biglietti e
la luce calda che proveniva dall’interno della sala mi costrinse a sollevare lo sguardo dal tappeto rosso
che era stato steso all’ingresso e percorreva tutta la stanza. Un’ansia improvvisa rischiò di sopraffarmi.
Mi imposi di trattenere l’aria nei polmoni, respirando profondamente mentre il cuore vacillava nel suo
battito, al pensiero di rivedere Evan.
C’era solo Evan nella mia testa e morivo dalla voglia di lui.
Dopo aver respirato a fondo, oltrepassai la porta. La stanza era così elegantemente allestita che
non riuscivo a credere si trattasse della palestra. I tanto familiari colori della nostra scuola, il blu e il
giallo che ogni giorno si inseguivano sulle pareti, adesso si notavano appena, coperti da onde di velluto
rosso che, scendendo dal soffitto, ripercorrevano l’intero perimetro della sala. Dal tetto pendeva un
enorme lampadario interamente ricoperto da gocce di cristallo che brillavano riflettendo la luce. Mentre
un lungo tappeto rosso, regale e maestoso, attraversava l’intera sala, offrendo una perfetta passerella su
cui sfilare per la foto ricordo.
Era ancora molto presto, ma la stanza era già ben affollata.
Il mio primo istinto fu di cercare il suo viso tra la folla. Con lo sguardo, passai in rassegna
l’intera stanza.
«Cerchi qualcuno?» Peter non tentò nemmeno di nascondere la vena di rimprovero nella sua
voce.
«Non cominciare, Pet.»
«Potrei dirti la stessa cosa. Sei qui con me, vedi di non dimenticarlo. Vado a cercare gli altri, ho
l’impressione che mi servirà qualcosa di più forte del punch, stasera. Magari mi ubriaco un po’, prima
di tornare, così riesco a fingere meglio che ti importi qualcosa...»
«Peter, non rovinare tutto, ti prego!»
«Non serve, ci stai già pensando tu.»
Peter si allontanò, lasciandomi basita. Quasi non lo riconoscevo. Lo seguii con lo sguardo e
incrociai quello glaciale di Ginevra, dall’altro lato della palestra.
Era impossibile non notarla: risplendeva come un faro acceso in piena notte. Una star in pieno
stile hollywoodiano. Si era attirata addosso gli occhi di tutti i presenti, persino le ragazze non
riuscivano a distogliere lo sguardo da lei e dalla luce che irradiava. Nessuno poteva biasimarli, Ginevra
lasciava senza fiato, avvolta nella stoffa come una sirena ammaliatrice. Il suo abito bianco perla,
sfrangettato, molto fine ed elegante, le conferiva le parvenze di un angelo sceso dalla luna. Il luccichio
con cui sfavillava tra la folla la faceva brillare come una cometa tra semplici stelle. Le balze le
ricadevano morbidamente sul corpo, stringendosi fin sopra il ginocchio e lasciando intravedere le
gambe alte e sensuali, mentre la parte posteriore dell’abito si allungava in una coda vaporosa, quasi
fosse una fenice argentea, anziché di fuoco. I capelli dorati le ricadevano sulle spalle in una miriade di
boccoli ondulati e brillanti, mentre al collo portava una collana vistosa, ma sottile, a forma di serpente,
che si annodava sul seno in modo minaccioso.
Per quanto mi sentissi elegante, quella sera, vedere Ginevra inflisse un duro colpo alla mia
autostima.
Incapace di risalire dal profondo senso di inadeguatezza in cui ero precipitata, mi avvicinai al
banco aperitivi, decisa ad annegare nel punch la mia delusione, insieme alla speranza che Evan avrebbe
avuto «occhi solo per me», come Jenna mi aveva assicurato.
Sconfortata da quella realtà, iniziai seriamente a considerare se non fosse il caso di rivalutare
l’interesse di Peter, di sicuro più alla mia portata. Evan era decisamente troppo, per me.
A dire il vero, era troppo per chiunque altra non fosse Ginevra.
Quando una piccola cerchia di persone che la affiancava si spostò, attraverso il varco che si aprì
trovai finalmente Evan e, di colpo, la luce che emanava Ginevra si attenuò, annientata dalla forza con
cui il suo fascino oscuro mi attirava a sé.
Sarebbe stato difficile non notarlo, quella sera. Anzitutto, Evan era l’unico a non indossare il
classico completo. Su un pantalone casual, che non faceva che renderlo ancora più attraente, indossava
una maglietta grigio scuro, con le maniche sollevate fino ai gomiti e il tatuaggio nero che spiccava sul
braccio. Ma non era di certo il suo abbigliamento a monopolizzare il mio interesse.
Eppure dovevo ammetterlo, erano perfetti, insieme, lui e Ginevra. La classica coppia da
invidiare.
Probabilmente qualcuno aveva corretto di nascosto il punch, perché d’un tratto iniziò a girarmi
la testa, o forse era il pensiero di loro due a confondermi. Non riuscivo ad accettarlo, mi sentivo
ridicola ad aver pensato che Evan potesse interessarsi a una qualunque come me. Io ero la secchiona
sempliciotta cui chiedere gli appunti, Evan era bello come un angelo.
Incapace di distogliere lo sguardo, approfittai della folla per fissarlo indisturbata, certa che tutta
quella gente gli avrebbe impedito di notarmi. Ginevra muoveva le labbra ininterrottamente, mentre
Evan la ascoltava con aria interessata, senza aprir bocca. A giudicare dalla sua espressione, le sue
parole in qualche modo lo infastidivano e lo divertivano al tempo stesso. Non riuscivo a distogliere gli
occhi dalla piega sensuale con cui le sue labbra s’increspavano verso l’alto e i suoi occhi si stringevano
in un modo così irresistibile e sexy...
Senza preavviso, Evan si girò di scatto a guardarmi, sorprendendomi a fissarlo, e il mio cuore
fece una capriola. Si era mosso così velocemente che non mi aveva lasciato il tempo di distogliere lo
sguardo.
I suoi occhi mi avevano inchiodata all’istante, come se sapessero perfettamente dove trovarmi,
eppure non si era ancora accorto di me, ne ero certa.
Senza alcun controllo, le mie labbra si strinsero goffamente, accennando un saluto. Di rimando,
Evan inclinò la testa, i suoi occhi fissi su di me, e un angolo della bocca si sollevò nel sorriso più
seducente che avessi mai visto.
Il suo sguardo era premuroso, come lo ricordavo, ma quella sensualità nel sorriso mi era del
tutto nuova e rischiò di farmi impazzire il cuore.
Nonostante la notevole distanza, i nostri occhi erano incollati gli uni agli altri. Era come se tutti
intorno a noi fossero scomparsi e un filo invisibile legasse il mio cuore al suo.
Ma la presenza di Ginevra era forte e riuscì a distrarmi dallo sguardo di Evan, richiamandomi a
sé. Riuscii a vederla con la coda dell’occhio, mentre ci fissava contrariata, alternando lo sguardo tra me
e lui, fino a quando, con occhi taglienti come lame, non spezzò il filo che ci univa, richiamando Evan
alla sua attenzione.
Quando lui, quasi costretto, distolse lo sguardo dal mio, tornai al mio punch, riempiendo il
bicchiere ancora vuoto che stringevo tra le mani. O forse ero stata io a svuotarlo? Non lo ricordavo più.
Non avevo più alcuna voglia di partecipare a quel ballo, le mie aspettative per la serata erano
già andate in fumo, ridotte a brandelli dallo sguardo intimidatorio di Ginevra. E io avevo distrutto
quelle di Peter. A proposito, chissà che fine aveva fatto? L’avevo completamente perso di vista.
Nessuno di noi due quella sera avrebbe avuto ciò che desiderava. In fondo al cuore, speravo che
almeno lui avesse trovato compagnia: la sala era piena di ragazze tirate a lucido che avrebbero fatto
carte false pur di stare con lui. Nessuna che lo meritasse. Forse una così nemmeno esisteva. Persino io
sentivo di non meritare le sue attenzioni.
«Ehi, bambolina!»
Una voce maschile, forte e arrogante, mi distolse da quei pensieri. Era vicina. Fin troppo, a dire
il vero. Era proprio alle mie spalle ma, distorta com’era dalla correzione che avevo annusato nel punch,
mi suonava poco familiare. Chiunque fosse doveva aver finito la bottiglia. Sollevai lo sguardo dal
tavolo e inclinai leggermente la testa, in ascolto, senza girarmi per paura di scontrarmi con lui.
Con la coda dell’occhio ne riconobbi i tratti. Spalle da nuotatore, chioma biondo cenere, occhi
furtivi e cerulei. Daryl Donovan. Il Re del Winter Carnival – la manifestazione sportiva che si svolgeva
ogni febbraio nella nostra scuola – nonché il campione della squadra di hockey.
E ce l’aveva con me.
Chiunque altra sarebbe stata lusingata dalle sue attenzioni, ma io combattevo tra il disprezzo per
la sua arroganza e il timore che Evan potesse vedermi insieme a lui e fraintendere.
Lo ignorai, abbassando lo sguardo sul tavolo che avevo di fronte, sperando che la mia
indifferenza lo allontanasse. Invece avvertii la sua presenza con più forza. Incombeva dietro di me
come un orso sulla preda. Era così vicino che riuscivo a sentirne l’alito pesante inzuppato d’alcol.
«Sei uno schianto, stasera», mi sussurrò direttamente nell’orecchio.
Il suo tono di voce voleva essere sensuale, ma causò l’effetto opposto, provocando un brivido di
ribrezzo che mi corse lungo le braccia. Sentii un conato di vomito salirmi su dallo stomaco per l’odore
nauseabondo.
Con orrore, scoprii che la mia indifferenza non faceva che divertirlo ed eccitarlo ancora di più.
Con ogni probabilità non era abituato al rifiuto. «Si può sapere dov’eri nascosta? Un bel fiorellino
come te attende solo di essere raccolto», sibilò avvicinandosi con il busto fino a sfiorarmi.
Sopraffatta dal disgusto per quel breve contatto, mi voltai, tentando di respingerlo con le mani,
ma era troppo pesante e la mia reazione non lo spostò di un millimetro. Anche se faticava a reggersi in
piedi per via dell’alcol, rimaneva troppo forte per me.
«Stammi lontano», gli intimai, inorridita.
«E dai!» insistette, divertito, continuando ad avvicinarsi. «Voglio solo divertirmi un po’ con te,
solo per stasera...»
Lo trovavo ripugnante. Diventava sempre più arrogante e sfacciato. Iniziai a temere che non
sarei riuscita a fermarlo.
Mi guardai intorno, cercando aiuto con lo sguardo, ma nessuno aveva l’aria di interessarsi a noi.
Urlare sarebbe stato inutile, la musica era troppo alta perché qualcuno mi sentisse. Era troppo grosso
per me e, se solo avesse voluto, avrebbe potuto trascinarmi via con la forza e nessuno avrebbe provato
a fermarlo. Nessuno avrebbe osato mettersi contro di lui. Daryl era un pezzo grosso a scuola, oltre che
un piantagrane. E il mio rifiuto non faceva che eccitarlo. Ne aveva fatto una sfida tra me e lui, lo
percepivo dallo scintillio nei suoi occhi.
Il panico iniziò a sopraffarmi. Tentai di nasconderglielo, ma dubitavo di poter cancellare il
terrore dal mio volto.
«Lo sai quante vorrebbero essere al tuo posto?» mi domandò irritato. Fremeva dall’eccitazione,
lo sentivo. Iniziava a perdere il controllo.
«Ti ho detto di lasciarmi stare!» gridai, in preda a uno sgomento crescente, con le lacrime che
premevano sugli occhi. Che fine aveva fatto Peter? Con la sua stazza non avrebbe faticato a sbarazzarsi
di Daryl.
«E dai... lasciati andare... lo so che lo vuoi anche tu. Ti prometto che non te ne pentirai»,
ansimò, con la voce rauca per l’eccitazione.
Sentii di essere alle strette, Daryl era sempre più vicino e i miei tentativi di allontanarlo erano
sempre più inutili. Indietreggiare oltre sarebbe stato impossibile. Mi sbarrava la strada con il suo corpo
robusto e possente, costringendomi con la schiena contro il tavolo.
«Non fare la difficile», ansimò, alitandomi sul volto.
Stanco di aspettare il mio consenso, sollevò una mano in direzione del mio collo, ma i suoi
riflessi erano troppo lenti e la mano oscillò a mezz’aria, lasciandomi il tempo di intuire che voleva
afferrarmi la nuca e appoggiare le sue labbra bavose sulle mie.
Incapace di respingerlo, strinsi gli occhi, disgustata e rassegnata, ma non accadde nulla. Riaprii
gli occhi e il mio cuore perse un battito nel riconoscere il tatuaggio che si avviluppava sul braccio che
aveva fermato con decisione la mano di Daryl, un attimo prima che toccasse la mia pelle.
«Non. La. Toccare», ringhiò Evan, fermandomi il respiro, mentre stringeva ancora il polso di
Daryl, confuso dalla sua presenza. Lo sguardo di Evan ardeva come il fuoco e avevo l’impressione che
volesse incenerirlo.
«E tu chi saresti, il suo ragazzo?» chiese Daryl, irritato. L’alcol gli aveva impedito di cogliere
l’avvertimento nella sua voce.
Quella supposizione allentò per un solo istante i lineamenti induriti dalla collera di Evan,
mentre i suoi occhi guizzavano veloci verso i miei. Un solo, unico istante in cui i nostri sguardi si
scambiarono il tacito desiderio che li opprimeva. Per un momento, la sfumatura di calore che mi aveva
trasmesso aveva quasi concesso un po’ di spazio alla speranza che anche lui mi ricambiasse.
E, per un attimo, forse per il modo in cui mi proteggeva ogni volta che avevo bisogno di lui o
forse perché lo desideravo con tutta me stessa, solo per quell’unico, breve istante, lo sentii come fosse
mio. Io ero già sua da sempre, ma lui non lo avrebbe mai saputo.
Poi la sua espressione ritornò sanguinaria, come se lottasse contro l’istinto di ucciderlo.
«Credimi.» Evan sfoderò mezzo sorriso accattivante, lo sguardo incendiato sempre su Daryl.
«Sono uno con cui è meglio non avere a che fare», lo avvertì digrignando i denti. «Allontanati da lei.»
Il ringhio autoritario di Evan risuonò come un ordine, ma Daryl avrebbe fatto meglio a coglierlo come
un avvertimento.
Nonostante la sua stessa intimazione, Evan gli stringeva il polso con una forza tale che Daryl
non poteva muoversi. Ero certa che, se Evan avesse continuato a stringerlo, gli avrebbe spezzato il
polso. Avevo quasi l’impressione di poter sentire le sue ossa scricchiolare, come se le stesse
stritolando, anche se Daryl non lasciava trasparire alcun dolore dal suo volto orgoglioso. L’espressione
era sconcertata, come se non sapesse più dove si trovasse. Probabilmente Daryl era sorpreso che quel
ragazzo non solo avesse osato sfidarlo, ma non avesse alcuna intenzione di allentare la presa,
indugiando con lo sguardo affilato su di lui, pronto a tagliarlo in qualsiasi istante, come un puma che
punta la sua preda prima di avventarsi su di lei e distruggerla.
Guardai Evan per suggerirgli che bastava, mentre i suoi occhi scuri, stretti, fissavano ancora
quelli di Daryl, e fui sopraffatta dalla sensazione di sprofondare in un pozzo oscuro, sotto ipnosi,
mentre un’insolita sfumatura li attraversava, impercettibile e dorata. L’espressione di Daryl mutò
radicalmente, come se si fosse risvegliato dalla sbornia in quello stesso istante e, finalmente lucido,
fosse riuscito a cogliere la minaccia negli occhi di Evan. Lo sguardo di Daryl improvvisamente era
terrorizzato. Come spaventato da una conversazione avvenuta solo tra loro, cui non avevo assistito.
«Okay, amico, lasciami andare.»
Non riuscivo a credere alla paura che graffiava la voce tremante di Daryl, mentre pregava Evan.
Di Daryl Donovan.
Solo allora Evan allentò bruscamente la presa e Daryl indietreggiò senza voltarsi, girandosi solo
dopo essersi assicurato una notevole distanza di vantaggio.
Vedendolo sparire tra la folla, mi concessi un sospiro di sollievo.
Il viso di Evan si distese, sfoderando un sorriso rasserenante.
«Tutto okay?» domandò, con voce incredibilmente premurosa.
«Credo di sì», replicai, ancora scossa dalla sua presenza.
Neanche il terrore dell’attimo precedente aveva accelerato il mio battito come l’emozione che
mi aveva travolto al suo sorriso.
Avevo visto due aspetti differenti di Evan, quel giorno. Totalmente opposti.
Duro e autoritario con gli altri. Dolce e premuroso solo con me.
La sua espressione mutava totalmente quando si rivolgeva a me. Neanche verso Ginevra era
così... protettivo. Quel pensiero mi sciolse il cuore.
La musica ritmata e sfrenata, che un attimo prima si ripercuoteva sulle pareti, di colpo si era
smorzata affievolendosi in un motivo più dolce, che non avevo mai sentito prima di allora.
«Non vedo il tuo cavaliere...» Lo sguardo seducente di Evan, fisso sul mio, mi fece vacillare.
«Ti ho sottratto da quel brutto tipo, non merito almeno una richiesta, in cambio?»
La sua domanda mi lasciò perplessa. Non riuscivo a immaginare cosa potesse chiedermi, ma la
risposta arrivò prima che gliela chiedessi e mi fermò il cuore.
«Potrei avere la tua mano per un ballo?» sussurrò, offrendomi la sua senza distogliere lo
sguardo da me nemmeno per un istante. Sguardo nero e seducente, in cui leggevo la promessa di luoghi
proibiti e inaccessibili a chiunque altro. Sguardo in cui sapevo di potermi perdere.
Prima che il cervello elaborasse una risposta, la mia mano si mosse seguendo un impulso di
pura emozione e si posò delicatamente sul suo palmo.
Con l’intensità di un dardo infuocato, una scossa mi attraversò il corpo al contatto con la sua
pelle.
Chissà per quanto e quanto intensamente avevo desiderato e sognato quel momento, ma
l’imbarazzo mi pietrificava, impedendomi di avvicinarmi a lui.
Percepivo l’elettricità nell’aria, come se il mio corpo fosse magneticamente attratto dal suo, ma,
ogni volta che tentavo di riempire quello spazio, una scossa mi trafiggeva come un fulmine.
Un’attrazione, talmente forte che avrebbe potuto mandare in blackout l’intera città.
Le luci si erano abbassate, divenendo soffuse e di un colore ambrato, come se provenissero da
candele.
Evan stringeva la mia mano nella sua, mentre i nostri corpi ondeggiavano al ritmo di quella
musica evanescente e le note di un violino vibravano nell’aria dipingendo un motivo triste, intenso e
disperato, eppure incredibilmente dolce.
«Non ho mai sentito questa canzone», mi insinuai tra le note di quell’armonia, spezzando un
silenzio in cui in realtà mi sentivo perfettamente a mio agio. Era come se quella canzone riuscisse a
penetrarmi. Come se fosse lui stesso la canzone. Affascinante, oscura e misteriosa al tempo stesso. Era
dentro di me, la sentivo.
«Ti piace davvero?» I suoi occhi, stretti, mi sorrisero in un modo indecifrabile.
«La trovo bellissima. Sai di chi è?»
«È nostra», replicò dolcemente. «Questa è la nostra canzone», ribadì con lo sguardo più dolce
che avessi mai visto. Appoggiai l’altra mano sul suo petto, per dissipare il turbamento provocato dalle
sue parole; avevo l’impressione che Evan mi fissasse con più insistenza del solito. Incapace di
sostenere il suo sguardo, mi soffermai sulla piastrina che portava al collo, che mi faceva arrossire ogni
volta che indugiavo nel fissarla. Doveva essere importante, se non la toglieva mai.
Evan mi cingeva la schiena con delicatezza, muovendosi come un cavaliere d’altri tempi.
Avvertivo i suoi occhi su di me, ma non avevo abbastanza coraggio per affrontarli. Non da quella
distanza, era troppo vicino. Sentivo che se solo avessi sollevato lo sguardo mi sarei persa per sempre in
lui e nei suoi occhi profondi e scuri come l’universo. D’un tratto il tocco morbido della sua mano
divenne più fermo e con un movimento fluido ma deciso mi attirò a sé, mentre io trattenevo il respiro
per l’emozione. Avvertii il sangue affluirmi alla testa, provocando un’ondata di vertigine, e sollevai lo
sguardo per incrociare il suo.
Ogni parte del suo corpo toccava il mio e gli occhi mi scioglievano come miele sul fuoco. La
mano in cui custodiva la mia si strinse più forte, quasi come se anche lui fosse travolto dalle stesse
sensazioni.
Mi sentivo ubriaca di quelle emozioni, totalmente derubata dell’autocontrollo; unicamente in
balia della dolcezza del suo sguardo. Uno stato febbrile da cui non volevo guarire.
Ogni battito del mio cuore mi portava verso di lui.
Ogni particella di me gli apparteneva.
Avvertivo il suo calore attraverso i vestiti. No.
Ero io, che stavo bruciando.
Abbassai per un istante lo sguardo, soffermandomi sulle sue labbra piene e magnetiche.
Sentivo il sangue ribollirmi nelle vene al desiderio di sentirle sulle mie.
Stasera mi hai davvero tolto il fiato.
Sentii la sua voce pervadermi come un sussurro, avvolgendomi come velluto nero.
Stordita, lo guardai negli occhi sorridenti, cercando di capire come avesse fatto. Avevo sentito
la sua voce sussurrarmi nelle orecchie, ma le sue labbra non si erano mosse. Ne avevo la certezza
perché le stavo fissando. La mia ossessione per lui mi confondeva a tal punto?
Davvero era il mio desiderio di sentire quelle parole ad averle formulate nella mia testa?
In risposta al mio turbamento, sul suo viso apparve un leggero sorriso rassicurante.
Avvertii il bisogno impellente di dire qualcosa, se non altro per distrarmi dal pensiero di
mordergli le labbra. Non ero più certa di possedere il controllo sulle mie azioni.
«Non ti ho ancora ringraziato per oggi. È la seconda volta che mi salvi la vita.»
«Stai ballando con me, è sufficiente a ripagarmi», replicò senza esitare, sfoderando un sorriso
seducente.
«Per favore, non guardarmi così...» lo implorai, con il cuore in gola per il suo sguardo caldo
costantemente su di me. Le parole erano sfuggite al mio controllo.
«Perché?» replicò con un sorriso scaltro e una rughetta sotto gli occhi che riuscì a sciogliermi
più della sua voce. Cosa avrei potuto dirgli, che rischiava di farmi impazzire?
D’impulso, quella piccola parte di me incline all’autolesionismo mi portò a distrarmi da lui.
Poco più in là, Peter ci stava osservando, lo sguardo furioso e rassegnato al tempo stesso. Tracannò ciò
che restava della sua bevanda senza togliermi gli occhi di dosso. Serrò il pugno e il bicchiere di carta si
piegò nella sua mano. Mi fissò per un ultimo istante, quasi volesse dirmi addio, e poi si dileguò tra la
folla. Avrei voluto fermarlo, però sentivo che era quello il mio posto, con Evan.
Ma poi sollevai di nuovo lo sguardo e incrociai quello di Ginevra, che ci osservava da lontano,
l’espressione furiosa.
Il posto di Evan, mio malgrado, non era con me.
Mi pentii di essermi fatta distrarre da loro, lasciando ai sensi di colpa lo spazio per riemergere:
dal piccolo mondo magico in cui ci eravamo rifugiati, eravamo tornati alla realtà, ed era stata solo
colpa mia. La tristezza rischiò di sopraffarmi.
«Ginevra ti aspetta», mormorai, affranta, indicandola con un cenno della testa.
Le labbra di Evan si incresparono verso l’alto, come se mi stesse deridendo per qualcosa di cui
solo lui era a conoscenza. Era il sorriso più sensuale che avessi mai visto e per un attimo riuscì a
stordirmi. Mi trattenne a sé, quasi volesse impedirmi di scappare. Mi sfiorò lievemente la spalla
inseguendola con lo sguardo mentre, con una dolcezza insostenibile, mi spostava i capelli dal collo. Poi
la sua bocca si avvicinò al mio orecchio, fino a sfiorarlo. «Non me ne importa niente di Ginevra, non
l’hai ancora capito?» mi sussurrò dolcemente.
Deglutii, rabbrividendo al suo respiro caldo sulla mia pelle, mentre un torpore languido mi
pervadeva fino a farmi sciogliere. Stavolta ero certa che fosse stato lui a parlare. Quel lieve soffio
delicato era una garanzia. Non ricordavo più le volte in cui avevo desiderato di sentir pronunciare
quelle parole dalle sue labbra.
Le nostre fronti si erano avvicinate, fino a sfiorarsi a ogni respiro. Percepire il contatto del suo
corpo mi faceva tremare, riportandomi nel mio sogno.
«È con te che vorrei stare», sussurrò con un filo di voce. «Se solo potessi scegliere...»
Come un incantesimo divenuto condanna, avvertii il cuore infrangersi in fondo al petto. Cercai
di colpo il suo sguardo, in cerca di risposte, ma la tristezza di cui si era rivestito spense il mio respiro.
«Non puoi?» gli domandai, delusa, in un impulso che non ero riuscita a trattenere. «È per
Ginevra?»
Evan appoggiò la fronte alla mia e strinse gli occhi, vinto da quel nuovo sentimento.
Non riuscivo a capire: perché quel cambiamento d’umore improvviso? Cosa lo turbava adesso?
«Ginevra non c’entra. Non esiste un mondo in cui possiamo stare insieme, Gemma.»
Il suo rifiuto mi trafisse come una lastra di ghiaccio.
Alle parole che avevo tanto atteso, aveva accostato le uniche che non avrei mai voluto sentire.
«Perché?» gli domandai, a metà tra confusione e sgomento. Se Ginevra non era un problema,
cosa gli impediva di stare con me?
«Io non... non posso spiegarti, mi dispiace», disse con voce spezzata, improvvisamente incapace
di guardarmi negli occhi. «È complicato.» La sua fronte tornò ad appoggiarsi alla mia, lo sguardo
afflitto da una rinuncia dolorosa. «Dio solo sa quanto lo vorrei, ma non posso.»
L’intensità delle sue emozioni mi trascinò nel ricordo del mio sogno. Avevo l’impressione di
aver già vissuto quella scena, mentre Evan stringeva gli occhi evitando di guardarmi. E non mi piaceva
affatto il modo in cui andava a finire.
«Non puoi dirmi che mi vuoi e lasciarmi così», sussurrai, disperata, con la fronte ancora
appoggiata alla sua, sforzandomi di tenere stretto il nodo in gola per impedire alle lacrime di uscire.
Avevo desiderato quella confessione da troppo tempo perché rinunciassi a lui dopo aver
scoperto che mi desiderava con la mia stessa intensità.
Di colpo la sua mascella si irrigidì e qualcosa nell’espressione mutò radicalmente. Il suo
sguardo mi impietrì come cemento mentre i suoi occhi, intensi fino a un istante prima, si riempivano di
veleno scuro. Era come se si fosse perso a metà strada. Il suo sguardo fissava il vuoto, ma avevo
l’impressione che si stesse concentrando su tutt’altro, dando ascolto a sensi che ignoravo. Inclinò il
viso, tendendo le orecchie, come se fosse in ascolto di qualcosa.
Ginevra apparve all’improvviso, accostandosi a Evan con fare agitato. «È qui.» La solennità
delle sue parole riuscì a penetrare il mio velo di sicurezza, facendomi trasalire.
«Lo so», le rispose lui, deciso, abbassando il volto. Dal suo sguardo di pietra trapelava una
preoccupazione incontenibile. Non lo avevo mai visto così intenso e nero, nemmeno quando stavo per
essere investita. Per la prima volta era scesa una nuova sfumatura a velarlo. Paura.
«Che facciamo?» Ginevra lo fissava da vicino, in preda all’agitazione.
Evan strinse i pugni e contrasse ancora più forte la mascella.
«Devo portarla via di qui», affermò risoluto.
«Che succede?» mi inserii, ansiosa, del tutto esclusa dalla loro conversazione.
Ma nessuno dei due mi prestò attenzione. Era come se fossi diventata invisibile.
«Torno tra un attimo», la avvertì Evan, lo sguardo tenebroso che perlustrava la stanza con
preoccupazione. «Me ne occupo io. Tu pensa a lei. Non-perderla-di vista», le ordinò severo.
Ginevra acconsentì senza discutere, annuendo con un cenno della testa, mentre io mi ero persa a
metà strada. Non riuscivo a decifrare cosa volesse dire.
Perché doveva essere sempre tutto così confuso e complicato, quando si trattava di Evan?
All’improvviso, lui afferrò il mio volto, fissando gli occhi nei miei con un’intensità senza pari,
come se fosse sul punto di baciarmi. «Devi fidarti di me», bisbigliò, rispondendo ai miei dubbi.
Sentii il corpo pietrificarsi mentre lo osservavo allontanarsi velocemente tra la folla.
25
RESA DEI CONTI
Evan si era allontanato lasciandomi da sola con Ginevra, il che bastava a farmi rabbrividire.
La tensione tra di noi era palpabile, non mi ero mai trovata da sola con lei e quella circostanza
rendeva tutto più bizzarro.
«Non c’è tempo per le spiegazioni.» Il suo avvertimento mi lasciò stordita, quasi fosse un
rimprovero glaciale ai miei pensieri. «Devi venire con me», mi ordinò afferrandomi la mano prima che
potessi contraddirla. Quando le sue dita si strinsero tra le mie, avvertii una strana scossa pervadermi.
Una connessione potente e familiare. Come se, a quel tocco, il mio sangue si fosse mescolato con il
suo. Una sensazione talmente forte che fui costretta a ritrarre d’impeto la mano, mentre Ginevra si
girava a fissarmi, come se avesse percepito la stessa energia. «Non c’è tempo», mi redarguì, severa.
Il panico rischiava di travolgermi. Cosa diavolo stava succedendo? Perché Ginevra continuava
a trascinarmi per la sala da ballo? E perché le permettevo di farlo?
Nel profondo conoscevo la risposta. Evan mi aveva chiesto di fidarmi di lui e sapevo che, per
farlo, era necessario che la seguissi.
Mentre scivolavamo silenziose tra la folla, come pesci controcorrente, un rumore stridente e
acuto, simile allo scintillio di cavi elettrici, mi incendiò il cuore. La mia testa saettò in cerca della fonte
di quel suono, nonostante Ginevra continuasse a strattonarmi per impedirmi di rallentare il passo. Il
mio sguardo fu abbastanza veloce da riuscire a scorgere le miriadi di scintille blu e rosse che
scoppiettavano dalle enormi casse d’amplificazione dell’audio, come fuochi d’artificio, mentre la folla
iniziava ad agitarsi in preda al panico. La luce prese a lampeggiare, poi si spense di colpo, lasciando
l’intera sala al buio più fitto, in un crescendo di voci allarmate. Doveva essersi trattato di un corto
circuito.
Ginevra si arrestò di colpo, serrando la mia mano nella sua. Il buio mi impediva di vederla
mentre, in quell’oscurità, le urla della gente mi confondevano.
«Attenta!» gridò.
Poi accadde tutto molto velocemente, senza lasciarmi il tempo di reagire. La sua mano lasciò la
presa sulla mia e qualcosa mi strattonò con forza, come se un giocatore di football mi avesse
improvvisamente placcato. Per un attimo, non sentii più il pavimento sotto i piedi. Poi arrivò il boato.
Assordante. Il rumore acuto e agghiacciante di migliaia di bicchieri scaraventati contro la parete.
Dapprima quella spinta non mi era sembrata così forte, ma poi arrivò il dolore acuto a serrarmi
il braccio, mentre mi accorgevo che il pavimento era fin troppo vicino e che io mi trovavo a terra.
La luce azzurrognola d’emergenza illuminò la stanza, scatenando un crescente brusio tra la
folla.
Cercai Ginevra con lo sguardo, stordita dalla confusione che si era creata nella stanza, e rimasi
sbigottita nel trovarla all’altro lato della sala, a parecchi metri di distanza. Come aveva fatto a
spingermi così forte? E perché?
Confusa e impaurita, mi guardai intorno e il sangue mi si gelò nelle vene.
Miriadi di schegge di vetro ricoprivano l’intero pavimento della palestra. Osservai con
sgomento alcuni miei compagni di corso trattenersi il sangue che colava loro dalle braccia, mentre
qualcun altro si stringeva le ferite sulle gambe, i pantaloni lacerati dalle schegge acuminate. Ma il mio
cuore si raggrinzì solo quando attraversai la stanza con lo sguardo e, ai piedi di Ginevra, scoprii lo
scheletro dell’enorme lampadario, che fino a poco prima aveva illuminato la stanza, riverso a terra, in
frantumi. Impallidii violentemente mentre delle scosse mi sferzavano le braccia nel rendermi conto che
Ginevra mi aveva appena salvato la vita. Mi aveva spinto via dalla traiettoria del lampadario,
abbastanza lontano da impedire alle schegge di raggiungermi, anche se non avevo ancora capito come
ci fosse riuscita.
Un’immane distanza ci divideva, ma il mio sguardo terrorizzato si era legato al suo, cancellando
tutto il resto. Le ginocchia mi tremarono, minacciando di non reggere il peso, ma Ginevra attraversò la
stanza a grandi falcate, imponendomi di rimettermi in piedi con una durezza senza pari, con lo sguardo
che non tradiva alcuna emozione, come se indossasse una maschera di cera. «Non c’è tempo per i
ringraziamenti», mi redarguì, senza curarsi del turbamento che ancora mi scuoteva. «Dobbiamo andare,
Gemma!» Riprese a trascinarmi, mentre io lottavo per non sprofondare in uno stato di incoscienza e
apatia.
Avevo la sensazione di aver ingoiato delle schegge, per quanto mi sentivo la gola secca e priva
di salivazione. Non riuscivo a spiegarmi cosa stesse succedendo, ma avevo l’impressione si trattasse di
qualcosa di più spaventoso di un corto circuito. Qualcosa che aveva messo Evan e Ginevra in allarme.
Qualcosa che aveva a che fare con me. Ma avevo la certezza che non avrei ottenuto alcuna risposta da
Ginevra. Avrei dovuto conservare le mie domande per Evan. Lui doveva darmi una spiegazione.
Anziché uscire dall’ingresso della palestra, Ginevra mi trascinò nel corridoio, che aveva un’aria
sinistra e inquietante, come mai prima di allora. Il discontinuo lampeggiare delle luci al neon non
faceva che aumentare la mia tensione. Avevo l’agghiacciante sensazione di trovarmi in uno dei film
dell’orrore che Peter mi costringeva spesso a vedere. L’ambiguo comportamento di Evan e Ginevra, i
loro sguardi terrorizzati e soprattutto il non capire cosa stesse succedendo contribuivano ad accrescere
il mio terrore, mentre attraversavamo con passi svelti il lungo corridoio della scuola.
«Okay, devi dirmi che sta succedendo», mi imposi, ma la voce mi tremò tradendo il mio
turbamento.
«Dobbiamo uscire di qui. Non riuscirà a tenerlo a bada per molto!» Ginevra non si curò di
velare la sua preoccupazione, dando maggior sfogo all’agitazione che mi stringeva il petto. La luce
tetra della luna si spandeva oltre le vetrate dell’ingresso, proiettando un alone spettrale lungo il
corridoio. Mi costrinsi ad accelerare il passo, consapevole che l’ingresso rappresentava la nostra unica
via di fuga, anche se ignoravo totalmente da chi o da cosa stessimo scappando. La forza con cui il
panico mi assalì nell’ultimo tratto del corridoio mi spinse a sciogliermi dalla presa ferrea con cui
Ginevra mi stringeva la mano e ad avventarmi sull’uscita. Mi scagliai contro la porta, spingendo con
forza il maniglione antipanico, mentre il mio, di panico, arrivava ormai fino alle stelle. Mentre
attraversavo la soglia in volo, mi girai di scatto verso Ginevra, che mi aveva quasi raggiunta, ma il suo
viso si pietrificò in una maschera di terrore.
«NO!!!» Il suo urlo squarciò il corridoio silenzioso, gli occhi fissi su qualcosa alle mie spalle.
Mi girai di scatto, ma la porta si richiuse violentemente, impedendo a Ginevra di uscire. Cercai
di riaprirla scuotendo violentemente la maniglia, ma sembrava essersi bloccata, lasciandomi fuori. Al
buio. Sola.
La fissai terrorizzata attraverso il vetro mentre colpivamo inutilmente il maniglione nel
tentativo di sbloccarlo.
«Scappa!» Il suo grido sgomento attraversò la porta. Ma, più che la sua voce, a spaventarmi fu
il suo sguardo glaciale, che si era perso nel vuoto oltre le mie spalle.
Mi voltai, terrorizzata, ma non trovai che l’oscurità ad aspettarmi, minacciosa.
Se si trattava di uno scherzo, non lo trovavo affatto divertente. Avrei creduto di trovarmi in un
episodio di Scare Tactics, se il mio istinto non mi avesse dato la certezza che il terrore di Ginevra era
autentico.
«Corri, Gemma! Scappa!»
La sua voce mi confondeva, gettandomi nel panico.
Mi costrinsi ad allontanarmi dalla porta, ma le gambe si erano atrofizzate per la paura che mi
pietrificava rendendomi un tutt’uno con il cemento. Non riuscivo a spiegarmi perché ci fosse così poca
luce, il corto circuito doveva aver fatto saltare la corrente in tutto l’isolato. Non sapevo cosa fare, ma
un arcaico istinto mi suggeriva di dare ascolto a Ginevra, formicolando sotto pelle.
Qualcosa si mosse, tra gli alberi. Qualcosa di sinistro e inquietante.
Continuavo a ripetermi che fosse tutto troppo assurdo per essere reale, mentre i miei occhi
cercavano di abituarsi al buio pesto di quella notte.
Una sagoma scura sfrecciò da un lato all’altro della strada, congelandomi il cuore con artigli di
ghiaccio. Persino il respiro si rifiutò di far rumore, minacciando di soffocarmi.
In uno spasmo di terrore, costrinsi gli arti a muoversi e allontanarsi da quell’edificio, mentre lo
sguardo di Ginevra mi fissava sempre più spaventato. Affranto per non potermi essere d’aiuto.
Correvo senza meta, ascoltando nel silenzio il mio respiro affannato, mentre il rumore dei miei
passi sull’asfalto riecheggiava nella strada, restituendomi un suono lugubre e inquietante. Volevo solo
allontanarmi da quel posto. Volevo solo scappare da quell’incubo.
Allo stremo delle forze, avvertii la necessità di fermarmi a riprendere fiato, appoggiando le
mani sulle ginocchia tremanti. I fari di un’auto si accesero di colpo, nel silenzio, abbagliandomi
completamente proprio quando avevo creduto di essere finalmente sola. Mi coprii d’istinto gli occhi
con la mano, stordita dal fascio di luce che puntava nella mia direzione, accecandomi come un coniglio
sull’asfalto.
Chi diavolo c’era in quell’auto? E perché ce l’aveva con me?
Il rombo del motore che si accendeva spezzò bruscamente quel silenzio tombale.
Chiunque ci fosse all’interno, aveva tutta l’intenzione di spaventarmi a morte. Come se non lo
fossi già abbastanza per conto mio.
Affondava il piede sull’acceleratore e poi lo ritraeva senza lasciare la frizione, ogni volta
sempre più aggressivo.
A ogni colpo sferrato sul pedale, il suono mi colpiva dritto al cuore. Speravo di risvegliarmi da
quell’incubo da un momento all’altro.
Sentivo il motore su di giri, ma solo quando avvertii lo stridio delle gomme sull’asfalto
compresi le sue vere intenzioni.
Chiunque guidasse quell’auto non voleva affatto spaventarmi.
Voleva uccidermi.
Due volte in un solo giorno. Iniziavo a pensare che la morte mi perseguitasse.
Le ruote giravano a vuoto, sempre più frenetiche.
L’odore della gomma bruciata mi giungeva fino alle narici. L’auto era sul punto di lanciarsi
verso di me, come una molla impazzita, ma, poco prima che il piede lasciasse la frizione, il suono acuto
degli pneumatici fu coperto da un rombo più feroce che proveniva da un’altra direzione. Mi voltai di
scatto e una moto nera sbucò ringhiando sulla strada mentre il mio cuore si scontrava contro il petto nel
riconoscerlo. Inchiodò con una derapata a un centimetro da me, strappandomi il respiro. Alzai lo
sguardo con il fiato spezzato.
«Sali!» mi ordinò Evan.
Mi aggrappai al suo braccio e balzai d’impulso sul sedile posteriore, senza esitare, proprio
mentre l’auto si lanciava su di noi, con la velocità di una freccia scagliata da un abile arciere.
Evan ruotò il polso sull’acceleratore e la moto partì impennando. Serrai le braccia attorno a lui
mentre sfrecciava sull’asfalto a una velocità disumana, nel tentativo di seminare l’auto. Avrei dovuto
essere terrorizzata, ma ogni paura si era eclissata nel momento in cui era apparso Evan. Mi sentivo
pervasa da una profonda sensazione di sicurezza e protezione.
Poi inclinai la testa verso l’auto e la riconobbi: una Viper sportiva rosso fiammante che avevo
visto spesso nel parcheggio della scuola. Avevo sentito alcuni ragazzi parlarne, ma non mi ero mai
interessata abbastanza per scoprire a chi appartenesse. Provai a guardare oltre il parabrezza dell’auto,
ma non riuscii a mettere a fuoco il volto del conducente.
In pochi secondi, Lake Placid era scomparsa alle nostre spalle insieme alle sue luci, proiettando
le nostre ombre sull’asfalto mentre sfrecciavamo su Old Military Road, in direzione di Saranac Lake,
seguiti a ruota dalla macchina impazzita.
Il cuore si ribellò nel petto quando l’auto fu sul punto di sfiorare il codone della moto, ma Evan
intuì in tempo le sue intenzioni e sferzò un colpo violento all’acceleratore. «Reggiti!» gridò nel vento
in un ruggito selvaggio.
Strinsi le ginocchia intorno a lui e lo abbracciai con tutte le mie forze. Evan accelerò ancora,
sollevando la ruota anteriore, guadagnando una notevole distanza dall’auto.
L’adrenalina toccò punte mai esplorate, un misto tra eccitazione e terrore. La sicurezza che mi
infondeva Evan riusciva a offuscare la paura permettendomi di scoprire che la velocità mi dava alla
testa, iniettando una scarica d’energia che mi sferzava tutto il corpo. Mi sentivo la piuma di una freccia
scagliata contro vento. L’aria mi schiacciava la faccia spettinandomi i capelli, che mi colpivano le
spalle come fruste. Ma, ancora con più eccitazione, percepivo il petto di Evan sotto le mie mani
contrarsi a ogni curva. Il tessuto leggero della maglietta che indossava mi permetteva di sentirne ogni
muscolo.
In un impulso che non ero riuscita a frenare, gli accarezzai gli addominali scolpiti, duri come
marmo. E il desiderio minacciò di travolgermi.
Per un istante, dimenticai le circostanze, cancellando tutto il resto. Evan mi desiderava e io ero
sulla sua moto, stretta a lui, immersa nel suo calore.
La vibrazione sul suo petto generata dalla sua voce mi distrasse da quel pensiero. Non ne
compresi le parole, ma riuscii a cogliere un’imprecazione per quell’auto che non si rassegnava.
Guardandolo da quella posizione, notai che la mascella si era irrigidita e il suo sguardo si faceva
sempre più infuriato. Qualcosa mi suggeriva che iniziava ad arrabbiarsi seriamente.
Il vento mi sferzava con violenza le mani. Come se avesse colto quel pensiero, d’un tratto la
mano sinistra di Evan lasciò il manubrio della moto e un attimo dopo ne sentii il calore sulla mia,
rabbrividendo a quel contrasto. Intrecciò le sue dita alle mie e mi strinse forte la mano, in un tacito
conforto. Un gesto che mi fece vibrare il cuore fino allo stomaco, per poi risalire, stordito.
Anche se le sue mani erano più esposte al vento rispetto alle mie, la sua pelle era molto più
calda.
Solo un istante dopo, Evan si irrigidì e tornò a stringere fermamente il manubrio con entrambe
le mani.
Sfrecciammo tra le luci di Saranac Lake, lasciando la città prima che me ne rendessi conto.
Mi sporsi leggermente per osservare la strada di fronte a noi, ma il vento mi mozzava il respiro.
Mi chiedevo come facesse Evan a respirare a quella velocità senza casco, eppure non sembrava avere
difficoltà. Riuscii a stento a tenere gli occhi aperti. Il percorso di fronte a noi si biforcava in due
direzioni: la prima, parallela a quella su cui viaggiavamo, costeggiava il bosco, l’altra, in discesa, si
allontanava dalla città.
Evan avanzava velocemente senza lasciar trapelare quale direzione intendesse prendere.
Allentò impercettibilmente la presa sull’acceleratore, lasciando che l’auto si avvicinasse, quasi
fino a raggiungerci. Intuii dalla determinazione del suo sguardo che aveva agito di proposito, ma il mio
istinto mi costrinse a serrare gli occhi e contrarre i muscoli quando quel bivio fu fin troppo vicino.
Solo all’ultimo istante, prima che la strada si spezzasse, Evan curvò bruscamente lo sterzo e
accelerò verso destra, slittando con la ruota posteriore e seminando l’auto, che, presa alla sprovvista,
aveva imboccato la strada opposta. Il cuore non riuscì a trattenere uno spasmo di gioia nel vedere la
strada sgombra dietro le mie spalle.
Ma qualcosa non andava, perché Evan era rimasto rigido, senza perdere la presa
sull’acceleratore.
Perché non si rilassava se l’auto non ci stava più seguendo?
Anche se il vento ostacolava ogni mio movimento, qualcosa mi indusse a girare la testa verso
destra e il sangue mi si gelò nelle vene.
C’era un’ombra nera di fianco a noi, che correva tra gli alberi. Un brivido sinistro mi fece
tremare, prendendosi ogni parte di me.
Non avevo idea di cosa fosse quella cosa. Di sicuro non era umana.
Al sibilo inferocito della moto si accostò un altro rombo.
Con sgomento, scoprii che si trattava ancora dell’auto, che sfrecciava tra gli alberi alla nostra
sinistra, sulla strada che si era ricongiunta alla nostra.
Il terrore mi fece tremare, inondandomi di scosse feroci. Chi poteva desiderare la mia morte
così intensamente?
Valutai in fretta le persone con cui avevo avuto a che fare di recente, stilando una lista mentale
di quelli che potevano avercela con me, ma niente mi poteva far pensare a un omicidio, non credevo
nessuno di loro capace di tanto. A parte...
I miei occhi divennero di ghiaccio. Daryl Donovan.
Possibile che avessi ferito il suo orgoglio così profondamente? Al punto di volermi uccidere?
Probabilmente era stata la reazione di Evan a farlo infuriare o forse era solo troppo ubriaco per
rendersi conto di ciò che stava facendo.
Evan accelerò ancora, facendo scodare la moto sull’asfalto, mentre l’auto non accennava alcun
segno di resa, sfrecciando tra gli alberi sul terreno sconnesso e roccioso. Azzardai un’occhiata sul
display della moto e mi mancò il respiro leggendo la velocità cui viaggiavamo, tagliando il vento come
frecce infuocate.
308 chilometri orari.
Com’era possibile che io riuscissi ancora a respirare a quella velocità?
E come faceva l’auto a mantenere il nostro passo?
Proprio quando mi girai a guardarla, quasi fosse una minaccia, l’auto sterzò bruscamente nella
nostra direzione, ad altissima velocità, ma due alberi le impedivano il passaggio, stringendosi fino a
trasformare la strada sterrata in un varco impossibile da oltrepassare. Invece di rallentare, l’auto ruggì
più forte, mentre entrambi gli specchietti si schiantavano contro i due alberi, schizzando per aria e
ricadendo sul terreno, strappati bruscamente con un colpo secco.
Superato quell’ostacolo, con uno stridio di gomme l’auto piombò sulla nostra carreggiata senza
perdere velocità e, derapando, riprese il suo inseguimento sfrenato.
Sentii nuovamente Evan imprecare. Riuscivo a percepire la sua tensione dal modo in cui
irrigidiva il petto.
Senza preavviso, la parte posteriore della moto slittò, ondeggiando sulla strada al colpo deciso
che Evan aveva inferto bruscamente all’acceleratore, imboccando una stradina nascosta. Ma nemmeno
la sua improvvisa manovra riuscì a seminare l’auto, che continuò a bruciare l’asfalto dietro di noi.
Sperai che Evan avesse un piano di riserva. Mi sporsi oltre la sua spalla per scoprire dove conduceva
quella strada e un panico incontenibile mi bloccò il respiro. D’istinto allentai la presa con cui mi
stringevo a lui, ma Evan mi afferrò pronto la mano prima che cadessi, stringendosela al petto per
intimarmi di reggermi più forte. Obbedii e chiusi gli occhi, chiedendomi quali intenzioni avesse dal
momento che il sentiero di fronte a noi terminava in un cumulo di macerie che si avvicinavano
inesorabilmente: enormi massi di cemento su cui stavamo per schiantarci. Trattenni il respiro, ma a
mezzo metro di distanza la moto derapò bruscamente in un testa-coda, inchiodando a un palmo dal
muro di cemento, talmente vicino che i sassi spinti via dalla frenata rimbalzarono su di me.
Provai a riprendere fiato, ma l’auto correva a tutto gas verso di noi e, con sgomento, mi resi
conto che eravamo con le spalle al muro. Completamente in trappola. Così ci avrebbe schiacciati! Ma
che diavolo aveva in mente Evan?
«Evan!» In preda al panico, lanciai un’occhiata terrorizzata al suo volto, ma scoprii che, al
contrario, lui non era affatto spaventato né tantomeno preoccupato. Tutt’altro. Brillava uno strano
fervore nei suoi occhi, come se quella sfida lo eccitasse.
«Andiamo.» Provai a concentrarmi, e tra le imprecazioni riuscii a decifrare il suo sibilo
minaccioso.
«Vieni a prenderla. Ancora un po’...» Il suo sguardo divenne sempre più affilato, mentre sulla
sua bocca si dipinse un sorriso lupesco. «Tieniti forte.» Un sussurro basso gli uscì direttamente dal
petto, facendo nascere in me un terribile sospetto. Non si trattava di un suggerimento. Era un
avvertimento.
Che intenzioni aveva? Il mio istinto mi suggerì che non avrei voluto saperlo. In ogni caso non
mi lasciò il tempo per chiederglielo. Con un calcio secco, colpì violentemente il pedale sinistro,
ingranando la marcia. Immediatamente, il suo polso destro ruotò con decisione e la moto scattò in
avanti, strattonandomi all’indietro.
La moto sfrecciò dritta in direzione dell’auto, acquistando all’istante una velocità incredibile,
mentre la distanza tra i due veicoli diminuiva inesorabilmente.
Per quanto mi fidassi di Evan, mi stava sottoponendo a una prova troppo dura perché non
battessi ciglio. Aveva deciso di ammazzarci? Mi strinsi forte a lui, mentre l’adrenalina mi impediva di
chiudere gli occhi. L’auto ci veniva incontro come un proiettile impazzito. Trattenni il respiro
contraendo tutti i muscoli del corpo per prepararmi all’impatto ma, all’ultimo secondo, Evan schiacciò
la frizione con un colpo deciso delle dita, prima di rilasciarla, ruotò completamente l’acceleratore e la
moto si impennò su una ruota un attimo prima dello scontro, saltando sul cofano basso della Viper con
uno schianto assordante. L’impatto duro della ruota che slittava sul parabrezza lasciò un solco fino al
tetto dell’auto.
Udii il rumore agghiacciante del vetro infrangibile piegarsi sotto la ruota posteriore. Pochi
istanti dopo, la moto atterrò sulla strada in perfetto equilibrio e, derapando, si bloccò bruscamente,
sollevando un’enorme nuvola di polvere. I miei polmoni cercarono spasmodicamente ossigeno, mentre
osservavamo l’auto impazzita che procedeva la sua corsa sfrenata, incapace di fermarsi. Tentò
inutilmente di deviare, per evitare il muro di fronte a sé, ma si schiantò contro lo spesso strato di
cemento.
L’urto aprì la portiera del guidatore, mostrando l’interno dell’abitacolo.
Il mio cuore si fermò di colpo. L’auto era vuota.
Al volante si scorgeva chiaramente l’airbag esploso, ma alla guida non c’era nessuno.
«Evan...» provai a tirar fuori le parole, ma dalla mia gola uscì un sibilo frastornato. Cosa
diavolo stava succedendo? Come aveva fatto l’auto a muoversi da sola? Avevo l’impressione che Evan
sapesse più di quanto volesse farmi credere. A quel punto ne ero certa, mi nascondeva qualcosa.
Non avevo più fiducia nei miei sensi, eppure non potevo negare quanto avevo appena visto con
i miei stessi occhi: l’abitacolo era vuoto. Avevo accettato che, da quando Evan si era insinuato con
prepotenza nella mia vita, succedessero cose strane. Avvenimenti insoliti, impossibili da spiegare o cui
probabilmente non avevo voluto dare importanza.
Su una cosa non avevo dubbi: c’era qualcosa in Evan, di sinistro e inquietante, che il mio istinto
aveva colto sin dal primo sguardo, ma cui il mio cuore si rifiutava di dare ascolto.
Un segreto oscuro e minaccioso.
Una parte di me, quella più istintiva, suggeriva cautela.
All’altra parte, quella cieca dell’amore per lui, bastava un suo sguardo per far tacere la prima.
Eppure non potevo continuare a ignorare ciò che mi accadeva intorno. Non potevo fingere di
non vedere la sfumatura tenebrosa che gli velava gli occhi.
Sentii un fremito di terrore attraversarmi le ossa.
Evan mi osservava di sottecchi mentre, fissando il sedile vuoto dell’auto, io lottavo per tenere
saldi i nervi che minacciavano di andare in pezzi e liberare tutta la tensione accumulata quella sera.
Qualcosa di oscuro si era insinuato da qualche tempo nella mia vita. E non avevo più intenzione
di ignorarlo.
Evan mi doveva delle spiegazioni.
Come se avesse letto la mia pretesa silenziosa, Evan colpì con decisione il pedale delle marce,
ingranò la prima e la moto partì impennando, lasciandosi alle spalle i resti di quella ferraglia con un
ruggito minaccioso.
26
INQUIETANTI SOSPETTI
Per la prima volta da quando ero salita sulla sua moto, sulla strada di ritorno verso Lake Placid,
Evan ammorbidì l’andamento della guida. Allentai un po’ la presa sul suo petto, finalmente rassicurata,
ma Evan affondò subito un colpo secco all’acceleratore, costringendomi a stringermi forte a lui.
Guardai la strada con il cuore in gola, preoccupata per la sua brusca manovra, ma i suoi occhi
sorridevano e sulle labbra si celava un sorriso furbo che tradì la sua protesta silenziosa. Un sorriso mi
scaldò il cuore e le mie dita si mossero sul suo addome, affondando contro il suo petto.
La sensazione di tenerlo così stretto a me mi faceva girare la testa e, senza la paura della fuga,
quel contatto mi faceva ribollire il sangue, eclissando tutto il resto. Non riuscivo a credere di trovarmi
davvero lì. Appoggiai la tempia sulle sue spalle, travolta da quell’emozione, e inaspettatamente Evan
mi afferrò la mano, scatenando un fremito di corrente che mi riempì la testa, per poi vibrare ancora fino
all’epicentro, il punto in cui le nostre mani si intrecciavano.
Avevo piena consapevolezza che probabilmente mi ostinavo a ignorare qualcosa cui invece
avrei dovuto dare ascolto. L’istinto che insisteva perché dubitassi di lui. Così come sapevo che avrei
dovuto provare un sentimento ben diverso dall’emozione travolgente che cancellava il resto, come
tracce sulla sabbia portate via dal mare. Al pari di un’onda in riva all’oceano, il calore di Evan levigava
i cocci di vetro più taglienti, sciogliendo le orme incerte e passeggere. Dissipando ogni dubbio. Pervasa
dal conforto della sua protezione, il mio cuore non riusciva a trattenere alcuna traccia di paura.
Non avevo idea di dove la moto ci stesse conducendo, sulla luna, sulle stelle o su un universo
solo nostro. Nonostante tutto, sapevo che non mi importava, purché lui rimanesse al mio fianco.
Il cielo, trapunto di stelle, si era rischiarato dalla sua coltre scura.
La luna quasi piena risplendeva in alto come una conchiglia, illuminando la strada. I suoi
riflessi argentei si riflettevano sullo specchio d’acqua mandando i suoi fasci a rincorrerci, proiettandosi
dietro di noi come uno strascico diamantato.
La notte non mi sembrava più così minacciosa. Persino il vento aveva ammorbidito il suo
soffio, accogliendoci con il suo tocco carezzevole per poi allontanarsi gentilmente dietro di noi.
Anche gli alberi, dalle parvenze inquietanti in quell’oscurità, adesso sembravano offrirci la loro
protezione, diffondendo nell’aria il profumo della notte.
Inspirai profondamente la brezza primaverile, assaporando l’aria intrisa di muschio e pino:
l’odore del bosco che mi piaceva tanto.
Il mio sguardo fu attirato casualmente da un puntino luminoso che proiettava la sua luce con più
intensità di ogni altra stella, brillando nel manto scuro e infinito che si estendeva sopra di noi. In preda
a un’emozione languida, mi ritrovai a sorridere, accorgendomi che avevo stretto la sua mano con più
forza solo dal movimento delle dita di Evan, che ricambiando il mio gesto avevano liberato un’altra
scarica.
Non riuscivo a credere di trovarmi lì con lui, dopo tutte le volte in cui con l’amaro in bocca
avevo desiderato prendere il posto di Ginevra su quel sedile.
Invece lui voleva me. Non lei.
Eppure qualcosa lo costringeva a rinnegare il desiderio che nutriva.
Non esiste un mondo in cui possiamo stare insieme.
Come ghiaccio liquido, le sue parole mi avevano gelato il cuore, colmandolo di un dolore
penetrante. Ma venire a conoscenza dei suoi veri sentimenti mi dava la forza per sperare e per nulla al
mondo ero disposta ad accettare una conclusione diversa da quella che mi suggeriva il cuore.
L’espressione di Evan non tradiva alcuna emozione, eppure c’era qualcosa, nel modo in cui i
suoi occhi si muovevano furtivamente sulla strada, che lasciava trasparire la sua tensione.
Il suo corpo era rimasto vagamente teso, i muscoli sulla schiena rigidi e lo sguardo vigile.
Cosa lo preoccupava ancora?
Un ricordo raggelante mi fornì la risposta, cancellando la mia quiete. Lo avevo spinto in un
angolo buio della mente, lontano dalla mia attenzione.
Cos’era quella «cosa» che ci aveva seguiti?
Evan sapeva certamente qualcosa e mi teneva all’oscuro, per questa ragione era così
preoccupato.
Come un milione di falene che mi ronzavano nella testa, le sue insolite conversazioni con
Ginevra mi offuscavano il cervello. Ricordi incoerenti iniziavano a concretizzarsi nella mia mente,
incastrandosi tra loro come le tessere di un puzzle, fino a comporre un quadro ancora incompleto.
C’era qualcosa in Evan. Qualcosa di Oscuro. E Peter lo aveva percepito prima di me.
Una valanga di informazioni e ricordi mi affiorò nel cervello. Informazioni incomprensibili,
senza senso, ma con un unico denominatore comune. Evan. Sapevo che per venirne a capo mi bastava
trovare la chiave di lettura. Erano successe molte cose strane dal suo arrivo, cui fino ad allora, dovevo
ammetterlo, non avevo voluto dar peso. La persistente sensazione di essere osservata, l’ombra
misteriosa che avevo visto nell’incendio, l’eco della voce di Evan nella mia testa, il modo in cui mi
aveva sottratta a una morte certa, salvandomi dal camion impazzito...
Quel ricordo mi inondò la pelle di piccoli e agghiaccianti brividi.
Qual era il segreto oscuro che tentava di nascondermi?
La moto addolcì il suo ruggito fino a un sommesso brontolio. Non impiegai molto a stabilire
che non era casa mia e un tuffo al cuore mi suggerì dove ci trovavamo. Avevo già visto quelle mura
maestose e inaccessibili. Mi aveva portata a casa sua.
Senza lasciarmi il tempo di obiettare, Evan accelerò attraversando un possente cancello in ferro
battuto. La moto si insinuò lentamente lungo un sentiero costeggiato da pini e cipressi che davano
l’idea di essere lì da secoli.
Avevo l’impressione che la luce della luna risplendesse con più forza in quella dimora,
illuminando la fortezza nascosta tra gli alberi.
La moto si spense, lasciando l’eco del suo rombo a ronzarmi nella testa.
«Ti sei divertita?» Evan smontò dalla sella inchiodandomi con un sorriso scaltro. Irresistibile.
Dio, con quanta forza riusciva a travolgermi quando mi guardava in quel modo...
«Come no! Non vedo l’ora di rifarlo...» mi costrinsi a replicare, rispondendo al suo tono con la
stessa dose di sarcasmo. Abbassai lo sguardo sulla moto, ritrovandomi ad accarezzarne il sedile in pelle
nera. «Devo ammettere che è davvero bella», gli rivelai in un sussurro. «Dei ragazzi dicevano che ne
hanno prodotte solo cento esemplari. Immagino che dovrei ritenermi fortunata ad aver avuto la
possibilità di farci un giro. Forse dovrei tornare indietro e ringraziare quel tipo!» scherzai, sforzandomi
di apparire rilassata, e di scacciare con una battuta la tensione che covavo in fondo al petto.
Evan sorrise apertamente, evidentemente soddisfatto dall’interesse che la gente nutriva per il
suo prezioso giocattolo. «Non se inizi a contare da zero.» Mi guardò con uno sguardo compiaciuto.
«Ne hanno prodotte centouno, per l’esattezza...» Sorrise, facendo supporre che conservava il ricordo di
una storia mentre accarezzava con le dita una targhetta in platino applicata allo sterzo, su cui il suo
nome era inciso in un’elegante grafia, affiancato a un piccolo zero. «Diciamo che si è trattato di un
favore un po’ speciale», confessò, contorcendo il sorriso in una smorfia di scherno. «E poi...»
Inaspettatamente, avvicinò il viso al mio, mentre il suo sguardo si faceva seducente. «... un giro sulla
mia moto lo avresti fatto comunque, prima o poi.»
Mi sentii tremare mentre mi fissava con il sorriso di un lupo nascosto nel folto della foresta.
Continuavo ad avvertire una strana sensazione di inquietudine, come se dietro quel sorriso si
nascondesse una minaccia.
Mi costrinsi a evitare il suo sguardo seducente per non fargli notare l’ondata di emozione che
mi aveva travolta, guardandomi intorno con aria disorientata. «Dove siamo?» balbettai con la voce
spezzata dalla falsità, fingendo di non essere mai stata in quel posto.
Evan mi guardò di sottecchi, nascondendo un altro sorriso. «Sei proprio sicura di non saperlo?»
La sua domanda mi colpì al petto e non riuscii a trattenermi dall’abbassare lo sguardo, incapace
di sostenere il suo. Sarei voluta sprofondare.
Era ovvio che Ginevra glielo avesse detto.
Rialzando gli occhi, la luce della mia stella brillò più intensamente, richiamandomi alla sua
attenzione. Mi soffermai a guardarla, assorta in un mondo solo mio, in cui io ed Evan potevamo stare
insieme, mentre percepivo il suo sguardo su di me.
«Cosa c’è di interessante lassù?» La sua bocca era tornata ad avvicinarsi al mio orecchio.
Mi costrinsi a distogliere lo sguardo dal cielo, improvvisamente colta dall’imbarazzo. «Niente...
Niente di importante», balbettai, in preda a un nuovo disagio, fissandomi le punte dei capelli mentre li
raccoglievo da un lato, lisciandoli nervosamente con le mani.
Avevo tenuto lo sguardo basso, perciò non mi accorsi di quanto si fosse avvicinato, fin quando
non sentii il calore del suo respiro sulla nuca scoperta.
«Scommetto che guardavi la tua stella, Jamie», sussurrò, avvolgendomi il cuore in un guscio
caldo.
Lottai contro l’istinto di cadere, tremando sulle ginocchia. «Come mi hai chiamata?»
Jamie. Aveva detto Jamie, ne ero certa. Nessun altro mi aveva mai chiamata in quel modo, con
l’unica eccezione di Evan, nel sogno che avevo fatto la notte precedente. Il ricordo era ancora nitido e
chiaro, nella mia testa. «Aspetta, tu come... come fai a...» Non riuscivo più a trovare le parole. Come
faceva a sapere della stella?
Evan sorrise, divertito dalla mia reazione. «Tutti hanno una stella, Gemma», replicò, quasi
avesse letto il mio pensiero.
«Anche tu?» La domanda mi sfuggì con insolenza dalle labbra. «Qual è la tua stella, Evan?»
Evan sorrise tra sé, come se fosse divertito da qualcosa che io ignoravo. Avevo sempre più
spesso la sensazione che prendermi in giro lo divertisse. Si avvicinò alla mia guancia, senza mai
abbandonare il sorriso impertinente. «Non posso dirtelo.»
Il calore della sua risposta mi solleticò la pelle. Scrollai la testa, costringendomi a reagire al
fascino che continuava a ostentare con sfrontatezza, divertendosi a osservare le mie reazioni. «Mi devi
delle spiegazioni», affermai con risolutezza.
«Riguardo a cosa?» La sua voce si era finta perplessa, ma io avevo colto lo sfarfallio nei suoi
occhi. Evan aveva capito perfettamente a cosa mi stavo riferendo.
«Voglio sapere cos’è successo stasera. Sono sicura che tu e Ginevra sapevate perfettamente
cosa stava accadendo. Mi devi una spiegazione, Evan.»
«Gemma, non c’è niente da spiegare.» L’esitazione nella sua voce tradiva la sua difficoltà.
«Quel tipo al ballo, quello che ha tentato di aggredirti. Sono quasi sicuro che fosse lui a seguirci.»
«Non mentirmi, Evan. Non sono stupida, non puoi prendermi in giro! Daryl non era su
quell’auto. Non c’era nessuno su quell’auto! Era vuota, Evan! Le auto non si guidano da sole! Come
spieghi che non c’era nessuno al volante?»
Tentai a fatica di non sottrarmi al suo sguardo, ma avevo di nuovo l’impressione che lui stesse
tentando di penetrarmi, come se volesse impormi di desistere. «E cos’era quella cosa che ci stava
seguendo? L’ho vista, Evan.» Lo inchiodai con lo sguardo, come se la mia fosse un’accusa rivolta a lui.
Le labbra erano tornate a tremarmi al ricordo di quella creatura che correva dietro di noi o al timore che
avrebbe potuto afferrarmi sulla moto in corsa. Qualunque cosa fosse, di certo emanava un’aura
malvagia, ostile. Una presenza oscura e maligna che avevo percepito sotto pelle.
«Non so di cosa tu stia parlando.» Evan sembrava sempre più nervoso, per quanto si sforzasse
di mantenere una parvenza di tranquillità.
«Sì, invece. E mi devi una spiegazione.» La mia voce si inasprì a quella pretesa. «Non resterò
un minuto di più, se non mi dici cosa sta succedendo!»
Evan abbassò lo sguardo e strinse i pugni, fissando il sentiero ghiaioso sotto le sue scarpe, ma le
sue labbra rimasero immobili. In quella tacita opposizione aveva ammesso di conoscere le risposte e di
non essere disposto a rivelarmele.
«Come vuoi.» Lo fissai negli occhi e poi gli voltai le spalle.
«Dove credi di andare?» La sua voce riuscì a convogliare la stessa quantità di rabbia e
preoccupazione.
«A casa», replicai concisa. «Si è fatto tardi.»
«Non puoi andartene!» Più che un suggerimento, il suo ringhio era stato un ordine.
«Non puoi impedirmelo», mi intestardii avanzando lungo il sentiero.
«Tu non capisci!» Il suo sibilo infuriato e frustrato mi impedì di proseguire. «Devi restare, è
pericoloso.»
Evan aveva pronunciato le ultime parole imprimendo una dolcezza tale da farmi desistere dalle
mie intenzioni.
«Per favore», proseguì premuroso, «sei al sicuro solo qui. Rimani con me.»
Sentii il cuore vacillare mentre Evan abbatteva le mie difese. Non ero disposta a cedere. Non mi
sarei lasciata ammorbidire dal potere oscuro che celava la sua voce. Volevo la verità. «Al sicuro da
cosa?»
Nonostante fossi di spalle, il suo sospiro carico di esasperazione riuscì a sopraffarmi. «Non
posso, Gemma. Non posso dirti niente. Perché non vuoi capire? Dannazione!» gridò, in preda alla
furia.
«Al sicuro da chi, Evan?» Non ero disposta a lasciar perdere. Evan doveva dirmi tutto. «Chi ti
impedisce di dirmi chi sei?» urlai. «Chi ti impedisce di stare con me?» Avrei voluto urlargli altre mille
domande, ma, tra tutto ciò che mi tormentava, era quella alla cui risposta tenevo più di ogni altra. Mi
concentrai a fissare le sbarre del cancello, in attesa, ancora stupita per la temerarietà con cui avevo
affrontato quella conversazione.
Il modo in cui Evan sospirò non prometteva niente di buono. «Gemma, noi... io non sono come
te.»
Sentii un pezzo del mio cuore disgregarsi.
Certo che eravamo diversi. Io ero troppo diversa da lui. Meritava di più e se n’era accorto anche
lui.
«A questo non ero preparata», replicai, raggelata.
Per un breve istante un silenzio doloroso ci divise come una parete di cemento.
«Dannazione, non è come credi! Non mi vorresti più, se ti dicessi chi sono.» La sua voce
dapprima esitante si era fatta carica di una frustrazione disarmante.
Il nodo che avevo in gola si sciolse di colpo, trascinando con sé tutta l’amarezza che mi aveva
stretto il petto. Avevo travisato le sue parole. Evan non pensava che io non andassi bene per lui. Era lui
a sentirsi sbagliato per me.
Non riuscivo a immaginare niente di più assurdo e ridicolo. Cosa poteva mai confessarmi, di
tanto sconvolgente? Si era già impadronito del mio cuore, il resto non aveva importanza, purché lui
rimanesse con me.
«Non puoi essere così male...» Scossi la testa, lasciando trapelare attraverso un lieve sorriso il
sollievo che provavo nel cuore.
«Non sai di cosa parli. Scapperesti da me», mi avvertì, a metà tra la frustrazione e il rammarico.
«Allora perché aspettare?» La sua esitazione era tornata a indurirmi la voce. «Me ne vado
comunque.»
«Va bene. Okay! Vai, se credi che sia meglio per te. Ma pensaci bene...» mi avvertì, e dalla
vicinanza della sua voce percepii che era alle mie spalle. «Sei sicura di voler uscire nella notte? Da
sola? Dovresti fare molta strada per arrivare a casa tua.» La sua voce assunse una sfumatura cupa che
mio malgrado riuscì a irrigidirmi. «... Non hai paura che ti prenda?»
Il sangue mi si gelò nelle vene. Deglutii, prima di girarmi ad affrontarlo. «Allora ammetti che
c’è qualcosa là fuori!» lo accusai, incatenandomi al suo sguardo. «Evan, in più di un’occasione sono
stata a un passo dalla morte. E tutto in un solo giorno. Vuoi farmi credere che sia stata una
coincidenza?»
Qualcosa nel suo sguardo suggerì che Evan fosse sul punto di arrendersi. La sua voce divenne
improvvisamente rauca e tentennante. «Non esistono le coincidenze», replicò, scandendo ogni parola.
«Devi fidarti di me, Gemma.»
«Dammi un motivo per farlo, allora. Dimmi chi sei, Evan», insistetti.
I suoi occhi mi inchiodarono, con una forza tale da farmi vacillare. «Sei sicura di essere
abbastanza forte per reggerne il peso?» La sua mascella si era stretta, mentre cercava di intimorirmi. Le
sue parole aprirono porte sconosciute dentro di me, raggiungendo luoghi oscuri cui non avevo avuto
mai accesso. Imprigionandomi al loro interno. «Pensaci bene, Gemma», continuò, cogliendo il barlume
di timore che era affiorato sul mio sguardo, «non potrai più tornare indietro.»
Mi costrinsi ad annuire abbassando lievemente la testa, incapace di ordinare alle labbra di
staccarsi per far uscire le parole, pur mantenendo il mio sguardo costantemente sul suo.
«Allora è deciso. Ti spiegherò tutto.» Nonostante quella resa, l’espressione combattuta non
accennò a lasciare il suo volto. Evan si guardò intorno, l’aria improvvisamente in allerta. «Ma prima
entriamo in casa, è più sicuro.»
La preoccupazione che Evan si sforzava di celare nella voce mi frantumò in mille pezzi.
Quella cosa doveva ancora essere là fuori. E mi stava cercando.
Lo seguii, avanzando lungo il sentiero, mentre nel mio cuore si combatteva una lotta tra la
soddisfazione per la vittoria ottenuta e la paura che il suo avvertimento aveva risvegliato.
Ero davvero sicura di voler sapere? Forse non ero pronta, ma ormai era troppo tardi per tirarmi
indietro.
27
CONFESSIONI
Alla fine del sentiero, la strada si apriva in un ampio piazzale di fronte al quale si ergeva
un’immensa struttura.
Non era una casa, ma un’antica, magnifica tenuta.
La facciata, per metà ornata da rilievi in pietra dal profilo irregolare, nella parte più alta lasciava
intravedere piccoli ritagli di intonaco di colore chiaro.
La casa era costituita da due piani, ricoperti da un possente tetto dalla forma singolare, da cui
affioravano maestose travi in legno perfettamente in tono con il colore scuro degli infissi.
Ogni particolare, ben curato, conviveva in perfetta armonia con la natura incontaminata che
regnava in quell’immenso giardino.
Nell’ala destra, la struttura lineare si spezzava, lasciando il posto a un’enorme vetrata esagonale
che scompariva sul retro, sopra la quale sporgeva una splendida terrazza delimitata da un balconcino in
ferro battuto dai disegni frastagliati.
Mi soffermai ad ammirarla, dimenticando per un breve istante le circostanze che mi avevano
condotta fin lì, e respirai profondamente, esitando prima di salire gli scalini in pietra, dalla forma
circolare, che conducevano all’ingresso dell’abitazione. Intuendo la mia agitazione, Evan mi prese la
mano, incoraggiandomi con un sorriso premuroso.
Il portone in legno scuro si aprì lentamente.
Esitai sulla soglia, scrutando l’interno in cerca di Ginevra o di chiunque avesse aperto la porta
al nostro arrivo. La perplessità raggiunse il culmine mentre scoprivo che l’immenso salone dal
pavimento in marmo era vuoto. Muovendomi con cautela, guardai Evan di sottecchi, un po’ incuriosita,
un po’ intimorita da ciò che avrei potuto scoprire.
«Entra pure», mi invitò galantemente con un gesto della mano, mentre io continuavo a far
oscillare lo sguardo tra il volto di Evan e il salone regale di fronte a noi. «Benvenuta a casa mia. O
meglio a casa nostra», si corresse dopo una breve esitazione.
«Nostra? Vuoi dire... tua e di Ginevra?» Avevo scoperto solo dopo aver pronunciato le parole di
temere la sua risposta. Non ero ancora certa di quale rapporto li legasse e il pensiero di loro due
insieme in quella casa si era fatto sentire come aghi premuti sul palmo delle mani.
«A dir la verità siamo in quattro», replicò Evan sorridendo, quasi avesse colto la gelosia nelle
mie parole.
Nonostante tutto, non riuscii a evitare che il sollievo trasparisse dal mio sguardo. Eppure non
aveva dimostrato un particolare interesse per Ginevra da una prospettiva romantica, a parte...
L’emozione aveva del tutto cancellato il ricordo del loro bacio. Di certo Evan mi doveva più di qualche
spiegazione sull’argomento. «Io e i miei fratelli», continuò, soppesando l’ultima parola, prima di
soffermarsi a osservare la mia espressione un po’ confusa.
«Siete tutti fratelli?» domandai, timidamente, indugiando sul «tutti», nella speranza che
riuscisse a cogliere la domanda nascosta tra le righe.
«Il nostro non è un legame di sangue», mi spiegò, guardandomi negli occhi, «non si limita a
questo. È qualcosa di più forte.» La sua espressione si era fatta improvvisamente fiera.
Sapere che Evan iniziava a fidarsi di me mi infondeva sicurezza, avvicinandomi a lui. Anche se
in fondo al cuore sentivo di conoscerlo da sempre. Non percepivo Evan come qualcuno entrato a far
parte del mio mondo. Lo sentivo come parte di me.
«Esistiamo gli uni per gli altri», proseguì lui mentre lo guardavo, affascinata dal fervore con cui
descriveva il sentimento che li univa. Gelosa che anche Ginevra ne facesse parte. «Prima pensavo fosse
quanto di più forte potesse esistere tra le persone.»
«Prima?» domandai d’istinto, sorpresa e goffamente imbarazzata dall’insistenza della mia
nuova audacia.
«Prima di conoscere te», replicò con naturalezza, il sorriso ammaliante e lo sguardo caldo
sprofondato nei miei occhi. «Contenta? Sto rispondendo alle tue domande», mi schernì, beffardo.
«Non te la caverai con così poco!» replicai, stando al gioco, accorgendomi con sorpresa della
facilità con cui mi stavo abituando a quella nuova vicinanza di Evan. Solo fino a qualche ora prima
parlavo di lui con Jenna, mentre eravamo chiuse nella mia stanza. Avrei dovuto ricordarmi di
ringraziarla, un giorno o l’altro.
«Vieni con me», bisbigliò dolcemente, tirandomi per mano fino al centro del salone.
Una volta dentro, la porta si richiuse alle nostre spalle con un suono lieve e pacato facendomi
girare di scatto. L’espressione di Evan non tradì alcuna emozione, mentre gli lanciavo occhiate furtive.
Doveva di certo trattarsi di un sofisticato sistema a sensori. Eppure una vocina nella mia testa
continuava a contraddirmi, deridendomi di volta in volta per la naturalezza con cui tendevo a ingannare
me stessa per allontanare quel dubbio che tornava a insinuarsi, come un verme si scava la tana nel
suolo.
In fondo al cuore, temevo si trattasse di un altro dei misteri che Evan avrebbe dovuto spiegarmi.
Il pavimento chiaro, in marmo bianco, rifletteva la luce dell’immenso lampadario, da cui
sottilissimi rami in acciaio si alternavano a minuscole sfere in cristallo, formando un’enorme palla che
pendeva sul tavolo basso, anch’esso in cristallo, ai piedi del divano.
All’interno della casa, lo stile rustico della pietra si alternava a uno sfarzoso ed elegante
moderno.
Piccoli squarci rocciosi si affacciavano dalle pareti rosso amaranto, perfettamente abbinate
all’enorme divano dello stesso colore, di fronte al quale, su un pannello di pietra più scura rispetto a
quella delle pareti, si reggeva sospeso un sottilissimo televisore al plasma di imponenti dimensioni.
Da dietro il pannello si diffondeva una tenue e delicata luce soffusa.
Sul muro alla sinistra del divano, un camino rettangolare, simile a un quadro, lasciava
intravedere cumuli di legna incenerita. La parte superiore sporgeva in un rilievo color cioccolato,
mentre la parte più interna, rosso ciliegia, si spezzava in piccole protuberanze in pietra che sporgevano
alternandosi all’intonaco.
A destra, l’immensa vetrata esagonale si estendeva quasi fino all’ingresso, lasciando intravedere
l’etereo panorama sul giardino, illuminato dalla luce di faretti che brillavano come piccole stelle sul
terreno.
Nella parte opposta della stanza si intravedeva la cucina, separata dal salone da una fila di pareti
color cioccolato, poste in sequenza, quasi sovrapposte l’una all’altra in posizione diagonale, a
pochissima distanza tra loro. Era enorme, in rovere chiaro, rialzata su un gradino rispetto al salotto, con
un’enorme vetrata affacciata sul giardino.
Lo stupore mi aveva prosciugato la saliva. Non avevo mai visto niente del genere.
«È tutto opera di Ginevra», spiegò Evan notando la mia espressione meravigliata. «In realtà, lei
è più legata alle cose materiali, rispetto a noi. Le piace tutto ciò che è sfarzoso ed elegante. In effetti,
rispecchia la sua personalità. Io mi sarei anche accontentato di una casa più piccola, ma quando si
mette in testa una cosa... chi può fermarla?» rise a una battuta che io non ero riuscita a cogliere. «... Io
non oserei mai contraddirla!» insistette, divertito. «Vieni, andiamo di sopra.» Strinse la mia mano nella
sua, l’espressione soddisfatta per l’effetto che aveva suscitato in me la sua casa, e mi trascinò oltre il
salone, dove una lunga fila di scalini in legno zigzagava sospesa sulla parete in pietra, la cui superficie
era lambita, come pioggia artificiale, da un sottilissimo strato d’acqua. Non riuscii a trattenermi e
allungai la mano per toccare i fili argentei di quella cascata in miniatura, trasalendo nel percepire
l’acqua bagnarmi le dita dolcemente, quasi avessi pensato fosse finta.
L’intensità di quel lusso mi lasciava atterrita. Ed Evan si stava divertendo a osservare la mia
espressione esterrefatta.
«Sei la prima che entra in questa casa, sai?» mi rivelò, soffermandosi a voltarsi su uno scalino.
Dovetti sforzarmi per riuscire a trattenere una risata di scherno alla sua affermazione. Mi
riusciva difficile pensare a un Evan che non si chiudeva in camera con le ragazze, con il sorriso lupesco
e lo sguardo penetrante e tenebroso, per quanto la sua evidente diffidenza nell’avvicinare gli altri mi
lasciasse qualche dubbio. In effetti, le sue attenzioni su di me, a scuola, avevano suscitato uno stupore
generale. Forse, in fondo, la sua rivelazione non era poi così assurda. Era come se esistesse una sorta di
rapporto latente tra di noi, mistico e intenso, come se in un’altra vita ci appartenessimo l’un l’altra.
«Sono la prima ragazza che porti in casa?» lo interrogai, rendendomi conto della serietà con cui
si era espresso.
Evan sorrise, divertito. «No, Gemma. Sei la prima persona in assoluto che sia mai entrata qui,
oltre a noi quattro.»
«Vuoi dire che nessun altro è mai stato qui?»
Evan scosse la testa. «In genere non socializziamo con il resto della popolazione», replicò,
risoluto, lasciandomi intontita.
«Chissà che ora è...» mi lasciai sfuggire, pentendomi all’istante delle mie parole. Avrei voluto
rimanere insieme a lui per sempre.
«Deve essere molto tardi...» sogghignò divertito.
Avevo perlustrato tutte le pareti del salone senza trovare alcun orologio, come se per loro il
tempo non contasse. Se Evan mi avesse rivelato che la sua famiglia faceva affidamento sulle stelle non
avrei fatto fatica a credergli.
«I miei genitori sanno che sono al ballo, ma inizieranno a preoccuparsi se non mi vedranno
tornare», riflettei ad alta voce, in preda a una nuova ansia.
«Tranquilla», mi rassicurò Evan, con voce gentile, «ho avvisato Drake, se ne sta già occupando
lui.»
«Che vuoi dire? E quando lo avresti fatto esattamente?» gli domandai, perplessa. «E chi è
Drake?» insistetti, mentre l’agitazione cresceva al ritmo del mio cuore.
«Drake è uno dei miei fratelli, non preoccuparti. So quello che dico, rilassati. I tuoi non si
accorgeranno nemmeno della tua assenza.»
Avevo l’impressione che Evan si divertisse a tenermi sulle spine e a lasciarmi nel dubbio.
«Come fai a dirlo? Non passerà molto tempo prima che mio padre controlli la mia stanza.
Credimi, non hai idea di quanto sia apprensivo. Sempre che non mi stia aspettando sveglio.»
«Drake è in gamba, vedrai che non noteranno la differenza...» Rise tra sé. «Te ne accorgerai
presto.»
Salii l’ultimo gradino cercando di decifrare le sue parole, senza risultato.
Il piano superiore era meno luminoso, anche se una fila di faretti dalla luce soffusa brillava sui
cartongesso che scendevano dal soffitto, di diverse forme e colori caldi, dal porpora al marrone e al
dorato. Un ampio corridoio dalla forma insolita si snodava lungo le diverse stanze, ognuna delle quali
era chiusa da una porta in wengé scuro che risaltava sul parquet chiaro. Avevo l’impressione che uno
specchio riflettesse all’infinito il corridoio, per quanto era lungo. La parete di fronte alla scala, invece,
si apriva in un’unica vetrata che si affacciava all’esterno.
«Cosa c’è lì dentro?» gli domandai, perché una porta era più grande delle altre.
«È la stanza di Ginevra.» Sorrise tra sé, mentre io la osservavo con inquietudine. «Le piace
eccedere.»
D’un tratto avvertii l’impazienza di uscire e osservare come quel posto incredibile apparisse
dall’alto. Spinta da quell’impulso, accorciai la distanza che mi separava da Evan, seguendolo fino alla
terrazza, dove richiuse la porta alle sue spalle.
Osservai con ammirazione la balaustra di ferro battuto, sulla quale si intrecciavano preziosi
motivi contorti che ricordavano un groviglio di rami e fiori.
Da quell’altezza si scorgeva tutta la parte anteriore della casa e buona parte di quella laterale,
mentre una grossa quercia si affacciava gentilmente oltre il balcone, snodandosi con i suoi rami lungo il
pavimento. In basso, il sentiero in pietra serpeggiava tra gli alberi, illuminato da piccoli faretti che
emergevano dal suolo.
Il cielo era intenso, probabilmente non lo avevo mai osservato a quell’ora della notte. Chiusi gli
occhi, soffermandomi a respirare l’aria densa e fresca, leggermente umida.
D’un tratto un leggero soffio di vento mi spettinò i capelli, trasportando fino a me un profumo
ancora più piacevole e fresco. Aprii gli occhi ed Evan era improvvisamente di fronte a me, nonostante
non lo avessi sentito arrivare.
«Ti piace?» mi chiese con tono gentile.
«È davvero incredibile», mormorai, cercando le parole più appropriate. «Ma... dove sono gli
altri? Non ho visto nessuno», domandai timidamente, temendo il momento in cui li avrei incontrati.
«Simon e Ginevra dovrebbero essere giù in palestra, saranno qui tra poco. Per adesso siamo
soli.» La scintilla sinistra che balenò nei suoi occhi per un attimo mi fece trasalire, ma poi ricordai che
si trattava di Evan, e allora non seppi più che cosa avesse scatenato quel brivido, se l’emozione di stare
da sola con lui o la paura, per la stessa identica ragione. Probabilmente era dovuto a entrambe.
Per qualche assurdo motivo, mi sentivo combattuta tra queste due sensazioni. Non potevo che
prenderne atto, anche se il mio cuore continuava a ribellarsi.
«Vorrei avere le chiavi per entrare nel tuo mondo», gli rivelai, sottovoce.
«Non ti servono chiavi. Il mio mondo è il tuo mondo. Devi solo imparare a vederlo con i miei
stessi occhi.»
Non avevo ben chiaro il senso di quelle parole.
Una parte di me, per quanto insignificante, aveva paura di lui e continuava a gridarmi di
scappare, sfidando la voce del cuore che la sovrastava. D’un tratto non ero più certa di voler affrontare
argomenti che non ero sicura di comprendere, ma ormai mi ero spinta troppo oltre per potermi tirare
indietro.
Deglutii con forza.
«Ho la gola un po’ secca», gracchiai.
«Aspetta qui, ti prendo un po’ d’acqua.»
Evan uscì dalla porta prima che potessi obiettare. Solo due secondi dopo, mi sorprese alle spalle
facendomi trasalire. Con sgomento, fissai il bicchiere di cristallo pieno d’acqua che reggeva tra le mani,
mentre io non avevo avuto nemmeno il tempo di raggiungere la balaustra.
«Come hai fatto?!» mi lasciai sfuggire, confusa se provare fascino o terrore puro.
Evan non abbassò lo sguardo, ma sostenne il mio, avvicinandosi cautamente. «È quello che
sono», rispose, fingendo un sorriso da cui, in realtà, trapelava inquietudine.
Stordita dalle sue parole, appoggiai le labbra al bicchiere e mandai giù un grande sorso d’acqua.
Fissavo gli alberi oltre la terrazza, ma in realtà il mio sguardo si era perso nel vuoto, mentre
tentavo di riorganizzare le idee e riflettevo sulle domande da porgli. Non ero più sicura di voler
conoscere le risposte.
Evan si era allontanato, confuso dall’ambiguità della mia reazione. Lo guardai di sottecchi
mentre si appoggiava alla balaustra, dall’altra parte del terrazzo, stringendo i pugni attorno al ferro, i
muscoli delle braccia in tensione.
Mi costrinsi a distogliere lo sguardo da lui, tornando a fissare le forme che i rami degli alberi
disegnavano, intrecciandosi tra loro. Qualcosa si mosse dietro di me a una velocità spettrale fermandosi
alle mie spalle, preceduto solo da un soffio di vento. Trattenni il respiro, un brivido di terrore mi
riempiva la pelle.
«Scusa, non volevo spaventarti.»
Il suo sussurro tenue mi fece rizzare i peli delle braccia. Studiai con la coda dell’occhio il punto
in cui lo avevo visto appena una frazione di secondo prima, ma non c’era. Il panico rischiò di
travolgermi mentre realizzavo che il bicchiere mi era scivolato dalle mani. Attesi con sgomento il
rumore acuto del vetro che si frantumava sul pavimento, ma non sentii alcun suono. Evan lo aveva
afferrato un attimo prima che il bicchiere toccasse il suolo senza mai distogliere lo sguardo dal mio.
Come se stesse studiando ogni mia reazione.
Un’emozione incerta mi ottenebrava il cervello, impedendomi di trovare l’accesso alle corde
vocali. Riuscii solo a farfugliare qualcosa di incomprensibile, rantoli gutturali che mi sfuggivano dalla
gola mentre il suo sguardo, concentrato, tentava di decifrare il mio.
«G-Grazie.»
Evan mi porse il bicchiere, intatto e colmo d’acqua. «Non è niente.» Il suo sguardo non era mai
stato penetrante come in quel momento.
«Immagino che questa sia un’altra delle cose che devi spiegarmi, giusto?» riuscii a
domandargli.
«Giusto», ammise, sconfitto.
Il silenzio della notte ci coprì con il suo mantello, mentre accarezzavo il bicchiere con le dita, in
attesa di una spiegazione. Poi lo sguardo di Evan si addolcì sul mio, rivelando le fossette sotto gli
occhi.
«Sei tu», mi sussurrò dolcemente.
«Io cosa? Che vuoi dire? Non capisco.»
«Sto rispondendo alla tua domanda.»
Sorrise e la mia espressione si incupì.
«Mi hai chiesto quale fosse la mia stella. Sei tu.»
La sua dichiarazione inaspettata mi privò del fiato, ma mi costrinsi a ignorarla. «Lo sai che non
mi basta come risposta», replicai, nel vano tentativo di mascherare l’imbarazzo scaturito per le sue
parole.
Evan tornò serio, palesemente scoraggiato, e lasciò vagare lo sguardo sul pavimento. «Non so
da dove cominciare», ammise, mostrandomi per la prima volta la sua difficoltà. «Tu cosa pensi?» mi
chiese con una dolcezza esasperante, mentre sul suo sguardo scoprivo rifugiarsi la paura per la risposta
che avrei dato.
Cosa credeva che pensassi? Non riuscivo a dare una spiegazione logica a tutto quello che lo
riguardava, malgrado gli sforzi; ma forse era proprio questo il punto. Forse avrei dovuto accantonare
ogni tipo di logica. «Evan, c’è qualcosa in te, qualcosa di diverso. Non sono riuscita a spiegarmi cosa
sia, ma lo percepisco sotto pelle e devo ammettere che a volte mi spaventa. Quello che so con
certezza...» Tentai di non far tremare la voce. «... è che hai una strana propensione a salvare la gente»,
gli confessai, spinta dalla certezza che la mia affermazione lo avrebbe risollevato.
La sua reazione, invece, mi colse alla sprovvista. «È questo che pensi? Salvare la gente? Sei
molto lontana dalla realtà, allora. Non sai quanto ti sbagli», sibilò, amareggiato.
«Cos... Come fai a dirlo? Guarda me, sono viva grazie a te. Mi hai salvato la vita in diverse
circostanze. E poi...» Mi bloccai, valutando se fosse davvero il caso di dar sfogo a quell’assurda brama
di risposte che non riuscivo a far tacere. «... E poi c’è la bambina in quell’incendio», gettai le parole
tutte d’un fiato, prima che potessi pentirmene, dando voce a un sospetto rimasto al buio per troppo
tempo.
«Amy...» sussurrò Evan, rammaricato, improvvisamente turbato dalla mia affermazione.
«Eri lì...» sibilai con un filo di voce, indecisa se tremare o se lasciare che la speranza che avesse
salvato la bambina mi illuminasse il viso. «L’hai salvata.»
«Solo in parte», mi rivelò, lo sguardo basso per evitare il mio.
«Ero sicura di averti riconosciuto tra le fiamme. Allora sei riuscito a salvarla!»
«Non è quello che ho detto», replicò con freddezza. «Non funziona così in genere, tu...» La
frustrazione gli spezzò la voce mentre il suo sguardo diveniva più cupo. «Tu non avresti dovuto
vedermi», confessò d’un fiato. «Cos’altro hai visto?» Se da un lato traspariva il turbamento per la piega
che aveva inaspettatamente preso il discorso, dall’altro avevo l’impressione che anche Evan avesse
bisogno di risposte.
«Ti ho visto insieme a lei, era viva, la tenevi per mano, ma le fiamme diventavano sempre più
alte...» gli rivelai frugando tra i ricordi confusi. «Non sono riuscita a vedere oltre la nuvola di fumo che
vi copriva e poi siete scomparsi. Ho provato a farvi tirare fuori da quel rogo, ma nessuno voleva darmi
ascol...» Fui costretta a fermarmi. L’espressione sul volto di Evan si era tramutata in una maschera
scura lacerata dal rimorso. Avrei potuto toccare la sua sofferenza con le dita, se solo avessi allungato la
mano.
«Non è come credi», disse freddamente, lo sguardo perso in un ricordo solo suo. Non avevo mai
visto Evan così serio.
Con sgomento scoprii che il ferro che teneva stretto nei pugni si era contorto.
«Vuoi dire che non sei riuscito a salvare Amy?» Mi costrinsi a distogliere lo sguardo dalle sue
mani, temendo che quella porta che si era aperta tra di noi si richiudesse.
La colpa e il rimorso lo divoravano, trasparendo dal suo volto nel momento in cui gli avevo
rammentato le sue colpe. Percepii la flebile speranza che la bambina fosse viva allontanarsi da me
come uno spettro.
«Non devi darti colpe, Evan.» La mia mano obbedì all’impulso di posarsi sul suo braccio. «Hai
avuto coraggio a gettarti tra le fiamme per correre in suo aiuto. Tu hai rischiato la tua stessa vita per
qualcuno che nemmeno conoscevi.»
Evan alzò lo sguardo e incrociò il mio. Nel momento in cui i nostri occhi si trovarono, capii che
qualcosa non andava. D’un tratto ricordai la velocità con cui si era mosso un istante prima e percepii
l’istinto risvegliarsi, intimandomi di non inoltrarmi oltre quel sentiero.
«Tu non hai avuto paura di morire?» mi lasciai sfuggire.
Evan non mosse un muscolo.
Il peso di quel silenzio minacciò di schiacciarmi, era talmente profondo da permettermi di
cogliere il rumore emesso dalle sue labbra nel momento in cui si schiusero. «Non avrei potuto...»
Deglutì, sembrava quasi spaventato.
«Cosa vuoi dire, Evan? Devi essere più chiaro perché così continuo a non capirti», insistetti.
Ormai non potevo più tirarmi indietro.
Evan corrugò la fronte, come se tentasse di reprimere le lacrime, in preda a un’emozione fuori
dal suo controllo. Mi chiedevo cosa mai potesse nascondermi di tanto sconvolgente e importante da
scatenare a tal punto la sua frustrazione. Voltò il viso nella direzione opposta, per un solo istante,
strizzando gli occhi prima di tornare a guardarmi, come se avesse dovuto prima raccogliere il coraggio.
«Io non potrei mai aver paura di morire, Gemma», mi rivelò, e d’un tratto sentii tremare il
cuore.
«Perché?» domandai, cauta, in preda a un’inquietudine sconosciuta, mentre Evan mi inchiodava
con lo sguardo e io riprendevo a tremare.
«Perché sono già morto.»
Un altro brivido, e in me fu solo gelo.
28
ISTINTO E DESIDERIO
«Gemma, di’ qualcosa, ti prego.»
Non potevo. Non sentivo più alcun muscolo. Ero congelata. Prigioniera in una lastra di
ghiaccio.
Da tempo nutrivo il sospetto che Evan mi nascondesse il suo lato oscuro ma, per quanto una
parte di me temesse il suo segreto, non avrei mai potuto immaginare una simile realtà. Era troppo per
me.
Sarebbe stato troppo per chiunque.
Le sue parole volteggiavano ancora nella mia testa, imprigionandomi in un limbo da cui non
riuscivo più a tornare, lo sguardo perso nel vuoto oltre la sua spalla nel tentativo di evitare di incrociare
i suoi occhi, afflitti nella costernata attesa di una mia reazione.
Non appena il cervello elaborò quell’informazione, la nuvola di confusione che mi annebbiava
la mente si dissolse, trascinata dalla scarica di adrenalina che ne seguì improvvisamente. Senza
preavviso, quella piccola parte di me che lo aveva sempre temuto si aprì un varco nella mia testa,
prendendo il controllo; rimproverandomi per non averle dato ascolto tutte le volte in cui aveva tentato
di avvertirmi. Guidata da quell’irrefrenabile istinto, con un unico movimento repentino scattai verso
l’uscita, sopraffatta dalla paura; ma la porta si richiuse di colpo, sbattendo prima che la raggiungessi.
Mi fermai, agghiacciata. In preda a una crisi d’ansia, avvertivo il movimento del petto muoversi
spasmodicamente, ma era come se non mi appartenesse. Prima di riuscire a guardarmi intorno in cerca
di una via di fuga, Evan mi piombò davanti, sbarrandomi la strada alla velocità di uno spettro. Il panico
rischiò di travolgermi e trascinarmi verso luoghi da cui sentivo che non sarei più riuscita a tornare.
Persino le gambe minacciavano di non sostenere più il mio peso. Il cuore batteva così forte che
rintronava nelle orecchie, come se volesse uscirmi proprio da lì. La testa mi avvertì della sua resa con
un capogiro. Non avevo mai provato con tanta intensità il sentimento che mi aveva travolta.
Puro terrore. Nero, sinistro. Minaccioso.
Delle mani mi lambirono le braccia in una presa dolce. Ne avvertii il calore ma non riuscivo a
tornare. Come se la mente fosse rimasta prigioniera in un altro luogo, al buio, mentre il mio corpo si
paralizzava come un guscio vuoto.
«Calmati. Va tutto bene.»
Cercai il suo viso ma non riuscii a trovarlo.
«Gemma...»
Sentivo la voce di Evan molto vicina al mio viso, come se stesse tentando di accedere al luogo
in cui mi ero persa attraverso il mio sguardo, mentre il mio corpo tremava intimandomi di non tornare.
«Guardami. Guardami negli occhi, Gemma. Sono sempre io, Evan... non è cambiato niente.»
Non riuscivo a tornare in me, la mente aveva reagito rifugiandosi lontana da quel corpo che non
era in grado di scappare da lui, rimanendo intrappolata in una cella buia e senza uscite.
«Non aver paura di me. Non ti farei mai del male. Per favore... Resta con me.»
In un barlume di lucidità, riuscii a cogliere le sue parole e lottai con tutte le mie forze per
sopprimere la voce che nella mia testa continuava a gridarmi di scappare.
L’amore che provavo per lui, sepolto dalla sua confessione, tentava di emergere dall’oscurità in
cui era sprofondato, facendosi largo attraverso l’istinto incontrollabile di fuggire.
Ma, mentre una parte di me tentava di scappare da lui, l’altra parte, più grande ma soffocata
dalla prima, mi gridava di restare.
«Tieni, bevi un po’ d’acqua», mi suggerì con premura porgendomi il bicchiere ancora pieno.
Ne mandai giù un grosso sorso, sforzandomi di non battere i denti sul vetro. Le labbra
tremavano, cercando di aprirsi.
«Ho bisogno di sedermi», gli confessai, esitante, reggendomi con una mano al suo braccio.
Percepii appena il distacco da quel contatto, come se non si fosse affatto mosso, mentre
scoprivo con sgomento che stringeva un enorme cuscino tra le mani.
Lo aveva fatto ancora.
Gli lanciai un’occhiata di sottecchi.
«Scusa», bisbigliò tra i denti, poi mi guardò premuroso. «Devo andarci più piano, vero?»
«Credo che sia meglio», ammisi, imbarazzata che avesse avuto ragione sin dal primo istante,
quando aveva tentato di avvertirmi che non avrei retto il colpo. Eppure non poteva biasimarmi. Il suo
terribile segreto pesava più di quanto fossi in grado di reggere. Persino con l’intuito più affinato non
avrei mai potuto sospettare una confessione tanto sconvolgente. E non ero ancora certa di riuscire a
gestirla.
«È solo che con te è così facile perdere il controllo...» Sorrise, mentre mi aiutava a prendere
posto sul pavimento, su un cuscino che era grande abbastanza da poterci ospitare entrambi. «È stato
così sin dall’inizio», ammise, spostandomi premurosamente i capelli dalla spalla.
Mi costrinsi a incrociare il suo sguardo, cercando di reprimere la piccola paura annidata in
fondo al cervello che si ostinava caparbiamente a persistere. Il peggio ormai era passato e quella
consapevolezza mi confortava.
«Non mi era mai successo prima», confessò, mentre io lo osservavo in silenzio. «È come se
andassi in tilt quando ci sei tu nei paraggi.» Si sforzò di reprimere una risata. «Letteralmente, intendo.»
Il suo sguardo era diventato luminoso, seppur cauto. «Sono così felice di potermi liberare di questo
peso...»
Mi sforzavo di comprendere la logica del suo discorso, ostinandomi a non capire che invece
avrei dovuto accantonare ogni tipo di logica per sintonizzarmi sul suo stesso canale.
«Sin dall’inizio?» mi lasciai sfuggire, improvvisamente sopraffatta dall’emozione. Anche Evan
aveva avvertito lo strano legame che ci univa?
«Sin da quando sono arrivato qui a Lake Placid. Sin dalla prima volta che ti ho vista, nel
bosco.» Evan avvicinò il viso, la bocca a un centimetro dalle mie labbra, mentre lo sguardo mi
studiava, evidentemente interessato a qualcosa che non sapevo di possedere. «Non so come tu riesca a
farlo, me lo sono chiesto tante volte. Il mio corpo reagisce in modo strano alla tua presenza; non sono
in grado di gestirlo, quando sono insieme a te. Forse è per questo che riesci a vedermi anche quando
non dovresti. Non avrei dovuto avvicinarmi tanto, eppure è stato più forte di me. Io non posso starti
lontano. È come se riuscissi a respirare solo quando sei con me, solo quando sei vicina. Il resto del
tempo è un’infinita apnea, che mi soffoca. Ho lottato contro me stesso, ho lottato contro tutti, ma non
sono riuscito a sopprimere ciò che provo. Ho scoperto che sei una necessità per me, Gemma.»
L’intensità del suo sguardo, la sensualità della sua voce velata da velluto nero riuscirono a stordirmi.
Avevo l’impressione che agissero in me come un potente veleno, che mi annebbiava i sensi e
intorpidiva la mente. Mi sentivo completamente ubriaca delle sue parole, ubriaca di lui e della
sensualità nella sua voce, quasi fossi sul punto di perdere i sensi, totalmente inebriati dal suo profumo
tanto vicino e talmente intenso da stordirmi.
«Aspetta», lo fermai, cogliendo solo in un secondo istante le sue parole, «che vuol dire che
riesco a vederti anche quando non dovrei?»
Evan abbassò lo sguardo e sorrise tra sé, la voce bassa e penetrante come un brivido sinistro.
«Non ti è mai capitato, quando sei sola, di sentire una presenza, nel silenzio? Non puoi vederla, ma la
percepisci...»
Mi sentii invadere da un’unica ondata di emozione, mentre i miei occhi si aprivano fino a
dilatarsi, agghiacciati da quella nuova informazione. «Eri tu...» mi uscì con un filo di voce, mentre
ripensavo a quanto la sensazione di essere osservata fosse divenuta familiare. «Sei sempre stato tu...»
ripetei lottando per non sprofondare in uno stato di shock.
Evan annuì cautamente, poi mi sorrise, quasi fosse compiaciuto.
«E sei stato tu a scrivere il mio nome sullo specchio?» La domanda si era fatta largo in modo
autonomo, mentre io tentavo ancora di riprendermi. Un’ondata di imbarazzo mi colorì le guance al
pensiero di Evan nel mio bagno, il mio corpo nudo sotto la doccia. «Perché lo hai fatto?»
Evan sollevò le spalle, forse nemmeno lui conosceva davvero la risposta. «Non so cosa mi sia
preso, persino io l’ho trovato assurdo ma non sono riuscito a trattenermi, le mie dita si sono mosse da
sole, mi sentivo un pazzo. Volevo capire, a tutti i costi; probabilmente credevo di trovare lì la chiave
per capire chi sei.» Mi guardò di sottecchi, le labbra improvvisamente accattivanti. «O forse era solo
per distrarmi...» Ammiccò, e in un attimo mi sentii avvampare. Aprii la bocca, incapace di trovare le
parole, ed Evan sollevò le mani per discolparsi. «Ho dato solo una sbirciatina!»
«Pervertito!»
«Okay, questo me lo sono meritato.» Rise, ma stavolta non ero sicura che mi stesse prendendo
in giro, così lo colpii al braccio e subito la sua risata si affievolì, lo sguardo dolcemente fermo sul mio.
L’aveva sentita anche lui.
«Secondo te, perché prendo la scossa ogni volta che mi sfiori?» Avevo provato a ignorarla ma,
anziché svanire, continuava a solleticarmi sotto pelle, come se esistesse una parte, dentro di me, che
volesse farmi cogliere un messaggio.
Evan nel frattempo si era perso in un mondo tutto suo. «Non lo so, non mi era mai successo
prima», replicò, l’espressione pensierosa.
«È tutto così assurdo! C’è una parte di me che si aspetta ancora da un momento all’altro di
sentirti dire che stai scherzando.»
«E l’altra parte?» mi domandò lui, quasi temesse la mia risposta.
«L’altra parte», ammisi, cercando il suo sguardo, «lo ha sempre saputo», dissi, scoprendo quella
verità insieme a lui. «Non sapevo come fosse possibile, pensavo si trattasse di un disturbo ossessivo,
ma continuavo a sentirti, anche quando tu non c’eri.»
«Disturbo ossessivo, eh?» replicò, mentre il suo sorriso tornava a farsi lupesco. «Hai pensato di
essere ossessionata da me...» Sollevò un sopracciglio, l’aria compiaciuta.
«Non è colpa mia, non sapevo più cosa pensare!» mi giustificai balbettando, poi mi imposi di
cambiare argomento. «Cos’altro puoi fare, leggi nella mente?» Gli domandai, trattenendo il respiro,
improvvisamente assalita dal timore. Scrutare tra l’intimità dei miei pensieri sarebbe stato più terribile
che vedermi nuda.
Evan, al contrario, sembrava divertito. «No, questo non posso farlo, anche se...» Rise tra sé.
«Non nascondo che mi piacerebbe... È seccante aver bisogno di Ginevra, ogni volta che non riesco a
comprenderti.»
«Aspetta un momento... Ginevra?! Cosa ha a che fare con me?» gli domandai frastornata quanto
infastidita perché l’avesse tirata in ballo. Poi un barlume di lucidità mi folgorò la mente. «Vuoi dire
che...»
Evan continuava ad annuire, le labbra incurvate sensualmente verso l’alto. L’espressione
finalmente sgombra dal tormento che lo aveva afflitto.
Ginevra riusciva a leggere nel pensiero. Cosa poteva esserci di più terribile al mondo?
Mio Dio...
«Tranquilla.» Evan spezzò il filo della tela di improvvisa consapevolezza che il mio cervello
stava meccanicamente tessendo, cercando di percorrere i ricordi a ritroso. «Certe cose restano tra voi.
Non mi direbbe mai niente che tu stessa non mi confesseresti. La ritiene una sorta di codice femminile;
abbiamo anche litigato, qualche volta.»
Liberai il respiro, incapace di fermare la corsa che il mio cuore aveva intrapreso senza il mio
consenso. Avrei dovuto ricordarmi di ringraziare Ginevra, se si fosse presentata l’occasione.
«In ogni caso, non mi permetterei mai di chiederle informazioni troppo private. In compenso...»
Il suo sorriso divenne quello di un lupo. «... anch’io ho i miei modi per comunicare con te. Diciamo che
è come se fossi tu a leggere i pensieri nella mia mente», confessò, liberando una rumorosa risata.
Spalancai gli occhi, improvvisamente consapevole. «Ti ho sentito! Ti ho sentito nella mia
testa!» esclamai, in balia di sensazioni contrastanti. Iniziavo a mettere insieme i pezzi di quell’assurdo
puzzle. Non c’era niente che non andasse in me. Avrei dovuto solo ascoltare il mio istinto. Non ero
impazzita, avevo davvero sentito i suoi pensieri. Il sollievo per quella consapevolezza lasciò il posto
alla curiosità.
Sollevai lo sguardo in cerca del suo, mentre la sua voce riverberava soavemente nella mia testa.
Profonda, come se nascesse dal mio cuore: «Si chiama Epis-numa. È una piccola zona del cervello che
i mortali non sanno di possedere, ma che la mia mente è in grado di raggiungere, formando un canale
di connessione unilaterale. Posso trasmetterti i miei pensieri anche da chilometri di distanza. L’esatto
opposto del potere di Ginevra, che invece è in grado di raggiungere il canale dalla direzione opposta,
connettendosi all’ Epis-mantra». Sorrise, divertito dalla mia espressione esterrefatta. «... solo che in
genere accade solo se sono io a decidere di aprire quel canale; ma con te è diverso, non funziona come
dovrebbe», ammise corrugando la fronte, ancora frastornato da quel dilemma. «Una volta stabilito quel
contatto, chiunque io voglia è in mio totale possesso», mi rivelò, e una parte di me si sentì tremare per
quella confessione.
«Mi hai mai imposto di fare qualcosa?» mi ritrovai a interromperlo, sconcertata.
Evan sorrise. «Non ci sono mai riuscito.» Non era necessario leggere nella sua mente per
cogliere la frustrazione da cui si sentiva oppresso. «Ho il potere di piegare la mente di chiunque al mio
volere. Di. Ogni. Essere. Umano... ma, quando sono con te, non riesco a trattenere nemmeno i miei
stessi pensieri. I miei poteri sembrano più forti in tua presenza, ma non riesco ad averne il pieno
controllo. Mi sfuggono. Come te lo spieghi?» Quel mistero lo irritava, ma lo affascinava in egual
misura. Il suo sguardo si era acceso e indugiava sul mio, come se si aspettasse di trovare la risposta nei
miei occhi. «Se non fosse stato per Ginevra, non lo avrei mai scoperto. La prima volta è successo a
scuola, mentre sistemavi il tuo armadietto: lei ti stava ascoltando e improvvisamente ha sentito la mia
voce attraverso i tuoi pensieri, sconvolgendoci entrambi. Nessuno di noi due si spiegava come fosse
successo, sapevo già che riuscivi a vedermi ma non mi era mai accaduta prima una cosa del genere.»
Cercai tra i pensieri quel ricordo sfocato e arrossii, ricordando quell’emozione. Sembravano
passati mesi da quel giorno. Erano successe così tante cose da allora... Gli avvenimenti ci avevano
condotti finalmente a quella confessione, l’apice che rischiarava quel mistero, prendendo forma e
riempiendo di colori il quadro che lentamente avevo messo insieme unendo ogni frammento.
«Anche gli altri tuoi fratelli controllano in qualche modo la mente?» mi costrinsi a domandare,
dando voce a un istinto di pura curiosità.
«Più o meno.» Evan celò la sua risposta in un sorriso.
«Leggono la mente come Ginevra?» insistetti, decisa a togliere ogni velo dietro cui si
nascondevano.
«Quella è una sua prerogativa», replicò guardando la balaustra di fronte a sé, come se stesse
valutando le parole, prima di pronunciarle. Mi fissò per un istante, valutando la mia espressione, e gettò
la frase tutta d’un fiato: «Sua e delle sue sorelle. Tutte le Streghe sono in grado di farlo».
«Cos... Cosa?! Torna indietro. Ginevra è una... Strega?!» Riuscii a stento a pronunciare quella
parola. Una parte di me si aspettava ancora che qualcuno saltasse fuori da un momento all’altro
gridando la beffa. Non riuscivo a credere che si trattasse davvero della realtà e non di uno scherzo, un
sogno, o una delle storie che amavo tanto leggere. Si trattava del mio mondo. Un mondo in cui ero
cresciuta segnando un netto confine tra ciò che era reale e ciò che non poteva esserlo, in cui la parete si
stava disgregando amalgamando tutto. Non un nuovo mondo in cui ero stata trascinata. Evan mi stava
solo fornendo la chiave perché riuscissi a vederlo con nuovi occhi; occhi capaci di attraversare quel
confine. Era tutto così assurdo.
L’espressione di Evan sembrava sempre più divertita dalle mie reazioni. «Lo era ma, se posso
darti un consiglio, non tirare mai fuori quell’argomento di fronte a lei. Diventa piuttosto scontrosa a
riguardo. Non le piace parlarne.»
«Puoi contarci», lo rassicurai scuotendo la testa. «Ma grazie per l’avvertimento, comunque.»
Il silenzio che seguì si insinuò in fondo alle ossa, penetrandole come un serpente velenoso.
Entrambi sapevamo a cosa ci avrebbe portato quella conversazione. Avevo l’impressione di
attendere da un’eternità quel momento e, adesso che era finalmente arrivato, temevo che le parole non
riuscissero a districarsi dal nodo che avevo in gola. Eppure, in qualche modo dovevo trovare la forza
per pronunciare quella domanda. Dovevo costringermi, a ogni costo, perché sentivo che la risposta era
importante, anche se in fondo al cuore temevo che cambiasse tutto.
«Evan...» Deglutii, cercando di non far tremare la voce, evitando il suo sguardo. Evan percepì la
solennità di quel momento e scattò con lo sguardo sul mio, bloccandomi il respiro prima che mi
costringessi a continuare. «Cosa sei tu?» Liberata dal peso di quelle parole, riuscii finalmente ad
affrontare i suoi occhi, in tempo per scoprire il lampo che li aveva attraversati.
«Sapevo che me lo avresti chiesto.» La sua voce bassa tornò a riempirsi di amarezza.
Per un infinito istante, nessuno dei due aprì più bocca. Il silenzio mi schiacciava al punto di
farmi desiderare di non averlo mai chiesto. Se ne fossi stata in grado, avrei riavvolto il tempo come un
nastro, cancellando quell’ultima domanda; ma, prima che potessi convincermene, Evan sprofondò lo
sguardo nel mio, fissandomi con un’intensità senza pari. «Sono un Angelo, Gemma.» La sua voce
accarezzò il mio nome così dolcemente che il mio cuore impedì alla ragione di cogliere la solennità
della sua rivelazione.
Evan mi sfiorò il dorso della mano, incoraggiandomi a reagire e temendo che il buio mi
ritrascinasse di nuovo con sé ma, per la prima volta, non mi sentivo turbata dalla sua confessione. Una
parte di me, come se lo avesse sempre sospettato, mi suggerì che non poteva essere altrimenti.
«Ti ho sconvolta?» mi domandò con premura, preoccupato dal mio silenzio.
«Credo di no», replicai, incerta. «Solo, come mai siete venuti qui?» Non avevo idea del perché
il mio cervello avesse elaborato quella domanda, ma la voce aveva obbedito al suo comando prima che
le labbra riuscissero a trattenerla.
Gli occhi di Evan vacillarono, come se, tra tutte, quella domanda lo avesse allarmato più di ogni
altra. Il suo viso si era improvvisamente rattristato. «Vedi, noi siamo Angeli un po’ speciali.» Era come
se un muro insormontabile si fosse frapposto a dividere il canale che avevamo stabilito. Percepivo la
difficoltà con cui tentava di aggirarlo, ma non riuscivo a comprendere le ragioni per cui non lo
abbattesse.
«Speciali? Cosa vuoi dire esattamente?»
«La stirpe cui apparteniamo è un po’ particolare. È la discendenza a distinguerci; la linea di
sangue.»
«Continuo a non capire.»
Evan si riempì i polmoni d’aria e mi incatenò al suo sguardo, assicurandosi la mia attenzione.
«So che quello che sto per dirti potrà sembrarti assurdo, ma i miei fratelli e io discendiamo dai bambini
che Eva cercò di tenere nascosti a Dio, vergognandosi per non averli ancora lavati nel fiume sacro; per
non averli ancora purificati.» Cercavo inutilmente di fingermi al di sopra di quel racconto così assurdo,
mentre Evan studiava la mia espressione, ma avevo il sospetto che l’aritmia del mio cuore mi tradisse.
«Quando Dio scoprì quei bambini, decise che ciò che era stato nascosto fino ad allora sarebbe dovuto
rimanere nascosto in eterno. Probabilmente è per questo che qualcuno ci chiama ’Geni Sotterranei’, ma
negli ultimi secoli nessuno parla più di noi, a parte qualche leggenda norvegese che ha resistito al
tempo.»
«Che razza di punizione è? Dio non dovrebbe perdonare tutti?» mi lasciai sfuggire, rendendomi
conto di quanto assurde risuonassero le mie stesse parole. Io che parlavo di Dio. Ancora non riuscivo a
immergermi in quel nuovo mondo senza avere l’impressione che si stesse prendendo gioco di me.
«Infatti!» replicò con voce severa. «Ma anche lui ha le sue leggi. Un mondo, una società, una
famiglia senza regole sprofondano nel caos. È l’inferno.»
«Che vuol dire ’nascosto’? Cosa comporta questo per te? La tua anima è... persa?»
Evan rise tra sé, divertito dall’effetto che suscitavano in me le sue confessioni.
«La mia anima non è persa. È soltanto in bilico tra paradiso e inferno.»
Lo guardai stranita, in preda alla confusione.
«Qui, sulla terra», mi spiegò con un sorriso, cogliendo la mia esitazione. Per quanto si sforzasse
di nasconderlo, riuscii lo stesso a notare il velo di tristezza di cui i suoi occhi si erano rivestiti. «In
fondo non è così male; siamo solo a metà strada tra il mondo terreno e l’Eden.»
La serietà sul suo viso mi ridestò costringendomi a prendere in seria considerazione ciò che
stava dicendo. Non avevo forse già avuto prova delle sue capacità? Perché avrei dovuto ritenere che
fingesse solo per il gusto di prendermi in giro?
Come un fiume in piena, le spiegazioni che avevo arginato cautamente dietro una porta si
riversarono nella mia testa, travolgendomi.
L’Eden? Ma di cosa stavamo parlando? Possibile che fosse tutto vero?
Gli Angeli, il paradiso, l’inferno... Mio Dio.
D’un tratto mi sentii raggelare ripensando alla nostra fuga in moto. Se davvero lui era un
Angelo, doveva per forza esistere il suo opposto; spaventosi demoni e chissà quali altre creature
mostruose. Un brivido si snodò lungo la mia schiena, lasciando una scia di peli eretti sulle braccia.
Iniziavo a sentire il peso di tutte quelle informazioni e le emozioni rischiavano di sopraffarmi.
«Tutto bene?» chiese Evan, preoccupato. Non ero riuscita a impedire che si accorgesse del mio
turbamento e la mia pelle doveva apparire inverosimilmente pallida.
«Non è giusto, tu non hai nessuna colpa. Sono passati così tanti millenni. È ingiusto che
scontiate gli errori che ha commesso qualcun altro.»
«Mi piace pensare che non sia per sempre», mi svelò. «Ho sempre vissuto nella speranza di una
Redenzione.» Dal suo tono di voce, non riuscivo a capire se stesse tentando di convincere me o soltanto
se stesso. «In fondo, per voi mortali non è poi così diverso. Anche voi abitate sulla terra per scontare la
punizione di qualcun altro. È un purgatorio per voi come lo è per noi. L’Eden vi è stato negato e per
questo siete costretti a vivere affrontando sofferenze e difficoltà in cui vi imbattete ogni giorno. È una
prova, non capisci? Dio avrebbe potuto scaraventare all’inferno Eva e il suo compagno, come ha fatto
con chi è stato punito per il suo tradimento, ma vi ha dato un’altra possibilità. La possibilità di
scegliere. Per questo l’uomo possiede il libero arbitrio. Dio non vuole costringervi ad amarlo, vuole che
sia ogni singolo individuo a scegliere di farlo liberamente. Solo dimostrando di meritarlo, seguendo le
sue leggi, un umano può tornare nell’Eden da cui proviene. Perché per me non dovrebbe essere lo
stesso? Perché anch’io non potrei dimostrare di esserne all’altezza?»
Era il discorso più lungo e sincero che Evan avesse mai fatto in mia presenza.
La sua voce si era infervorata. Nel tono si percepiva con quanta intensità coltivasse quella
speranza, ma il velo di tristezza che persisteva nel suo sguardo mi suggeriva che non era tutto.
Qualcosa ancora mi sfuggiva.
«Sono sicura che puoi farcela, Evan», lo incoraggiai con cautela, mentre i dubbi si affollavano
spingendo per uscire. «E quando tu... sì, insomma...»
«Cosa vuoi sapere?» mi spronò Evan, cogliendo la difficoltà nella mia voce.
«Ti ho visto nella tua forma angelica. A volte riuscivo solo a percepirti, altre volte invece io ti
vedevo, Evan. Sì, ecco... mi chiedevo se il tuo corpo etereo è in qualche modo tangibile.»
«Non dagli umani», replicò in fretta, come se fosse già abituato a rispondere a quella precisa
domanda. «Ma tu rappresenti un’eccezione», mi rivelò cercando il mio sguardo perché intuissi quanto
quel particolare contasse per lui. Poi lo distolse e si concentrò sul pavimento, come se in qualche modo
lui stesso si sentisse sopraffatto da quell’informazione. «Nessuno mi aveva mai toccato e l’intensità
dell’emozione che mi ha travolto quando mi hai sfiorato la prima volta mi ha spinto a studiarti.»
Un soffio di vento mi attraversò la pelle, minaccioso quanto familiare, costringendomi a
rabbrividire mentre Evan sollevava il viso con cautela, come se temesse di spaventarmi. Mi obbligai a
deglutire nonostante la saliva faticasse a scendere per la gola, arsa da tutte quelle sensazioni, mentre mi
rendevo conto che il respiro si era fatto irregolare e i suoi occhi, improvvisamente grigi come l’argento
fuso, sprofondavano inesorabilmente nei miei. Si era trasformato. L’emozione riuscì a paralizzarmi,
strappandomi il fiato.
«Riesci a vedermi?» La voce di Evan mi avvolse come un manto caldo mentre i nostri occhi,
silenziosi, rimanevano intrecciati studiando quel mistero.
«Non dovrei?» replicai con cautela, quasi sottovoce. «Posso... Posso toccarti?»
Evan sollevò la mano lentamente, il palmo rivolto nella mia direzione. Spinta dal profondo
desiderio di toccarlo, avvicinai la mano alla sua, sfiorandone appena le dita.
Evan deglutì e, dopo un istante, annullò lo spazio che le divideva, appoggiandola con dolcezza.
Palmo a palmo. «Mio Dio...» I suoi occhi vacillarono, come trafitti da un’emozione estatica, mentre io
sentivo la pelle percorsa da una leggera scossa d’energia. Un brivido di calore che dalla pelle si
trasmetteva al cuore.
«È una sensazione incredibile», dissi in un sussurro, osservando le nostre mani sospese l’una di
fronte all’altra.
«Incredibile e straordinaria.»
I miei occhi tornarono su quelli di Evan, trovandoli ad aspettarmi.
«Non trovi?» Mi sorrise e, per pochi istanti, la complicità di quel sorriso condiviso mi unì a lui
più di mille parole.
«Ho un’altra domanda», gli confessai dopo un istante di silenzio.
«Ti ascolto.»
«Solo se prometti di non ridere», lo avvertii, imbarazzata da ciò che stavo per chiedergli.
«Promesso», replicò, mentre si sforzava già di reprimere la sfumatura di scherno nel suo
sorriso. Mi agitai sopra il cuscino su cui sedevamo, incrociando le ginocchia sul pavimento.
«Ti sembrerà una richiesta stupida, ma gli Angeli non dovrebbero avere le ali?»
Evan sbuffò in una risata fragorosa, che mi costrinse a sentirmi ridicola solo per averlo chiesto.
«Ti diverti a prendermi in giro, avevi promesso di non ridere», lo redarguii, imbronciata.
«Vorrei vedere te al mio posto.» Lo spinsi con un colpetto sul braccio. Nel momento in cui lo toccai, il
suo sguardo tornò a farsi serio, come se un’emozione violenta lo avesse tramortito.
«Perché non controlli di persona?» mi sfidò, inclinando leggermente la schiena nella mia
direzione, lo sguardo ammiccante e provocatore.
Arrossii, osservandogli la schiena, e il mio cuore pulsò più forte, solo per un istante.
«Avanti, toccami», mi incoraggiò guardandomi negli occhi.
Sfiorare la sua mano non era bastato ad abbattere le barriere di pudore tra di noi, d’altronde non
ero mai stata così sfrontata. Ma avevo l’assurda convinzione che con Evan potessi concedermi quella
confidenza. Eppure d’un tratto mi scorreva una strana emozione sotto pelle, l’arcano istinto che
toccarlo ancora mi avrebbe trascinato in un nuovo mondo. Sapevo bene che si stava ancora prendendo
gioco di me, ma la tentazione era troppo forte perché riuscissi a ignorarla.
Allungai la mano, con esitazione, cercando il suo sguardo, e nei suoi occhi, improvvisamente
colmi di un desiderio nascosto, balenò l’impazienza di sentire quel contatto bruciare sulla pelle.
Deglutii e appoggiai delicatamente il palmo sulla sua schiena.
La mia mano si mosse con cautela, in cerca di qualcosa di diverso, mentre i muscoli di Evan si
flettevano sotto le mie dita. Persino la maglietta non riusciva a trattenere l’elettricità prodotta dalla
connessione tra i nostri corpi.
Avvertii l’impulso opprimente di toccare la sua pelle senza l’ostacolo del tessuto. Rispondendo
al mio desiderio, Evan si girò di scatto, afferrando la mano con cui lo avevo toccato, e in un istante fu
su di me, il mio corpo sotto il suo contro il cuscino, come trascinato da un’ondata irrefrenabile di pura
emozione; un impeto che non era riuscito a controllare. Respirai affannosamente sulla sua bocca
mentre il mio calore si fondeva al suo e i suoi capelli mi sfioravano la fronte, lo sguardo infuocato nel
mio, mentre le nostre dita si intrecciavano oltre la mia testa. Il mio cuore si lasciò sfuggire un battito e
per un istante mi sembrò che si fosse fermato per sempre. La sua piastrina militare mi sfiorò il mento e
la mia mano si mosse ad afferrarla ma, come un vortice furioso che mi risucchiò indietro, con
sgomento scoprii che Evan era ancora al suo posto, seduto di spalle sul cuscino, la mia mano sospesa
sulla sua schiena. Deglutii, in preda a una confusione senza pari, il respiro ancora affannato
dall’immagine che mi aveva folgorato come un film proiettato unicamente nella mia testa; una realtà
nitida e chiara che mi aveva risucchiato nel suo vortice. Ancora stordita dall’intensità di
quell’emozione, non riuscivo a capire se, al contatto con il suo corpo, la mente fosse stata catapultata
nel ricordo del mio sogno, o se fosse stato il riflesso del mio desiderio di lui a guidarmi.
«Allora? Trovato niente?»
Scossi la testa, ridestandomi alla sua voce melodiosa velata da un alone di sarcasmo. Di colpo
un dubbio mi lacerò la mente. «Sei stato tu?» gli domandai di punto in bianco.
«A fare cosa?» replicò, perplesso.
«Ho visto... lascia stare.» Mi costrinsi a non rivelargli della mia visione; di sicuro ne avrebbe
approfittato per prendermi ancora in giro; ma Evan si girò di scatto e mi afferrò le braccia, stringendole
con forza.
«Cos’hai visto, Gemma? Aspetta, non rispondere.» Evan era turbato, gli occhi che si
ingrandivano, sempre più affascinati. «Hai visto noi due. Io ti ho presa e ti ho spinta sul pavimento, non
è così?»
Il cuore vacillò nel petto. Possibile che l’avesse visto anche lui?
Avevo percepito l’intensità delle emozioni sulla pelle come se le avessi realmente vissute.
Possibile che fosse stato lo stesso anche per Evan? Mio Dio. Cosa stava succedendo tra di noi?
Nessuno dei due sembrava capirlo.
«Lo hai visto anche tu?» indagai, esterrefatta dalla forza della nostra connessione.
«È una cosa incredibile. È come se fossimo in simbiosi. A volte mi sento investire da una strana
forza, quando sono con te. C’è un legame, tra di noi, un’alchimia inspiegabile, non la senti anche tu?
Impossibile da contrastare. O controllare.» Quel particolare dettaglio sembrava sconvolgerlo.
«Cos’è successo? Hai proiettato tu quelle immagini nella mia mente?»
«No, io non ho fatto niente. È come se le nostre menti in quell’istante si fossero unite, collegate
tra loro in una realtà parallela in cui abbiamo seguito i nostri istinti, i nostri desideri, anche se i nostri
corpi erano bloccati qui. Quando mi hai sfiorato, ho provato il desiderio irresistibile di toccarti e l’ho
immaginato.»
«L’ho immaginato anch’io. Invece è come se lo avessimo vissuto», ammisi, arrossendo di colpo
per l’affermazione che mi ero lasciata sfuggire.
«Già.» Evan aveva la fronte corrugata, immerso in quel nuovo mistero che sembrava
affascinarlo come se nient’altro lo avesse più scosso da tanto tempo. «È incredibile, è come se i miei
poteri si rafforzassero, quando ci sei tu, anche se non sono sicuro che sia dipeso da me.» Mi scrutò per
qualche secondo, sopraffatto dall’emozione e poi tornò a sorridermi, con la sfumatura di scherno che
iniziavo a riconoscere. «Che mi dici delle mie ali? Sei riuscita a trovarle?» sogghignò, divertito.
«Davvero spiritoso.»
«Potresti sempre riprovare.» Sollevò un sopracciglio e il suo sorriso si incurvò in modo lupesco.
«Non mi dispiacerebbe. Perché non cerchi meglio? Magari sei più fortunata.»
Lo spinsi con la mano costringendolo a voltarsi. «Non farmi sentire più ridicola di quanto non
mi sia già sentita nel chiedertelo!»
«Tu non sei mai ridicola», mi contraddisse con un’aria insostenibilmente dolce, prima di
sorridere tra sé, tornando a schernirmi: «Va bene, lo ammetto, la faccenda delle ali è stata colpa mia. È
solo una leggenda, non occorrono ali per passare da una dimensione all’altra. Sono mondi paralleli e
noi siamo anime, essenze pure come l’aria, e possiamo attraversarle. Se così non fosse, anche i mortali
dovrebbero averne, per poter oltrepassare dopo la morte».
Dovetti ammettere a me stessa che il suo discorso non faceva una piega. «Ce ne sono molti di
voi? Com’è possibile riconoscervi?»
«Non è possibile. Ce ne sono a milioni di noi, su tutta la terra; ci mischiamo tra la gente e
nessuno se ne accorge mai. Nessuno sa chi siamo in realtà. C’è solo un particolare che si manifesta
nella nostra forma naturale, rispetto a quella umana, ma nessuno può accorgersene perché siamo
invisibili ai mortali.»
«Gli occhi», lo anticipai prontamente.
Evan annuì, mentre io venivo scossa dal ricordo recente del suo sguardo argenteo perso nel mio;
in quel momento, invece, i suoi occhi erano più scuri della notte.
«Nelle sembianze carnali, si rivestono del colore che ognuno di noi possedeva durante la sua
esistenza da mortale. Quando non c’è il corpo a mascherarli, invece, i nostri occhi sono grigi, come
l’argento liquido. L’anima si spoglia del corpo rivelando i suoi colori: pura e trasparente, come l’etere.
Ma nessuno in quel caso può vederci.»
«Nessuno tranne me», gli ricordai.
«Già... che cosa strana.»
Gli sfiorai il braccio, nel punto in cui l’inchiostro si avviluppava sulla sua pelle, e lui seguì il
mio movimento con gli occhi.
«E poi c’è anche questo», mi rivelò, con una nota di malinconia nella voce. «Riesci a vederlo,
non è così?»
«Scommetto che non dovrei», dissi, ed Evan sorrise.
«È il segno dei figli di Eva. Ogni giorno ci ricorda chi siamo. Lo riceviamo tutti, subito dopo la
morte. È la nostra maledizione.»
«È doloroso?» gli domandai.
«Non quanto il peso di portarlo», ammise, poi colse la mia tristezza e mi sorrise ancora. «Altre
domande?» chiese con impazienza. Avevo l’impressione che si divertisse a prendermi in giro. O, più
probabilmente, era solo felice di potersi finalmente liberare di quel peso.
Non avevo bisogno di molto tempo per rifletterci, ne avevo una lista interminabile già pronta;
ma una premeva su tutte, spinta su dalla voce impaurita che sentivo tremare e che mi ero costretta a
spingere in un angolino buio della mente, incapace di sopprimerla del tutto. «Hai detto che sono in
pericolo. Perché?»
Evan si irrigidì improvvisamente. Serrò la mascella e strinse nel pugno la parte del cuscino su
cui sedeva. Avevo l’impressione di avergli posto l’unica domanda sbagliata. L’unica alla quale non
avrebbe mai voluto rispondere.
Eppure doveva. Avevo il diritto di sapere. «Evan, devi dirmelo.» Fissai lo sguardo sul suo, con
una fermezza che non credevo di possedere. «Cos’era quell’ombra? L’ho vista, mentre ci rincorreva.»
Qualcosa aveva congelato la sua risposta. Qualcosa dentro di lui. Mi aveva già detto chi era,
cos’altro poteva svelarmi di tanto sconvolgente? Cos’altro nascondeva?
«Evan, rispondi!»
«Quello che hai visto...» Si bloccò, esitante.
«Cos’era?» insistetti.
«Un Angelo della Morte», mi rivelò d’un fiato. «Un Giustiziere.»
Tutto il mondo si sgretolò ai miei piedi. Un Angelo della Morte.
Cosa voleva da me? Un brivido lungo la schiena mi fornì la risposta.
Angeli, paradiso, inferno... Cosa stava succedendo davvero?
Sentii lo sguardo di Evan cercare il mio, ormai perso nel vuoto. Incapace di reagire, avevo agito
nell’unico modo che conoscevo, estraniandomi da tutto, rifugiandomi in un giaciglio caldo dietro porte
inaccessibili della mia mente. Riuscivo a stento a cogliere le parole di Evan che ancora aleggiavano
nell’aria, confuse e sfocate come un’eco.
«È venuto per te. Tu non dovresti più essere qui, Gemma, mi dispiace», mi rivelò, confermando
il terribile dubbio che mi aveva paralizzata nella sua presa gelida. Il mio cuore perse il ritmo nel
sentirle a voce alta.
«Vuoi dire che...» balbettai, agghiacciata.
«La tua ora è scattata quando quel camion ti è venuto addosso.»
Rabbrividii come mai prima di allora. «Tu mi hai salvata», dissi, comprendendo per la prima
volta l’importanza di quelle parole. «Allora sei stato tu a guarirmi la testa e la caviglia? Quel calore eri
tu!»
Evan annuì.
«Incredibile...» sibilai tra me. Poi sollevai lo sguardo a cercarlo. «Lui dov’è adesso?» mi
costrinsi a domandargli, tramortita da un nuovo, terrificante dubbio.
«Tornerà a cercarti, ma non devi preoccuparti. Non si avvicinerà finché sarai insieme a noi. Lui
è solo, noi siamo in quattro.»
«Sei qui per proteggermi?» domandai, a metà tra gratitudine e incertezza. «È questo il tuo
compito?»
I suoi occhi vacillarono, come se la mia domanda lo avesse messo in difficoltà. Chinò la testa,
esitando un istante prima di rispondere. Poi il sorriso tornò a distendergli il volto. «Sei al sicuro con
noi. Puoi stare tranquilla», mi sussurrò sorridendo, mentre mi sfiorava la punta del naso con un leggero
colpetto del suo indice. Avevo l’impressione che si fosse costretto a indossare una maschera, come se
non fosse stato del tutto sincero.
Anche se la piccola vocina spaventata si faceva spazio tra i miei pensieri, per emergere, tentai
con forza di spingerla in fondo a un corridoio, completamente inondata dalla profonda sensazione di
protezione che solo Evan era in grado di infondermi.
Senza preavviso, Evan tornò a fissarmi con intensità. «Non sforzarti di combattere contro la
paura che provi. È normale, non è sbagliato averne; sbagli se pensi il contrario.»
Le sue parole mi investirono come una tormenta d’aria. Come faceva a sapere esattamente
quello che provavo? «Tu come... Hai detto che non riesci a leggere nel pensiero... come fai a sapere
cosa provo?»
Sorrise. «Ho imparato a riconoscere i segnali del tuo corpo, Gemma. Riesco a decifrare il tuo
sguardo.» La sua espressione per qualche ragione divenne furba. «L’inconscio può svelare segreti di
cui nemmeno tu stessa sei al corrente, arriva dove i pensieri non possono e tocca corde irraggiungibili,
difficili da decifrare persino per me, delle volte. Soprattutto quando si tratta di te.»
«Tu leggi l’inconscio?» gli domandai, tramortita da quella nuova rivelazione.
Evan annuì, poi mi fissò, lo sguardo estremamente concentrato sul mio. «Io vedo dentro di te,
Gemma. Posso leggere i pensieri più nascosti attraverso...»
«I sogni», pronunciarono all’unisono le nostre voci.
«Mio Dio, allora...» D’un tratto mi fu tutto più chiaro. Non era un caso se ricordavo quei sogni
così vividamente da non distinguerli dalla realtà. Esisteva una ragione, se non riuscivo a comprendere
dove finisse il sogno e dove iniziasse la vita reale. «Era reale. Era tutto reale! Non avevo immaginato
tutto, tu eri davvero lì.»
«Era tutto reale,» confermò Evan soffocando un sorriso, un sopracciglio lievemente sollevato.
Il mio cuore reagì inondandomi di calore e inviando un messaggio di allarme al cervello.
Sentivo l’agitazione farsi largo dentro di me, mentre realizzavo cosa comportasse quella nuova
rivelazione. Le mie guance si accaldarono senza preavviso e il battito prese a pulsare con violenza sulle
tempie. In un gesto dettato dall’istinto, mi portai le dita alle labbra e le sentii fremere, esultanti per
quella realtà che solo loro conoscevano.
Io ed Evan ci eravamo baciati.
Sentivo il peso dello sguardo di Evan su di me, impaziente di incontrare il mio; ma sapevo che
sulle sue labbra avrei trovato un sorrisetto sfrontato e non sapevo se sarei riuscita ad affrontarlo. Nel
frattempo, avevo l’impressione che il cuore volesse uscirmi dal petto per la gioia che lo inondava.
Avevo sospettato da tempo che l’intensità di quelle emozioni fosse troppo forte, per essere solo frutto
della mia mente.
Io ed Evan ci eravamo baciati. L’immagine nitida di quel bacio riaffiorò, colorandomi le
guance.
Un ricordo.
Con sgomento mi costrinsi a reagire, dovevo in qualche modo spezzare quel silenzio o rischiavo
di non riuscire più a emergere dall’imbarazzo in cui ero sprofondata.
Congelata dal disagio, infuocata da quei ricordi, tentai di cambiare argomento. «Dunque ti
piacciono le costellazioni...»
Evan intuì il mio goffo tentativo di cambiare discorso e rise. «L’origine delle costellazioni è
molto antica, sai? Fin dai tempi più remoti, l’uomo ha osservato il cielo disegnando linee immaginarie
che collegavano un punto luminoso a un altro. Ogni cultura ha composto le sue figure secondo la
propria fantasia. L’Orsa dei greci, per esempio, era un carro per i romani, una pentola per i cinesi, un
ippopotamo per gli egizi, riesci a immaginarlo?» mi spiegò, strappandomi un sorriso. «Ma io ho sempre
trovato interessante il modo in cui i greci, in particolar modo, abbiano trasformato il cielo in un
palcoscenico in cui eroi e divinità si esibiscono guidati dall’immaginazione. Trovo che le loro storie
abbiano reso il cielo una specie di immenso libro illustrato, in cui ogni notte, da migliaia di anni, quei
personaggi prendono vita sotto i nostri occhi. Basta solo riuscire a vederli...» La sua voce si era ridotta
a un sussurro, mentre un vortice di emozioni attraversava i suoi occhi, costantemente su di me.
«Puoi... puoi farmi sognare quello che vuoi?» farfugliai impacciata, inciampando sulle parole.
«È la tua mente, Gemma. I sogni sono come uno specchio che riflette la tua anima, la tua vera
essenza, tirando fuori le tue paure, le tue angosce, i tuoi desideri.» Si fermò a fissarmi sull’ultima
parola. «È il tuo inconscio che viene fuori, io posso solo tentare di decifrarlo.»
«E ci riesci?» domandai, improvvisamente invasa dal timore di cosa Evan avesse potuto leggere
in me.
«Non sempre», ammise, dispiaciuto. «Con te è più difficile. Anche questo non funziona come
dovrebbe.»
«Non funz... cosa vuoi dire?» Trovai il coraggio per affrontare il suo sguardo.
«Un’anima come la tua non l’avevo mai incontrata. È complessa, differente. Quasi
indecifrabile. Quando sono in uno dei tuoi sogni, è come se la tua mente mi causasse delle interferenze,
che non mi permettono di nascondermi a te. Ho come la sensazione che ci sia una forza incontrastabile
tra noi, un enorme magnete che mi attira a te.»
Deglutii, stordita: i suoi sentimenti erano così simili ai miei!
«I miei poteri sono complementari tra loro. Attraverso l’inconscio, riesco a leggere
completamente chiunque io voglia, come se possedessi la chiave di lettura di un complesso codice
cifrato. Posso comprenderne il carattere, i limiti, il punto debole, in modo che possa poi piegarlo al mio
volere connettendomi a lui. Non sono mai stato nei sogni di qualcuno per più di una volta; in genere mi
occorre una sola notte per creare una mappa dettagliata delle persone. Finché non ho incontrato te. Tu
non dovresti sentire la mia voce, o meglio, la parte conscia di te non dovrebbe, ma solo la tua anima.
Capisci perché ero così affascinato da te?» Poi la sua espressione si trasformò in un ghigno. «Drake
dice che sono affascinato da te come un orso dal miele.» Sorrise alla sua battuta, poi si fece serio. «A
quanto pare, non riesco a resisterti.»
«Saresti un orso?» mi lasciai sfuggire sollevando un sopracciglio, prima che potessi impedire
alle parole di uscire dalle labbra. Registrai solo dal suo respiro caldo sul mio collo che Evan si era
avvicinato inesorabilmente. Il cuore mi vibrò nel petto, mentre percepivo le sue labbra lambirmi la
pelle, appoggiandosi dolcemente sull’incavo del collo. «Non vorrai mangiarmi...»
«Perché no...» Il sussurro della sua voce mi inondò di calore.
Socchiusi gli occhi e schiusi istintivamente le labbra, assaporando il ricordo della sua bocca
sulla mia.
Evan iniziò a sfiorarmi il collo muovendosi lentamente verso il mento; un brivido di calore ogni
volta che la sua bocca mi toccava.
«Senti anche tu quello che sento io?» mi sussurrò, mentre le sue labbra si muovevano con
dolcezza verso il mio orecchio. Caldi brividi mi attraversavano la pelle, stordendomi.
«Tu cosa senti?» bisbigliai assuefatta, preda dell’ipnosi del suo incantesimo.
Evan continuò ad avvicinarsi con le labbra, percorrendo l’incavo del collo in una lenta ricerca
della mia bocca, mentre il mio battito pulsava a un ritmo sconosciuto. Ne sfiorò delicatamente un
lembo, infuocandomi di desiderio. L’attesa mi stava logorando. Evan alzò impercettibilmente lo
sguardo sul mio, senza allontanarsi, esitando come se cercasse il consenso nei miei occhi. Un permesso
che gli avevo già concesso prima ancora che me lo chiedesse.
«... Questo», sussurrò, come seta calda che mi si avvolgeva intorno. E lentamente la sua bocca
sfiorò appena la mia, con una dolcezza sconfinata, mentre le mie labbra si muovevano
impercettibilmente per seguirla. Il respiro sembrò abbandonarmi, un calore languido mi irrorò le
pupille, costringendomi a socchiudere gli occhi, mentre io mi lasciavo travolgere dall’ondata di
emozione che mi aveva investito, bramando perché Evan finalmente mi baciasse.
«Ehrm-Ehrm.» Qualcuno accanto a noi si schiarì improvvisamente la voce un attimo prima che
Evan appoggiasse del tutto la bocca sulla mia. «Interrompo qualcosa?»
Ginevra.
L’aroma irresistibile di Evan aleggiava ancora su di me, come un incantesimo oscuro da cui non
riuscivo a ridestarmi. Ero così assuefatta dal calore delle sue labbra così vicine alle mie che, per un
istante, considerai l’idea di ignorare la presenza di Ginevra e tirarlo a me afferrandolo per la maglietta.
Per nessuna ragione al mondo avrei voluto si fermasse. Costringendomi a contenere quel desiderio,
resistetti alla tentazione, mentre Ginevra si lasciava andare a una risata.
Sentii il viso impallidire mentre mi resi conto di cosa l’avesse divertita tanto.
Avevo dimenticato che poteva leggermi nel pensiero.
Desiderai che la terra mi risucchiasse in quell’istante, per la vergogna. Ma Ginevra intervenne
prima che riuscissi a dire qualcosa di stupido: «Buona sera, colombi». Sorrise tra sé.
«Sorellina, cosa c’è di tanto divertente?» le domandò Evan, incuriosito dalla sua espressione.
Perfetto. Lanciai un’occhiata furtiva a Ginevra, chiedendomi se avrebbe tradito i miei pensieri.
Trovavo ridicolo che, alla fine, avrei dovuto assecondare io stessa il mio destino, lanciandomi oltre la
balaustra per l’imbarazzo.
Ginevra mi guardò di sottecchi, sorridendomi con uno sguardo complice mentre avanzava verso
di noi.
Si avvicinò a Evan, abbassandosi fino al suo orecchio e io mi sentii tremare.
«È un segreto», gli bisbigliò mantenendo lo sguardo fisso su di me.
Evan studiò la mia espressione mentre sospiravo di sollievo sforzandomi di non mostrarmi
turbata e inclinò il viso guardando con perplessità prima me, poi Ginevra. «Cosa tramate, voi due?» ci
accusò divertito, stringendo le palpebre.
Cercai lo sguardo di Ginevra, che mi strizzò un occhio prima di rialzarsi.
Rassicurata dalla sua complicità, sollevai le spalle e inarcai le sopracciglia verso l’alto,
fingendo di non capire. Ginevra ci aveva interrotti proprio quando Evan era sul punto di baciarmi, ma
quel gesto le servì per pareggiare i conti.
Ginevra si rivolse a Evan. «Hai fatto in fretta. Impedirtelo sarebbe stato inutile, prima o poi
l’avresti fatto comunque.»
«Aveva il diritto di sapere», replicò Evan.
«Questa storia si fa sempre più complicata, non so ancora se riusciremo a gestirla», confessò lei,
preoccupata.
«Troveremo un modo. C’è sempre una soluzione.» Evan mi guardò di sottecchi, rievocando le
parole che io stessa gli avevo suggerito quella notte, sotto le stelle. «Ci serve solo un piano. E ci serve
subito, prima che...» Si interruppe bruscamente, cercando il mio sguardo. «Dobbiamo anticiparlo, a
ogni costo.»
Rabbrividii, per la frase che non era riuscito a pronunciare. Stavo ancora cercando di elaborare
tutte quelle informazioni. Mi sentivo scossa, e non ero certa dell’effetto che quella nuova realtà avesse
su di me.
Il peso dello sguardo di Ginevra mi distrasse. «Non temere», bisbigliò lei a voce bassa,
sfiorandomi il gomito, «non ti faremo del male», mi rassicurò, leggendo il timore attraverso i miei
pensieri.
«Stai tremando», constatò Evan, sorpreso e frustrato per l’incapacità di cogliere
istantaneamente i miei pensieri, come aveva fatto Ginevra. «Hai paura?» mi domandò preoccupato.
«No», replicai d’impulso.
Ginevra mi guardò furtivamente e fu sul punto di contraddirmi. Non ero ancora abituata a stare
attenta di fronte a lei. Avrei dovuto imparare a gestire meglio i miei pensieri, in sua presenza.
«Vorrei non averne, ma non riesco a farne a meno», fui costretta ad ammettere.
Evan mi sfiorò la guancia con delicatezza, cercando il mio sguardo. «Fidati di me», mi sussurrò,
fissandomi intensamente. «Non ti accadrà niente. Devi solo fidarti di me.»
Non riuscii a rispondergli, ma annuii, ancora frastornata.
Il gorgoglio imbarazzante del mio stomaco affamato squarciò il silenzio e io rivalutai l’ipotesi
della balaustra.
«Scusate», mi giustificai, imbarazzata, mordendomi il labbro.
«Evan! Non è da te», lo redarguì Ginevra, «hai forse dimenticato che Gemma ha bisogno di
nutrirsi?»
«Non sono abituato a certi obblighi, perdonami», si scusò, mortificato per non averci pensato
per primo.
«Non scusarti, non ho fame», mentii, ma il mio stomaco mi tradì ancora, brontolando nello
stesso istante.
Ginevra mi prese per mano e mi condusse dentro. «Vieni, hai bisogno di mangiare», insistette,
mentre mi trascinava per il corridoio.
L’acquolina mi riempì la bocca al pensiero del cibo e a un vago sentore che avevo l’impressione
di annusare nell’aria, come se qualcuno avesse cucinato. Non ricordavo più l’ultima volta in cui avevo
masticato qualcosa.
Grazie. Le comunicai quel pensiero con la mente.
Ginevra si voltò per le scale, guardandomi con un’aria amichevole, per dimostrarmi che aveva
sentito.
Di tutto. Non avevo ancora avuto modo di ringraziarla per avermi salvata al ballo. Se non fosse
stato per lei, il lampadario mi avrebbe schiacciata. Eppure la consapevolezza che quel mostro sarebbe
tornato a cercarmi mi stringeva la gola.
Cos’altro avrei dovuto affrontare per sfuggire alla mia sorte?
Non ero sicura di riuscire a resistere a lungo. Forse non ero abbastanza forte.
Ero davvero sicura che Evan sarebbe riuscito a salvarmi ogni volta?
Nessuno avrebbe potuto fornirmi quella risposta.
Ginevra mi strinse la mano con più forza senza voltarsi, per tranquillizzarmi.
Mi guardai alle spalle, ma Evan non era più con noi, anche se non lo avevo visto passare per le
scale. Mi affrettai a seguire Ginevra scendendo i gradini, spinta dall’impulso di rivederlo.
29
RIFLESSO ALLO SPECCHIO
Dopo aver attraversato il salone, intercettai subito lo sguardo incoraggiante di Evan che mi
sorrideva oltre il tavolo della cucina. Bello come un dio. Mi accompagnò al tavolo scostando con
galanteria la sedia, per mostrarmi la tavola imbandita con pietanze di ogni genere.
Rimasi a bocca aperta. «Evan...»
«Dovevo farmi perdonare», replicò lui con un sorriso.
«Non prenderti tutto il merito», lo assalì Ginevra, sprezzante.
«Grazie...» Lanciai uno sguardo a entrambi. «A tutti e due; ma è davvero troppo! Non potrei
mai riuscire a mangiare tutto. Nemmeno se non toccassi cibo da settimane.»
«Non preoccuparti per questo», mi rassicurò Evan, «mangia tutto quello che ti va. Al resto
penserà Ginevra.» Evan nascose un sorriso mentre Ginevra gli lanciava uno sguardo irato.
«I soldi non sono un problema per noi», replicò Ginevra al dubbio che mi aveva assalito.
«Davvero, Gemma, serviti pure.»
Osservai la tavola, sbigottita dall’ingente quantità di cibo.
«Non sapevo cosa ti piacesse!» si giustificò Ginevra. «Tu non pensi mai al cibo...»
«È tutto davvero invitante, grazie», la tranquillizzai in fretta.
«Hai saltato la cena, è quasi ora di colazione ormai.»
«Rimedierò», replicai, avvertendo i morsi della fame; il profumo del cibo volteggiava per aria
fino a sfiorarmi le narici. Senza indugiare oltre, portai alla bocca un pezzo di pizza, cospargendola di
patatine e inondandola con dell’aranciata fresca.
Una volta terminato il pasto, avevo la pancia talmente gonfia da sentirla tirare. Non ricordavo
da quanto non mi riempissi fino all’orlo in quel modo. Più che per la fame, però, smorzata dopo i primi
morsi, avevo mangiato per non deludere le aspettative di Ginevra, che mi osservava entusiasta ogni
volta che addentavo qualcosa.
Mi guardai intorno, osservando la cucina per la prima volta.
«Voi non mangiate?» domandai di punto in bianco, accorgendomi solo in quell’istante che non
c’erano fornelli.
Evan e Ginevra si scambiarono un’occhiata fugace, prima di rispondere.
«Io e i miei fratelli non abbiamo bisogno del vostro cibo», mi rivelò Evan valutando la mia
reazione.
«Ma potete farlo», lo corressi. «Hai mangiato la mia torta, quando sei venuto in caffetteria da
me.»
Sorrise. «Era una scusa per poterti vedere, Gemma», mi rivelò con un sorriso sensuale. «E
poi...» Lanciò un’occhiata di scherno a Ginevra. «Lei mangia già cibo in abbondanza per tutti.»
Ginevra lo incenerì con lo sguardo, mentre un coltello affilato si sollevava sopra il tavolo
puntando Evan con aria minacciosa. La sedia stridette mentre io trasalivo, agghiacciata.
L’espressione di Evan, al contrario, parve più divertita. «Non dirmi che vuoi mangiare anche
me, adesso!»
«Prima però ti faccio a fette», replicò lei con sguardo truce, e il coltello si mosse da solo verso
di lui alla velocità della luce.
Trasalii, sgomenta, solo per accorgermi che la lama si era fermata a un palmo dal suo viso.
Evan si lasciò sfuggire una risata, sollevando la mano a impugnare il coltello mentre io li
guardavo stordita.
«Ti sembra carino? Abbiamo ospiti», la redarguì lui abbassandosi fino al mio orecchio, il
sorriso sulle labbra. «Ti avevo detto che è meglio non farla irritare...»
«Guarda che ti sento», gli ricordò Ginevra lasciandosi sfuggire una risata. «Tranquilla, Gemma.
Stavamo solo scherzando!»
Osservai Evan, frastornata e ancora in preda al terrore, e lui mi strizzò un occhio, divertito dalla
mia reazione. Avrebbe mai smesso di prendermi in giro?
«Non contarci!» replicò Ginevra al mio pensiero. «Ti conviene farci l’abitudine.» Provai a
sorridere, ma lo sforzo risultò evidente.
«Sembri stanca», constatò Ginevra.
Adesso che me lo faceva notare, sentivo le palpebre chiudersi sugli occhi, riuscivo a controllarle
solo a stento. Da quanto tempo non dormivo? Mi sembravano giorni.
«Hai bisogno di riposare.»
Udii la voce melodiosa di Evan, ma d’un tratto faticai a trovare il suo volto. Mi sentivo sul
punto di crollare.
«È stata una giornata difficile, per te. E non sappiamo cosa ci aspetta domani. Ti accompagno di
sopra.»
«No!» replicai velocemente.
«Puoi dormire in camera mia», mi assicurò Evan con dolcezza.
«Gemma, non hai niente da temere», disse Ginevra, percependo i miei timori.
«Non ti succederà niente qui con noi», aggiunse Evan.
«In ogni caso preferirei restare qui, il divano andrà bene, sembra comodo, e poi, mi basta
distendermi e chiudere gli occhi per qualche minuto. Tornerò come nuova.»
«Sì, come no!» Ginevra non riuscì a fare a meno di contraddirmi, sorridendo.
«Che ore sono?» domandai, improvvisamente preoccupata dalla luce che rischiarava con
intensità il giardino. Dovevo suggerirgli di comprare un orologio, prima o poi.
«Le sette e un quarto. E, comunque, ce n’è uno proprio lì.» Ginevra indicò la parete oltre le sue
spalle su cui era appeso un grosso orologio che un istante prima ero sicura di non aver notato. Le
lancette si muovevano con lentezza, mentre le mie palpebre si reggevano a fatica e io pensavo che a
quell’ora sarei già dovuta essere a metà strada per andare a scuola.
Mi reggevo a stento in piedi, ma riuscii ugualmente a notare l’occhiata silenziosa che Evan e
Ginevra si erano scambiati. Avevo l’impressione che tenessero le orecchie in ascolto. Il pensiero che
quell’essere malvagio potesse avermi trovata mi ridestò improvvisamente, cancellando ogni traccia di
sonno.
«Che succede?» indagai, in preda a un panico improvviso.
«Tranquilla», mi rassicurò Evan tentando di calmarmi. «È uno dei nostri.»
Ginevra sgranò gli occhi all’improvviso guardando un punto fisso oltre le mie spalle. «Drake
aspe... tta. Troppo tardi», sospirò, con aria rassegnata.
Mi girai di scatto e lo sgomento rischiò di travolgermi, privandomi del fiato, delle parole,
persino dei pensieri. La mia mente si ritrovò improvvisamente svuotata, spiazzata dall’immagine che
gli occhi avevano inviato al cervello. «Che diavolo...»
Di fronte a me c’era una mia copia esatta, che mi guardava come il riflesso su uno specchio. Per
la prima volta, fui assalita dal dubbio di essere morta e di guardare dall’esterno il corpo che avevo
appena lasciato.
Mi toccai il petto impulsivamente per accertarmene, ma scoprii che ogni cosa si trovava al suo
posto. Non ero morta, ero ancora nel mio corpo, vivo e concreto. Mi avvicinai, colta dall’impulso
inaspettato di toccarla per assicurarmi che fosse reale, che non fosse frutto della mia immaginazione;
ma esitai, indietreggiando un istante, mentre il mio cervello sceglieva un’alternativa tra la fuga e la
perdita dei sensi. Alla fine mi ritrovai a metà tra le due, sospesa a bocca aperta mentre gli altri mi
lanciavano occhiate dispiaciute.
«Ho cercato di avvertirti», la redarguì Ginevra, desolata, rivolgendosi all’altra me.
«Tutto okay?» Evan mi sfiorò il braccio, preoccupato, mentre io iniziavo a credere di aver perso
l’uso della parola.
«Scusa, Gemma», disse Ginevra. «Questo è stato davvero troppo», bisbigliò a Evan, sottovoce,
prima di tornare a rivolgersi a me. «Dovevamo avvertirti. Questo è Drake», aggiunse, indicando con la
mano l’altra Gemma che, nel frattempo, stava studiando attentamente ogni mio movimento.
«Ehi!» esclamò con entusiasmo, sfoderando un sorriso buffo che poco si addiceva alla mia
faccia.
Sentirne la voce, identica alla mia, mi provocò un brivido. Avevo l’impressione che il mio
corpo non mi appartenesse più, come se lo guardassi da lontano. Una sensazione surreale e fuori da
ogni logica. Avvertii l’esigenza immediata di guardarmi allo specchio, ma scoprii che la stanza ne era
priva. Ripiegai osservandomi le mani, riconoscendole con sollievo come mie.
Ginevra si avvicinò a lei, il passo felpato. «Drake, ti dispiacerebbe...» le bisbigliò all’orecchio,
indicandomi con un cenno della testa.
«Ah... Sì! Perdonami, dolcezza», replicò in tutta fretta la ragazza, con la mia voce, «ti
restituisco il tuo corpo.»
D’un tratto dal suo viso candido e innocente ne prese forma un altro. Duro e... bellissimo. Più
minaccioso di quello di Evan. Mi sorrise con una sfumatura inquietante negli occhi, poi il suo viso
tornò a distendersi. Balbettai qualcosa di incomprensibile, nel tentativo di elaborare le immagini che
avevo appena registrato mentre si trasformava davanti ai miei occhi.
In quale realtà parallela ero finita? Cos’era successo alla vita tranquilla e monotona cui ero
abituata?
«È finita sotto un camion.» La voce sprezzante di Ginevra replicò a quel pensiero. «Rosso, per
giunta, come l’auto.» Lanciò un’occhiata fugace al vestito che indossavo. «Fossi in te mi cambierei.
Non è decisamente il tuo colore fortunato», mi schernì, mentre mi sforzavo di sorriderle senza risultato.
Tornai con lo sguardo a fissare Drake. Al corpo minuto e fragile si era sostituito un fisico
vigoroso, slanciato, muscoloso... molto muscoloso. Sembrava perfino più grosso di Evan e dimostrava
qualche anno più di noi.
«Questo è Drake», intervenne Ginevra portandosi al suo fianco.
«Quello divertente», aggiunse lui sollevando una mano in segno di saluto.
Evan aveva ragione a insistere che i miei genitori non avrebbero notato la differenza. Eppure in
qualche modo avrei dovuto ringraziare anche lui, se solo avessi ritrovato l’accesso alle parole. Drake si
era trasformato in una copia esatta di me, prendendo il mio posto per giustificare la mia assenza. Un
pensiero premuroso che mi scaldò subito il cuore.
«È un Angelo anche lui?» domandai, esitante, ritrovando la voce.
Evan e Drake si scambiarono una breve occhiata.
«È uno di noi», mi spiegò Evan. «Prenderà il tuo posto ogni volta che sarà necessario. Ti avevo
detto che non hai nulla di cui preoccuparti...»
Era confortante il pensiero che qualcuno potesse sostituirmi anche nel caso in cui mi fosse
successo qualcosa. Evitare questo dolore alla mia famiglia in parte mi era di consolazione.
«Non è tra le alternative», mi ammonì Ginevra, leggendo i miei pensieri. «Non più. Non ti
succederà niente. È una promessa.» Eppure io non ne ero più tanto certa.
«Ho i timpani fuori uso», si lamentò Drake, scrollandosi le orecchie con le mani, mentre
Ginevra già rideva. «Il tuo cane fastidioso non ha smesso di abbaiare per tutta la notte. Tuo padre è
venuto a controllare quattro volte a causa sua. Avrei voluto strangolarlo.»
Spalancai gli occhi, in preda alla preoccupazione. «Non l’hai fatto, vero?!»
«Tranquilla», mi rassicurò Evan bisbigliando sottovoce, «non lo farebbe mai.»
Difficile crederlo. Avrebbe potuto schiacciarlo con una sola mano, a giudicare dalla sua stazza.
Non riuscivo a smettere di guardarli. Mi sentivo una mosca in una stanza di farfalle. Di certo
ero l’unica che soffriva di complessi di inferiorità. Ginevra era raggiante, Drake faceva l’effetto di un
dio greco, anche se Evan rimaneva il più bello. I suoi capelli erano rasati, anche se dovevano di certo
essere scuri, a giudicare dai colori della pelle. Scuri come gli occhi, che in quel momento erano neri
come il carbone. Sapevo che il colore non sarebbe stato lo stesso, se lo avessi visto nella sua vera
essenza. Continuava a studiarmi, trafiggendomi con intensità. Avvertii un brivido di terrore quando li
incontrai, anche se sapevo che quella sensazione era del tutto immotivata. Non erano loro i cattivi e non
ero nemmeno sicura della ragione per cui continuassero a proteggermi.
Drake sembrava un militare. Tutto, di lui, faceva pensare a un soldato. I suoi zigomi prominenti
ne delineavano il viso, dalla mascella un po’ squadrata. Il tatuaggio dei Sotterranei risaltava sui muscoli
in bella mostra. C’era qualcosa in lui, non riuscivo a spiegare cosa fosse, ma mi turbava. Una
sensazione dettata dall’istinto.
«Credimi», mi rispose Drake con spensieratezza, «c’è mancato davvero poco», riprese con un
filo di sarcasmo nella voce.
Risero tutti a quella battuta che solo io non ero riuscita a cogliere.
«Ma qualcuno, qui, non stava per andare a dormire?» chiese Ginevra, guardandomi di sottecchi.
«Mi dispiace, ma non sono mai stata tanto sveglia», ammisi. Del sonno che mi aveva stordita
fino a qualche istante prima non c’era più traccia in me. «C’è qualcun altro che dovrei conoscere?»
domandai rivolgendomi a Evan. «Avevi detto che siete in quattro.»
«Simon», replicò Ginevra, lo sguardo improvvisamente dolce. «Eravamo in palestra, ma poi ha
rice...»
Guardai Evan in tempo per cogliere lo strano sguardo che aveva lanciato alla sorella.
«... Aveva delle cose da sistemare, se non sbaglio», si corresse lei, gli occhi ancora fissi sul
fratello con una strana sfumatura ammonitrice.
«Prova a chiamarlo, Evan», lo incitò Drake. «È il momento delle presentazioni.»
«Drake ha ragione», si inserì Ginevra, «dovrebbe aver finito ormai. Abbiamo bisogno di lui. Ci
sono molte cose da discutere e un piano da decidere.»
Evan annuì, prima di rivolgersi a me. «Ma poi vai a riposare», mi ordinò con voce intransigente.
«Provo a contattare Simon.» Chiuse gli occhi e si concentrò per un momento, mentre lo guardavamo
tutti in silenzio, lasciandolo chiamare il fratello mentalmente.
«Simon è il mio ragazzo», mi bisbigliò Ginevra nell’orecchio, soffocando mezzo sorriso, come
se le sue parole celassero un significato nascosto.
«Non lo sapevo», replicai, senza dar peso alla sua affermazione, ancora stordita e confusa da
tutta quell’assurda situazione.
Senza preavviso udii la voce avvolgente di Evan pervadermi la testa. Sollevai lo sguardo
scoprendo che i suoi occhi erano ancora chiusi e le sue labbra sigillate.
Simon, dove sei? Devi raggiungerci. Abbiamo bisogno di te, sussurrò mentalmente.
Mi soffermai a fissarlo, troppo affascinata da lui per distogliere lo sguardo; quando lui se ne
accorse, mi sorrise e mi strizzò l’occhio.
Non aveva di nuovo perso il controllo. Questa volta era stato lui a volerlo. Mi aveva permesso
di ascoltarlo. Mi sentii caldamente lusingata da quella concessione.
«Che succede, ragazzi?» Il timbro di una voce che non conoscevo spezzò il silenzio.
«Finalmente! Si può sapere dove ti eri nascosto?» lo assalì Drake, spazientito dall’attesa per lui
silenziosa. Drake era stato l’unico fra noi a essere escluso da quella conversazione. Oltre a me, anche
Ginevra aveva sentito Evan, attraverso i suoi pensieri.
Simon, l’unico dei fratelli che ancora non conoscevo, si era materializzato di fronte a Drake,
dandomi le spalle. Mi lasciò perplessa quanto assomigliasse a Evan, visto da dietro. A parte la leggera
sfumatura più chiara dei capelli, la somiglianza del taglio e delle spalle era incredibile, a tal punto che
qualcuno avrebbe potuto persino confonderlo.
«Non sarebbe la prima volta per te», bisbigliò Ginevra al mio orecchio.
«Mi ero sbagliata!» esclamai incredula, richiamando alla mente le immagini del bacio che
avevo visto, mentre Ginevra annuiva con aria divertita. «Quindi lui è...»
«Il mio ragazzo», mi anticipò Ginevra, stringendo Simon per la vita.
Finalmente iniziavo a ricollegare i pezzi. E pensare che avrei potuto risparmiarmi un bel po’ di
sofferenza, se solo lo avessi saputo. Dunque nel loro giardino non avevo visto Ginevra baciare Evan,
ma Simon.
«Sai, prima di saltare a conclusioni affrettate, c’è una cosa che non devi mai dimenticare»,
suggerì.
«Cosa?» le domandai, curiosa.
«Chiedere», mi schernì sorridendo. «Ho cercato di fermarti...» Mi fece l’occhiolino e si
avvicinò a Simon. «Prima o poi te lo avrei detto», esclamò, gettando le braccia al collo del suo ragazzo
che, accanto a lei, non appariva più così tanto alto.
Erano trascorsi pochi istanti da quando Simon era apparso nella stanza e solo allora si girò a
guardarmi, l’aria perplessa.
«Se Drake è lì», disse guardando il fratello, «tu devi essere Gemma. Volete presentarmi o devo
fare tutto da solo? Ciao, io sono Simon.» Sorrise allungando la mano, la voce vellutata e gentile.
«Piacere di conoscerti, Simon», replicai, cercando di trattenere lo stupore.
Guardandolo in viso, era ridicolo solo aver pensato che potesse assomigliare a Evan. Erano
come il giorno e la notte, pur essendo entrambi bellissimi.
Simon aveva un viso più angelico, rispetto a tutti gli altri. Infondeva fiducia. I lineamenti del
volto erano morbidi e i suoi capelli, castano chiaro, sfioravano appena il biondo, mentre gli occhi si
avvicinavano al ceruleo. Mi chiedevo se fosse una prerogativa degli Angeli essere così irresistibilmente
affascinanti. Non poteva essere altrimenti.
Ginevra lo accolse con un bacio appassionato che mi fece sentire un po’ a disagio,
probabilmente per la presenza vicinissima di Evan e per il desiderio irrefrenabile di poter fare lo stesso
con lui. Era così vicino che il suo braccio sfiorava appena il mio.
Mi guardò di sottecchi, prima di abbassarsi e bisbigliarmi qualcosa all’orecchio. «Fanno sempre
così», si scusò, amareggiato, ma sulle sue labbra brillava un sorriso.
«Non fa niente. È tutto okay», replicai, la voce resa incerta dall’imbarazzo. «Da quanto tempo
stanno insieme?»
«In pratica da un’eternità!» esclamò sorridendo, eludendo studiatamente la risposta.
Mi affrettai a distogliere lo sguardo da quello di Evan, perplessa. Non sapevo cosa volesse dire,
o quanti anni avessero tutti loro in realtà.
«Il cuore di un Angelo è difficile da penetrare ma, se succede, è per sempre», mi sussurrò
cercando il mio sguardo.
Trasalii all’allusione che aveva velato, sciogliendomi alla dolcezza con cui suonavano le parole
uscendo dalla sua bocca.
Mi soffermai a osservare Simon e Ginevra, con lo schiacciante desiderio di stabilire con Evan
un rapporto come il loro. Più di ogni altra cosa al mondo, desideravo Evan.
«Gemma, sarebbe proprio il caso che tu ti riposassi un po’», suggerì lui con una nota di
rammarico nella voce. «Temo che sarà dura al tuo risveglio.»
Le sue parole ridestarono le mie paure. Non avevo idea di cosa aspettarmi ed ero terrorizzata al
pensiero di dover contrastare quella creatura infernale, dal volto sconosciuto.
Quell’Angelo della Morte era lì per me e sarebbe presto venuto a prendermi perché, in un modo
o nell’altro, io dovevo morire. Era il mio destino. E chi ero io per contrastarlo?
La morte, se sopraggiunge senza avviso, per quanto crudele non fa così paura, se non ti lascia il
tempo di realizzare ciò che sta per accaderti.
Conoscere il proprio destino, invece, è una condanna terrificante, forse peggiore della morte
stessa. Un preludio alla follia.
Temere lo spettro della morte a ogni respiro è uno straziante conto alla rovescia che ti sfinisce,
privandoti della volontà di opporti purché l’eco del suo sussurro si plachi nel gelido silenzio che porta
via ogni cosa. È come un veleno letale che agisce silenzioso prosciugando le tue forze, abbattendo le
difese della tua mente, fin quando arrivi al punto di desiderare di arrenderti al suo conforto, lasciando
che ti avvolga con il suo manto nero, pur di evitare che sia la paura stessa a ucciderti... lentamente.
«Gemma, hai sentito quello che ho detto?» insistette Evan sfiorandomi la spalla.
«Hai ragione», replicai reprimendo le lacrime.
Non riuscivo ad accettare quella realtà. Perché io? Perché proprio a me? Non ero pronta a
lasciare tutto. Non ero pronta a rinunciare a Evan. Non così presto.
«Qui va bene?» mi chiese lui gentilmente, mostrandomi il punto del divano su cui aveva
sistemato un cuscino e una coperta.
«È perfetto», replicai freddamente, la voce spenta a far trapelare la mia rassegnazione. «Evan!»
lo richiamai, fermandolo prima che uscisse dalla stanza. «Non allontanarti... per favore», sibilai in un
rantolo di supplica.
Mi sorrise. «Promesso. Sarò qui accanto», mi rassicurò, prima di allontanarsi.
Dubitavo fermamente di poter prendere sonno. Era già mattino inoltrato e la luce entrava con
insolenza dalla vetrata, impedendomi di chiudere gli occhi.
In quello stesso istante, la stanza si oscurò completamente.
Sollevai la testa, preoccupata, per controllare verso la finestra, e scoprii che delle pesanti tende
si erano chiuse, come se avessero obbedito a un mio comando.
«Serve altro?» La testa di Ginevra fece capolino dalla cucina accanto.
«G-Grazie», gracchiai, ancora scossa.
Ma, a quella nuova oscurità, la paura tornò a investirmi con più forza.
Evan aveva ragione. Non avevo ricevuto le chiavi per accedere a un altro mondo, ma nuovi
occhi, per vedere quello in cui avevo sempre vissuto. Con tutto ciò che nascondeva.
Scrutai nel buio il perimetro della stanza, perlustrandone nervosamente ogni angolo. Non
riuscivo a vedere nemmeno il mio stesso corpo, ma speravo di poter cogliere un qualsiasi movimento,
anche impercettibile, che mi avrebbe permesso di chiamare aiuto.
Non avevo speranze di addormentarmi.
Iniziavo a sentirmi nevrotica, a un passo dall’isteria. Lottai per impedire alle palpebre di
chiudersi, ma avevo davvero bisogno di dormire. Spinta da quella consapevolezza, afferrai un lembo
della coperta e lo alzai fino a coprirmi la testa, nascondendomi sotto il tessuto confortevole, e mi sentii
per la prima volta al sicuro. Respirai a fondo l’aria soffocata dalla pesante trapunta e una delicata
fragranza mi inebriò le narici. Avevo ancora il profumo di Evan addosso. Socchiusi gli occhi e
immaginai che lui fosse ancora lì con me.
Solo allora, sopraffatta dalla stanchezza, cedetti al sonno.
EVAN
30
STRATEGIA PERICOLOSA
«Si è addormentata?» domandai a Ginevra, tentando di dominare la preoccupazione, mentre i
miei fratelli lasciavano la stanza.
Ginevra drizzò le orecchie, in ascolto dei pensieri di Gemma. «Non la sento più», confermò
dopo un momento.
«Bene. È stato difficile per lei fare i conti con tutto questo. Non so ancora se lo ha accettato... o
se riuscirà mai a farlo», le confessai, lasciando che i miei timori risalissero dal fondo del cuore che
avevo ritrovato.
«Non nego che sia sconvolta», ammise Ginevra, «ma chi non lo sarebbe? Possiamo
biasimarla?»
Le lanciai un’occhiata triste, mentre ci avvicinavamo a Gemma, abbassando la voce a un
sussurro perché non si svegliasse.
«Diamole un po’ di tempo per riflettere, vedrai che capirà, e ti accetterà», cercò di confortarmi.
«Guardala», bisbigliai, facendo attenzione a non svegliare il piccolo angelo di cui mi ero
perdutamente innamorato. «Non trovi che sia bellissima?» Le sfiorai la guancia calda e rosea. «Potrei
passare l’eternità a guardarla dormire, non riesco a staccare gli occhi da lei, è come un incantesimo; mi
paralizza.»
I capelli, selvaggi, le accarezzavano con gentilezza il viso. Mi avvicinai per spostarli, esitando,
quando si mosse al contatto delle mie dita.
«È agitata», constatò Ginevra, dando voce ai miei pensieri, «non riesce a rilassarsi, guarda
com’è tesa. Perché non la raggiungi nel suo sogno, Evan?» domandò, perplessa, sorprendendosi della
mia esitazione.
«No. Voglio lasciarle un po’ di spazio», le rivelai, malgrado soffrissi a starle lontano.
«Penso che dovresti tranquillizzarla, invece.»
«Ha bisogno di tempo, come hai detto tu. Se andassi da lei ora, rischierei solo di confonderla.»
Mi fermai, pervaso da una profonda sensazione di tristezza. «Io vorrei solo che fosse il suo cuore a
volermi al suo fianco. Se deciderà di accettarmi per quello che sono, dovrà essere lei a volerlo, non
voglio in alcun modo influenzarla.»
Gemma si rigirò bruscamente tra le coperte inducendomi ad abbassare la voce.
«Sstt... Lasciamola dormire», bisbigliò Ginevra al mio fianco. «Ne avrà bisogno.»
«Ti raggiungo subito», le bisbigliai sottovoce, facendole capire che volevo restare un istante da
solo con Gemma. Aspettai che Ginevra si fosse allontanata, prima di accarezzarle delicatamente il collo
con il dorso della mano. «Non permetterò a nessuno di farti del male. Te lo prometto», le sussurrai
sfiorandole le labbra con le mie, al rovescio.
La guardai un’ultima volta e raggiunsi Ginevra nella stanza accanto, lasciandole un pezzo del
mio cuore.
«È così liberatorio riuscire a essere me stesso con lei, non essere costretto a indossare la
maschera che portiamo ogni giorno; ma non posso sopportare l’idea che non riesca ad accettarmi, o che
abbia persino paura di me. È frustrante convivere con questa eventualità.»
«Dovevi metterlo in conto, Evan. È il rovescio della medaglia. Imparerà a gestire tutto questo,
ne sono sicura. Quello che prova per te è molto forte. Le serve solo tempo. Fidati.»
Speravo che avesse ragione, ma il motivo della mia angoscia aveva radici più profonde e non
riuscii a nasconderlo a Ginevra, per quanto lo volessi.
«Evan.»
Alzai lo sguardo, intuendo il suo rimprovero ancora prima che pronunciasse le parole.
«Perché non glielo hai detto?»
Non le risposi. Non conoscevo la risposta.
«Non capisci che non può che complicare le cose?»
«Perché? Non ha più importanza ormai.» Lanciai un’occhiata nel salone, temendo che Gemma
ci sentisse.
«Sì che ne ha! Cosa credi che penserà quando scoprirà che eri proprio tu il suo Giustiziere? Che
tu sei stato mandato per ucciderla?»
In fondo al cuore, mi sentii rabbrividire a quel pensiero. «Non è necessario che lo sappia»,
sibilai sommessamente, travolto dal senso di colpa.
«Ma è un rischio che devi correre, se vuoi stare con lei. Prima o poi potrebbe scoprirlo. Sarebbe
stato meglio per lei sapere tutta la verità in un’unica volta, senza ulteriori segreti. Sarebbe stato meglio
per tutti!»
«Credi che non lo sappia? O che non ci abbia provato?» le urlai sottovoce. «Non è così che
avevo programmato di dirglielo! Ma poi mi ha chiesto di Amy.»
«La bambina che hai ucciso nell’incendio», mi ricordò Ginevra, attirandosi uno sguardo truce.
Mi rattristai, mentre Ginevra ascoltava in silenzio le parole che aveva già letto nella mia mente,
un istante prima che le pronunciassi. Eppure sentivo la necessità di tirarle fuori, o sentivo che mi
avrebbero schiacciato. «Non mi aspettavo che lo facesse. Mi ha spiazzato. Dovevi vedere i suoi occhi
quando ha pensato che l’avessi salvata... Pensava che soffrissi per non essere riuscito a trarre in salvo la
bambina, capisci? Come potevo spiegarle che ero lì per ucciderla? Non era la colpa a divorarmi, ma la
maschera che ero costretto a indossare con lei. Non potevo dirle chi ero, Ginevra.»
«Dovevi fare un tentativo, Evan», insistette, ignorando la mia frustrazione.
«No», le risposi, risoluto. «Non potevo. Sarebbe stato troppo per lei. Era così spaventata...
Avrei voluto abbracciarla, stringerla forte a me e rassicurarla che per niente al mondo avrei permesso
che le accadesse qualcosa.» Il mio sguardo si perse sul pavimento, risucchiato dal ricordo dell’esistenza
vuota che mi aveva reso prigioniero prima di incontrare Gemma. «La mia vita era vuota e non lo
sapevo. Non permetterò a nessuno di portarmela via. Lei è tutto il mio mondo, adesso. Schiaccerò il
cranio con le mie stesse mani a chiunque osasse anche solo avvicinarsi a Gemma», le garantii, mentre
una furia sconosciuta mi inondava al solo pensiero che qualcuno provasse a farle del male.
Nessuno sarebbe riuscito a toccarla. Non finché ci sarei stato io a proteggerla.
«Puoi contare su di noi, Evan. Ti aiuteremo a proteggerla.»
«No. Avete già rischiato abbastanza. Non so ancora quale prezzo dovrò pagare, ma il consiglio
ci richiamerà. Mi stupisco che non l’abbia già fatto.»
«Siamo una squadra. Uno per tutti. Se Gemma è quella che vuoi, allora è una di noi adesso. La
proteggeremo a ogni costo.»
Grazie, pensai.
«Non ringraziarmi. C’è qualcos’altro di cui dobbiamo preoccuparci. Ci occorre una strategia»,
affermò Ginevra, risoluta. Poi si irrigidì improvvisamente scrutando la stanza.
«Che succede?» indagai, preoccupato.
«È qui vicino, riesco a sentirlo», sibilò appena, i sensi in allerta.
La furia mi pervase, devastandomi. «Non oserà sfidarci in casa nostra», ringhiai, digrignando i
denti, mentre con lo sguardo perlustravo la stanza.
Mi voltai di scatto nel percepire una presenza, ma mi sorpresi di trovare Drake e Simon, apparsi
silenziosamente alle mie spalle.
«Siete voi», sospirai, cercando di dominare il sangue che mi ribolliva nelle vene.
Lo sguardo di Ginevra, intanto, rimaneva sempre in allerta. Come se l’apparizione dei nostri
fratelli non avesse placato i suoi timori. Ginevra, in quanto Strega, era la più incline tra noi a percepire
la presenza di un Angelo.
«Ehi, rilassati», mi riprese Simon, portandomi una mano sulla spalla. «Sei troppo teso, ci
occorre la massima concentrazione. Avete già pensato a qualcosa?»
«Credete che potremmo convincerlo a desistere?» domandò Ginevra.
«Impossibile», risposi. «Non si arrenderà finché non l’avrà uccisa. Niente conta di più per lui.»
«Come possiamo impedirglielo allora, senza ucciderlo?»
Inchiodai Ginevra con lo sguardo infuocato dalla rabbia, quasi mi avesse insultato.
«Non penserai di...» intervenne Simon, inorridito dalla mia determinazione. «Evan, non mi dirai
che vorresti ucciderlo? È un Sotterraneo, Evan! È uno di noi!»
Strinsi i pugni quasi fino a farmi male. «Lo farò, se sarà necessario. Tutto, pur di non perderla»,
ringhiai.
«Ma lui non ha nessuna colpa!» insistette Simon. «È solo una pedina nelle mani della
Confraternita, lo sai anche tu. È innocente e non farebbe mai del male a noi.»
«Vuole farne a lei. E questo mi basta», gli risposi duramente. «Non me la porterà via, anche a
costo di sacrificare la sua vita, se sarò costretto. Lo ucciderò, se non potrò farne a meno. È giusto che
voi lo sappiate.» Fissai Drake, sperando tacitamente nel suo appoggio.
«Evan...» disse lui, «sai anche tu che è impossibile uccidere uno di noi, a meno che...»
Annuii. «C’è un solo modo per farlo. Ci ho già pensato», li informai, inchiodando Ginevra con
lo sguardo, che sembrò sorprendersi della mia idea.
«Il mio veleno», sibilò, agghiacciata.
«È l’unica arma in grado di uccidere un Angelo nero. Il veleno di una Strega. E noi possediamo
questo vantaggio», proseguii con durezza.
La mia strategia aveva lasciato senza parole i miei fratelli, che mi guardavano inorriditi e
sconvolti, chiedendosi come potevo tramare alle spalle di un membro della mia stessa stirpe, legato al
mio sangue attraverso secoli di successioni, rinunce e morti. Provai disprezzo per me stesso, per quegli
sguardi accusatori che sentivo addosso.
In altre circostanze, sarebbe stato assurdo anche solo concepire di dover compiere un simile
gesto. Ma Gemma cambiava tutto. E io mi trovavo costretto a considerare quell’ipotesi. Perché nessuno
di loro sembrava comprendermi?
Non gli avrei permesso di sfiorarla neanche con un dito. Avrei ucciso quell’Angelo e chiunque
fosse arrivato dopo di lui, pur di proteggerla. Niente avrebbe fermato la mia furia.
In Gemma avevo trovato la mia Eva, la mia metà. Alcuni non lo sanno, ma esiste un’anima
affine che ci completa, da qualche parte nel mondo, e non sempre si è così fortunati da riuscire a
riconoscerla. C’erano voluti dei secoli, ma io l’avevo trovata e nessuno me l’avrebbe portata via. Men
che meno la morte che, codarda, aveva trovato in noi i suoi custodi. Prima o poi, avrei trovato un
rimedio anche per quella. Gemma era mia, soltanto mia. Per sempre mia.
Mi girai verso Ginevra. Ne hai ancora? le domandai telepaticamente.
Non avrebbe voluto rispondermi, l’espressione sul suo viso l’aveva tradita. «Evan, non penserai
davvero di usare il mio veleno...»
«È necessario», replicai a denti stretti.
«Non può funzionare, Evan. Pensa alle conseguenze, maledizione!» mi ammonì Drake.
«Non. Mi. Importa. Delle. Conseguenze», gli ringhiai, scandendo ogni parola. «Gemma è tutto
ciò che conta.» La mia voce risuonava fredda e dura persino a me stesso, come se tutto il resto non mi
toccasse. Mi sentivo disperato, ormai, e disposto a tutto. Il mio amore per lei oscurava tutto il resto.
«Evan, calmati, ci deve essere un’altra soluzione», mi implorò Simon, soverchiato da una
preoccupazione senza precedenti.
«Tu non capisci!» ruggii per la frustrazione. «Dobbiamo fermarlo, dannazione!» urlai, furioso.
«Evan, Evan, ascoltami», intervenne Ginevra con voce più calma, cercando il mio sguardo. «Ne
verranno altri. Questa guerra non finirà mai! Vuoi costringerla a nascondersi per sempre? Pensaci bene,
Drake dovrà prendere il suo posto e lei non potrà più riavere la sua vita, non potrà rivedere la sua
famiglia, i suoi amici. È davvero questo che vuoi per lei? Finirà per uccidersi lei stessa alla fine, ci sta
già pensando. Che vita potrebbe mai avere continuamente perseguitata dalla morte? Vivere nel terrore
la ucciderà lentamente. Nessuno potrebbe sopportare un simile fardello.»
Le parole di Ginevra, in qualche modo, riuscirono a raggiungermi nella follia della mia furia,
costringendomi a riflettere. «Hai ragione», ammisi, rassegnato. Non potevo permettere che fosse
Gemma a pagarne le conseguenze. Lei non aveva alcuna colpa.
«Ci deve essere un altro modo per impedirgli di trovarla», suggerì Ginevra.
Sprofondai nel silenzio, mentre le sue parole continuavano a riecheggiare nella mia testa, come
se volessero suggerirmi la soluzione.
«Ma certo!» mormorai. «Ginevra, sei un genio!» Strinsi le palpebre, mentre il mio cervello
elaborava velocemente il piano che le sue parole mi avevano suggerito.
«È perfetto!» esultò Ginevra in uno slancio di euforia, mentre esaminava il piano che prendeva
forma nella mia testa.
«Che succede?» domandò Drake, ansioso.
«Evan ha trovato la soluzione», gli rispose Ginevra, lasciando che fossi io a spiegare loro il
piano che avremmo dovuto seguire.
«Di che si tratta?» mi incalzò Simon, impaziente e al tempo stesso sollevato che esistesse
un’alternativa.
«La nasconderemo», gli rivelai, con il cuore colmo di quella nuova speranza.
Simon e Drake continuavano a scrutarmi con perplessità.
«Ascoltatelo. Può funzionare», disse Ginevra prima che dessero voce ai loro dubbi. Il suo
sguardo, nel frattempo, continuava a perlustrare la stanza, con inquietante diffidenza.
«Il destino di Gemma è segnato», spiegai ai miei fratelli, «deve morire. Bene. Allora morirà.
Non possiamo cambiare ciò che è scritto.»
Nella stanza si levò un brusio di sottofondo, pieno di disapprovazione, ma io sorrisi, sempre più
convinto che il piano avrebbe funzionato.
«Non vuoi più uccidere l’Angelo? Vuoi uccidere Gemma, adesso?» mi interrogò Simon,
sconcertato. Quel nuovo piano lo inorridiva più del precedente. «Non ti seguo.»
Nel mio sguardo avvertivo una nuova luce. La luce della speranza che quel piano assurdo
potesse funzionare e quell’incubo finire per sempre.
«Allora?» mi redarguì Drake, spazientito. «Sei impazzito o cos’altro?»
«Non sono impazzito», tentai di spiegargli, vagamente distratto da Ginevra, che continuava a
guardarsi intorno, irrequieta. «Sarà Gemma a prendere il veleno mortale. Non l’Angelo. Gemma dovrà
morire, questo è inevitabile, non capite? Nessuno può cambiare il proprio destino. Nessuno può
opporsi. Ciò che è scritto deve compiersi.»
«Come la convincerai a prendere il veleno?» si informò Ginevra, per esortarmi a spiegare i
dettagli che lei aveva già letto nella mia testa.
«Cos... Cosa?! E tu sei d’accordo?» le domandò Simon, inorridito.
Nessuno di noi due gli prestò attenzione.
«La costringerò, se sarà necessario», affermai, con una risolutezza senza pari.
Per quanto la mia voce risuonasse dura o fredda, il mio cuore si era acceso di un nuovo calore,
irrorato dalla speranza di un futuro insieme a Gemma. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di venir fuori da
quella situazione. Ero disposto a tutto, anche a un gesto così estremo.
Il tempo non faceva che rinforzare l’idea. Ero sempre più convinto che tutto sarebbe andato per
il meglio, che io e Gemma avremmo avuto un futuro insieme.
«Sarebbe meglio se glielo facessi bere di nascosto, Evan», suggerì Ginevra, «sarà più facile per
noi. Basterà versargliene una goccia in un bicchiere e il suo corpo morirà in un istante. Aspetteremo
che si svegli, e poi finirà tutto. Al resto penseremo noi. Credimi, non è necessario che lo sappia,
servirebbe solo a spaventarla.»
«Insomma, voi due! Volete spiegarci di che diavolo state parlando?» urlò Drake, spazientito.
«Ascoltatemi. Non possiamo contrastare il destino, per quanto incomprensibile o sbagliato
possa sembrarci. È sopra ogni altra cosa ed è fuori dal nostro controllo. Possiamo scappare, ma tornerà
sempre a prendere quello che gli spetta, a meno che...»
«A meno che? Non tenerci sulle spine!» esclamò Drake, esasperato dalle mie esitazioni.
«A meno che non lo raggiriamo», gli rivelai con il cuore in fermento.
«È un indovinello o ti decidi a spiegarci il tuo piano?» si inasprì Drake, seccato.
«Ancora non capite? La soluzione era davanti ai nostri occhi e non la vedevamo! Quello che ci
serviva non era sfuggire alla morte, ma trovare una scappatoia! Il destino di Gemma deve compiersi!
Lei deve morire, ma questo non vuol dire che noi non possiamo riportarla indietro.» Mi soffermai con
impazienza sui loro sguardi, cercando di decifrarli, ma era come se si fossero persi a metà strada.
«Sei uscito di testa?!» esclamò Simon.
Non proprio la reazione in cui avevo sperato.
«Perché? Potrebbe funzionare!» lo redarguì Ginevra.
«Potrebbe. E se così non fosse? Ci hai pensato, Evan?» intervenne Drake.
«Che c’è, di colpo sei diventato prudente, Drake?! Che ne è della tua avventatezza? Speravo
almeno da parte tua di avere una reazione diversa, dannazione!»
«Qui non si tratta di decidere per me, Evan. Voglio solo che tu non commetta un grosso sbaglio.
Potresti perderla per sempre. Nessuno sa meglio di me cosa significa...» La sua voce si affievolì fino a
un sussurro. «Sei disposto a correre il rischio?»
«Non ho altra scelta», ringhiai, furioso.
«È troppo pericoloso, Evan», continuò Simon, preoccupato. «E cosa ti fa credere che Gemma
accetterà il tuo piano? Pensi che sia disposta a sfidare la morte? La ritieni tanto coraggiosa?»
«So che lo è», risposi.
«Nessuno lo è fino a quel punto!» ribadì lui, sempre più nervoso. «Evan, rifletti, non è mai
successo prima. Non sappiamo a cosa andrebbe incontro, la situazione potrebbe sfuggirci di mano.»
«Ti sbagli. Succede continuamente e lo sai anche tu. C’è una via di mezzo tra la vita e la morte.
La gente va e viene senza nemmeno saperlo. Molte persone si risvegliano miracolosamente.»
«Parli del coma, ma è diverso, Evan! Quelle persone si risvegliano perché non è scritto che
debbano morire; le loro anime vagabondano finché non ritrovano la strada, mentre i corpi vengono
mantenuti in vita dalle macchine, ma solo perché non c’è nessuno ad accompagnarle per il trapasso.
Nessun Giustiziere ad aspettarle. E, se anche Gemma accettasse di correre il rischio, lui sarà lì ad
aspettarla.»
«Questo non è un problema. Ho già pensato a tutto. Gli farò credere che mi ero sbagliato e che
voglio rimediare al mio errore uccidendola. Farò in modo che mi veda mentre Gemma prende il veleno.
Non ce l’ha con noi, Simon. Non vuole farci del male. Posso parlare con lui. Una volta che avrà visto il
suo corpo senza vita, mi lascerà stare con lei un’ultima volta. Gli dirò che sarò io stesso ad
accompagnarla, sono sicuro che capirà. Spero solo che non legga nel pensiero», mormorai,
costringendomi a sorridere per scacciare la tensione. In realtà, quell’eventualità mi preoccupava più di
ogni altra cosa. Avrebbe potuto mandare all’aria tutto.
Sembrava che i miei fratelli iniziassero a comprendere il mio piano. Sarebbe stato rischioso,
non potevo negarlo. Se non fossi riuscito a convincere l’Angelo nero ad andarsene in tempo,
nell’ordine della riserva ischemica di Gemma, l’avrei persa per sempre. Avrei avuto solo qualche
minuto prima che il suo cervello venisse compromesso dalla carenza di ossigeno.
Dentro di me, ero sicuro di potercela fare, anche se la disperazione per quella piccola
eventualità in cui avrei potuto fallire mi trafiggeva il petto come un dardo infuocato.
Eppure dovevo rischiare. Per lei. Per noi...
«E se l’Angelo non si fidasse di te? Se non fosse disposto a permettere che fossi tu ad
accompagnarla? Anche in quel caso la perderesti. Se riuscisse a farla trapassare non la rivedresti mai
più, Evan.»
Tra tutti, quel pensiero riuscì a tramutarmi in un blocco di ghiaccio. Un iceberg impenetrabile.
Non era forse questa la ragione per cui non avevo permesso che il camion la uccidesse, quando
era giunta la sua ora? Strinsi i capelli tra i pugni, costernato.
Il crudele destino cui la nostra stirpe era stata condannata non mi era mai pesato come allora.
Costretti all’esilio, in bilico tra la vita e la morte, incapaci di vedere le altre anime una volta
trapassate, e incapaci di mostrarci a loro. Nascosti. Dimenticati. Abbandonati a noi stessi, nell’oblio.
Per l’eternità.
Non l’avrei mai più rivista. Sospirai fino a riempirmi i polmoni per respingere la frustrazione.
«Seguiremo il mio piano e pagherò le conseguenze, se qualcosa dovesse andare storto», mi
costrinsi ad affermare con tono deciso, cercando di nascondere l’agitazione. Il dolore al petto si faceva
più forte quando pensavo a quell’eventualità. «Ho bisogno di saperlo, posso contare su di voi?»
I loro sguardi erano a metà tra scetticismo e convinzione. Solo Ginevra sembrava credere che
quel piano estremo potesse funzionare. Probabilmente perché lei percepiva il fervore che infiammava i
miei pensieri. Speravo che fosse quello il motivo, altrimenti avrei dovuto considerare anche l’altra
ipotesi, il dubbio che continuava a incendiarmi la testa dissolvendo la mia risolutezza: Ginevra non era
una di noi. Forse i miei fratelli avevano ragione e io avrei dovuto prestare loro ascolto, anziché
lasciarmi trascinare dalle emozioni e dall’appoggio di una Strega, incapace di comprendere la
dedizione con cui un Giustiziere esegue gli ordini. Senza riserve. Senza eccezioni. Cancellando tutto il
resto.
Avevo bisogno di riflettere, ma improvvisamente era come se non ci riuscissi. Mi sentivo
bloccato. La lancetta scorreva velocemente sull’orologio impedendomi persino di pensare, come se
anche il tempo avesse deciso di farmi pressione. L’agitazione riaffiorava attraverso la mia indecisione,
approfittando di ogni lacuna, insinuandosi in ogni spazio e alimentandosi delle mie incertezze.
«Non tormentarti», bisbigliò Ginevra sottovoce, una mano appoggiata affettuosamente sulla mia
spalla. «Funzionerà. Non sono un Angelo, ma credo in te. Ho sempre creduto in te, Evan. Non
permettere ai dubbi di insinuarsi nella tua testa, annebbiando ciò che prima riuscivi a vedere con
chiarezza. Sono spettri dispettosi, Evan. Devi scacciarli.»
«Hai ragione. È il panico, che si prende gioco di me.»
«Non devi dubitare, sarà più facile se ci credi veramente. Non devi tentennare o rischierai di
farti scoprire.»
Annuii, ritrovando il controllo dei miei pensieri.
Il tempo scivolava in fretta, fuori il sole si preparava a scomparire dietro l’orizzonte, come se
anche lui fosse inseguito dai suoi spettri.
Gemma dormiva e ancora non c’era traccia del nemico.
Prima di svegliarla, ripassai mentalmente il discorso con cui l’avrei convinta ad assecondare i
miei piani ma, per quanto mi sforzassi, nessuna delle opzioni cui avevo pensato mi sembrava adatta.
Qualunque cosa le avessi detto, non avrei potuto evitare di terrorizzarla.
Avevo escluso a priori il suggerimento di Ginevra. Non le avrei mai dato il veleno con
l’inganno. Gemma non lo meritava e avevo la certezza che lei fosse abbastanza forte per affrontare la
realtà.
Ero stanco di mentirle, volevo che facesse parte del mio mondo e non avrebbe potuto se non
fossi stato completamente sincero con lei. Gemma doveva vedermi per quello che ero in realtà,
conoscere il mio lato oscuro. Mi sarei concesso a lei totalmente. Le avrei spiegato tutto, sperando che
capisse e si fidasse di me. Sperando che il suo cuore scegliesse il vero me, senza riserve. Senza segreti.
Era deciso. Non si tornava più indietro.
Mi concessi un respiro profondo, nonostante l’aria non fosse una necessità per me,
preparandomi a raggiungerla in salotto. Aveva dormito abbastanza. Era ora di svegliarla.
Presto tutto sarebbe finito. Un altro respiro... e oltrepassai a passo svelto il salotto.
Con impazienza improvvisa, il mio cuore si ritrovò a fremere all’idea di rivedere il suo volto, la
dolcezza nel suo sguardo penetrante, la timidezza nel suo sorriso. D’un tratto non sopportavo più
l’attesa interminabile e snervante di risentire la sua voce. Mi sentivo ossessionato da Gemma. Come se
tutta la mia esistenza fosse stata un’unica e lunga pausa nell’attesa di conoscere lei.
Nel raggiungere la stanza, il mio cuore, un attimo prima esultante, si sentì appassire
violentemente.
Gemma non c’era.
Tutto il mondo si sgretolò sotto i miei piedi.
Una mano gelida mi stringeva il petto, impedendomi di respirare, mentre io fissavo il divano
vuoto, gli occhi arsi da un bruciore violento e il corpo congelato nel terrore, incapace di reagire.
Sentii le forze abbandonarmi e crollai sulle ginocchia, in preda alla disperazione. Il mio cuore si
era spento.
Con tutta la forza che mi rimaneva, pensai al suo viso, gridando il suo nome nella mia testa,
come se, dovunque si trovasse, avessi in qualche modo potuto riportarla da me.
Con la disperazione di un condannato a morte, il mio sguardo si era pietrificato sul divano
vuoto, le coperte rovesciate sul pavimento. Come avevo potuto permetterlo? Dov’era la mia stella?
Quel cane era riuscito a prenderla?
Come un’onda nera e minacciosa, sentii un impulso oscuro sollevarmi dal pavimento.
La furia e il male si impossessarono di me, scacciando tutto ciò che ero stato.
Dovevo trovarlo. Dovevo ucciderlo.
Avrei rovesciato il mondo intero, se fosse stato necessario. Quella feccia non meritava di
esistere.
Gli avrei dato la caccia e l’avrei massacrato, solo per averla allontanata da me. E, se solo quel
vile avesse osato sfiorarla, sarebbe stato lui stesso a pregarmi di ucciderlo per sottrarsi alla crudeltà
delle mie torture. Mi sentivo devastato, in bilico tra l’oscurità e la ragione. Gemma era la luce; senza di
lei mi sarei perso nell’oscurità. Non avevo mai provato un odio tanto forte e incontenibile. Per nessuno.
Dimenticai il mio piano, fallito sul nascere, dimenticai cosa fosse la pietà, dimenticai me stesso.
Era una questione personale adesso: tra me e lui. Quel bastardo aveva i minuti contati.
31
GOCCIA FATALE
«Che succede?» Ginevra si precipitò nel salone, la voce incrinata dall’ansia nell’aver percepito
la disperazione attraverso i miei pensieri.
Con lo sguardo affranto, fissai il divano vuoto.
«Gemma!» esclamò lei in preda allo sconforto.
«L’ha presa», sibilai, a metà tra la furia e la disperazione.
«Ma... Come? Non è possibile, Evan! Come ha fatto a...»
«Non sono riuscito a trovare nessuna spiegazione.»
«Come ha fatto?! Evan, come ha fatto a scivolare in casa nostra eludendo il mio controllo? No,
aspetta. Io l’ho sentito, ho avvertito qualcosa di strano, ma mi sembrava troppo assurdo. Percepivo una
presenza... ma non c’era! Ho controllato! Per questo non ho voluto allarmarti. Come spieghi una cosa
del genere?»
«Non ne ho idea, non sappiamo cosa aspettarci, non conosciamo ancora quali siano i suoi
poteri, dannazione!» Entrambi trovavamo impossibile che fosse riuscito a entrare e a portarla via senza
che ce ne accorgessimo.
«È impossibile che sia stato qui. Lo escludo. Ma allora come ha fatto a prenderla?» Il suo
sguardo si incupì mentre rifletteva ad alta voce e un pensiero si faceva spazio tra i miei dubbi.
«Giusto, potresti avere ragione. Se non è stato qui, deve averla... convinta a uscire! Sono un
idiota! Come ho fatto a non capirlo subito?! Lui è come me!» esclamai. «Può leggerle dentro. Le è
entrato nella testa mentre stava dormendo e deve averla persuasa ad allontanarsi da noi.»
«Perché non l’ho sentita quando si è svegliata?» si domandò Ginevra, sconvolta dal senso di
colpa.
«Dev’essere stato lui a bloccarti. Voleva che uscisse. Se solo ti avessi dato ascolto,
maledizione!» Un ringhio d’ira sfuggì al mio controllo. Avrei preferito bruciare all’inferno pur di poter
tornare indietro e raggiungerla in quel sogno.
«Volevi che riposasse, Evan. Volevi solo non disturbarla, non sentirti in colpa per questo.»
In fondo al cuore, sapevo che Ginevra aveva ragione. Allora perché stavo così male? Era tutta
colpa mia. Se l’avessi raggiunta mentre dormiva avrei potuto impedirgli di toccarla, invece l’avevo
lasciata sola con lui. Con quel mostro.
Il dolore mi lacerava con più forza se pensavo alla paura che Gemma doveva aver provato nel
trovarsi sola di fronte a quel demone. E tutto per causa mia. Perché io non ero lì a proteggerla.
Un’ondata inarrestabile di rabbia mi attraversò le viscere, fino a esplodere dentro di me con una
forza devastante. Con un pugno, mandai in frantumi il tavolo di cristallo, sotto lo sguardo attonito di
Ginevra. Mi passai le mani tra i capelli, mentre un rivolo caldo dall’avambraccio mi solcava il viso.
Le braccia di Ginevra mi cinsero con delicatezza le spalle.
«È colpa mia, non capisci? Dovevo proteggerla!» ringhiai, in preda a una disperazione
sconosciuta. «Non so cosa farei se non arrivassi in tempo», le mentii. In realtà sapevo perfettamente
quello che avrei fatto se avessi perso Gemma. Senza di lei niente avrebbe più avuto senso. Gemma era
diventata la mia luce. Non ero disposto a tornare nell’oscurità.
Che senso avrebbe avuto esistere per l’eternità come un guscio vuoto?
Mi sentivo straziato.
«Sai che non te lo permetterei.» Ginevra aveva trovato un varco tra i miei pensieri, per quanto a
fondo avessi tentato di nasconderglieli.
«Sarebbe una mia scelta», ribadii con decisione. «In ogni caso non riusciresti a fermarmi. Prima
o poi otterrei quello che voglio.»
Il silenzio ci travolse. Un silenzio grigio e devastante. Cupo come la morte.
«Non hai ancora risposto alla mia domanda», le ricordai mentre il mio sguardo si accendeva al
fuoco che sentivo vibrare dietro le pupille. «Ne hai ancora?» I miei denti si serrarono nel pronunciare
quelle amare parole. Quasi il veleno cui stavo alludendo mi fosse scivolato nella bocca.
«Non se hai intenzione di usarlo per te.»
«Questo non dipende da me. Non posso mentirti. Ma ho ancora una possibilità, se ci
sbrighiamo.»
Ginevra mi scrutò attentamente.
«Scommetto che ne hai tenuto un po’ da parte, nel caso servisse.» Sollevai un sopracciglio
fissandola negli occhi per spronarla a confessare. Sapevo con certezza che Ginevra aveva conservato
un po’ di veleno, spinta dalla sua naturale propensione a voler piegare il mondo sotto il proprio
controllo.
La sagoma di Ginevra sfumò all’improvviso, come nebbia spazzata via da un colpo di vento.
Fissai per un istante il punto in cui Ginevra era scomparsa, confermando le mie supposizioni, gli occhi
stretti nel percepire quel trionfo. Poi, investito da una nuova determinazione, la seguii al piano
superiore.
Per quanto assurdo, non ero mai entrato nella sua camera. Né mi ero mai soffermato troppo a
chiedermi perché a nessuno di noi fosse permesso, per nessun motivo al mondo, varcare quella soglia;
Simon a parte. Ginevra era stata piuttosto chiara su questo punto. A dispetto del fortissimo legame che
ci univa, lei era pur sempre l’unica donna fra tre maschi e avevo sempre ritenuto giusto rispettarne la
privacy.
Eppure perfino in quella circostanza estrema Ginevra si dimostrava restia a farmi entrare.
Iniziavo a chiedermi se in realtà non nascondesse qualcosa.
A prima vista, la stanza appariva ordinata con una cura maniacale, con un’inquietante
moltitudine di specchi appesi alle pareti. Pile su pile di libri riempivano gli scaffali e le mensole.
Persino i volumi erano intrisi dell’alone minaccioso di cui Ginevra non si svestiva mai. Con mia
sorpresa, i colori delle pareti erano chiari, accesi e brillanti, la luce enfatizzata dagli specchi. Su una
delle pareti, l’intonaco crema faceva spazio a una possente porta blindata, di un elegante grigio scuro.
Cosa ci faceva quella porta all’interno della sua camera? E perché io non ne sapevo niente?
«Non avercela con me per avertelo nascosto, Evan.» Ginevra d’un tratto sembrava preoccupata,
quasi temesse la mia reazione.
«Di cosa parli, Gin?» le domandai con cautela provando a reprimere i sospetti. Cosa diavolo
nascondeva Ginevra dietro quella porta? Una moltitudine di perplessità mi affollò la mente.
«L’ho fatto per voi. Era troppo pericoloso... dovevo tenerlo il più lontano possibile...»
Perché d’un tratto avevo l’impressione che si sentisse in colpa? E per che cosa, poi? «Ginevra,
che succede? Apri quella porta, maledizione! Non abbiamo molto tempo. Qualsiasi cosa tu abbia tenuto
nascosta non ha alcuna importanza. Non ora», la rassicurai con fermezza. «Dobbiamo salvare Gemma,
conta solo questo, per me.»
Ginevra esitò un istante, verificando la sincerità dei miei pensieri, ma io non le avevo mentito.
Non mi importava nulla del suo segreto. Non avrei nemmeno voluto saperlo, se non fosse stato
necessario. Ma lo era.
«Ginevra, cosa aspetti?» la incalzai, in preda alla frustrazione.
Mi lanciò un’ultima occhiata, affranta e rassegnata, poi sollevò il braccio, il palmo rivolto verso
la porta chiusa. Per un solo istante, un brivido mi sferzò le ossa, gelido come un soffio espirato dalle
labbra della morte, mentre una luce brillava negli occhi di Ginevra, rendendoli più verdi. Il suo polso
ruotò in senso antiorario. E la porta si sbloccò, spalancandosi di colpo con un tonfo minaccioso.
«Seguimi.» La sua voce era diventata fredda, come se fosse dominata da una forza oscura.
Varcai la soglia subito dopo Ginevra con un’inquietante sensazione di freddo che sembrava
provenire direttamente dalle mie ossa. Una semioscurità ci aveva avvolto all’interno di quella piccola
stanza buia; persino i miei sensi affinati stentavano a penetrare quelle tenebre e a inviarmi le giuste
informazioni. Qualcosa non andava. Avvertivo un’energia oscura e minacciosa che mi sfiorava, per poi
ritrarsi e riprovarci ancora. Una sensazione agghiacciante che non riuscivo a spiegare, ma che
richiamava istinti conosciuti, per quanto remoti e sepolti dal tempo.
Avevo già vissuto quella sensazione sulla pelle.
Come per scacciare il turbamento che mi aveva investito, Ginevra rischiarò d’un tratto la stanza
con un cenno della mano. E capii di essermi sbagliato.
Non si trattava di una piccola stanza. Eravamo in un giardino, una folta e ristretta radura in cui
rami e piante danzavano sul terreno verdeggiante. Un angolo di paradiso. Soffocai a stento un gemito di
stupore, chiedendomi cos’altro Ginevra avesse ancora da nasconderci. La voce del mio istinto insistette
perché prestassi ascolto al senso di gelo che l’aveva risvegliata, ma la ignorai, rinnegando il pensiero
assurdo che tentava di suggerirmi. Ginevra non sarebbe mai arrivata a tanto.
Pochi istanti dopo, Ginevra si fermò di colpo e mi fece cenno di non muovermi. Quel
turbamento arcano lottò con più forza per emergere e mi sovrastò bloccando ogni mio muscolo, mentre
scoprivo ciò che Ginevra per tanto tempo si era sforzata di nasconderci. Il punto focale da cui
proveniva l’energia oscura. Mi ero sbagliato, non era un angolo di paradiso. Era un angolo di inferno.
Fissai la teca in vetro che avevo di fronte, imprigionato in una lastra di ghiaccio nero.
«Ginevra...» provai a rimproverarla, ma persino i pensieri si erano congelati. Era come se ogni parte di
me si fosse improvvisamente rifiutata di obbedirmi, soggiogata da un terrore primitivo. Non avevo
bisogno di altre spiegazioni per scoprire ciò cui quella prigione di vetro fosse destinata.
Ginevra aveva nascosto a tutti noi il suo serpente. L’unico avversario che un Angelo della
Morte avrebbe mai potuto temere. L’unico essere in grado di annientarci.
Nel momento in cui percepì la mia presenza, il serpente si agitò nella teca scattando
velocemente da una parte all’altra, in preda all’istinto irrefrenabile di affondare i denti nella mia carne e
corrodere il mio sangue con il suo veleno letale.
«Sstt...» provò a tranquillizzarlo Ginevra, ma l’odio che nutriva per la mia stirpe gli impediva di
darle ascolto. «È tutto okay, calmati, adesso. Sono qui con te.»
Come un oscuro incantesimo, la voce di Ginevra riuscì in qualche modo a soffocare l’istinto del
suo animale, inducendolo a calmarsi.
Mi costrinsi a fissarlo negli occhi, perdendomi nell’oscurità che nascondevano, e per la prima
volta compresi la natura di quel primo istinto che aveva tentato di avvertirmi. In quel piccolo animale
risiedeva il male puro e la mia essenza interferiva con la sua, contrastandola.
«Tu lo hai tenuto con te», sibilai con voce carica di disprezzo.
«Voi non avreste mai dovuto scoprirlo...» tentò di giustificarsi, l’espressione a metà tra
vergogna e determinazione.
«Credevamo che lo avessi ucciso! Dannazione, Ginevra! Come hai potuto?!» le urlai furioso.
«Non potevo, Evan! Lui è parte di me! Tu non puoi capire. Ogni Strega stabilisce un legame
speciale, inscindibile, con il suo serpente. I miei pensieri sono i suoi pensieri. La mia carne è la sua
carne. Potresti mai uccidere una parte di te, per quanto la sua natura sia malvagia?»
«Simon ne è al corrente?» le domandai, fuori di me dalla rabbia, ignorando le sue scuse.
Ginevra annuì, lo sguardo basso per il senso di colpa. «L’ho costretto a non dirvi niente, non
prendertela con lui, per favore. Era troppo pericoloso coinvolgervi... Non sarebbe successo niente
finché nessuno avesse avuto accesso alla mia stanza», tentò di rassicurarmi, senza risultato.
Raggelai al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere. Un gelo che non scalfiva me perché
io avevo già scelto il mio destino. Ero in pena per i miei fratelli. La tacita guerra tra i due nemici
mortali, Streghe e Angeli, non si era mai placata, sin dalla creazione. La natura malvagia intrinseca in
ogni Strega le induce da sempre a scovare i mortali che hanno ereditato il gene dei Sotterranei – nelle
cui vene scorre il sangue della nostra stirpe – per impedire loro di divenire Angeli della Morte e
adempiere al compito di accompagnare le anime in paradiso, così che l’umanità si perda nell’inferno. Il
loro mondo.
È una contesa di anime. Quando nasce un nuovo Angelo, una Strega è già lì per corromperne
l’anima. Leggendone i pensieri, capisce quand’è sul punto di cedere o se non ha intenzione di lasciarsi
ammaliare. In tal caso scompare prima che l’Angelo riesca a ucciderla. Ma, se lui non è abbastanza
forte da resistere alle tentazioni della Strega, se riesce a sedurlo con il fascino, la lussuria e
l’irresistibile bellezza di cui dispone, la Strega lo uccide con l’unica arma in grado di annientarci.
Occorre una sola goccia di veleno per spegnere un Angelo per l’eternità. Nessuno sa che fine faccia la
sua anima. Qualcuno pensa che finisca all’inferno. Ma neanche questo mi preoccupava. Non ci sarebbe
stato inferno peggiore per me che sopportare un’esistenza senza Gemma.
Tutti noi pensavamo che Ginevra si fosse disfatta del suo serpente, quando aveva rinnegato le
sue sorelle per seguire Simon. Era stata lei stessa a raccontarcelo. Le aveva tradite per lui, e per questo
sarebbe dovuta morire. E lei era pronta a quel sacrificio, ma era stata salvata dal legame che la univa
alla sorella più anziana, che le aveva risparmiato la vita. Da allora, le Streghe non hanno mai smesso di
tenerla d’occhio e le forze oscure tornano di tanto in tanto a tentarla, senza risultato. Il suo amore per
Simon è sempre stato troppo forte perché lei cedesse ancora al male o si lasciasse sopraffare.
Potevo comprendere il legame che la univa al suo serpente, ma non riuscivo a credere che
Ginevra avesse deciso di esporre Simon a un tale rischio.
«Simon è al sicuro», replicò lei, seguendo il filo dei miei pensieri.
«Come fai a non vedere il pericolo? Dovevi sbarazzarti di lui, come ci hai fatto credere per tutto
questo tempo. Solo tu sei in grado di ucciderlo, Gin. Chiunque di noi ci avesse provato, ammettendo di
riuscire a evitare i suoi denti velenosi, avrebbe ucciso anche te.»
«Non sono riuscita a ucciderlo, perdonami. Ero sul punto di farlo. È stato Simon a impedirmi di
compiere un gesto tanto disperato, quando ha visto il dolore che provavo al pensiero di rinunciare a lui.
Simon mi ha perdonata per non aver trovato la forza di ucciderlo.»
«Simon?! Non pensi a lui?» la accusai con rabbia.
«Simon è quello che tra voi corre meno rischi, lo sai. Non permetterei mai che gli accadesse
qualcosa. Lui è sopra ogni cosa per me», ribadì, la voce intransigente.
«E se la porta rimanesse accidentalmente aperta e lui si trovasse nella tua stanza da solo? Hai
mai pensato a questo?»
«Simon saprebbe già cosa fare», replicò, gelida. «Gli ho ordinato di ucciderlo.»
Sapevo bene che Simon era in grado di farlo. Come tutti gli Angeli, anche lui può controllare
gli elementi e, se il veleno di una Strega è l’unica arma efficace contro un Sotterraneo, il fuoco di un
Angelo lo è contro una Strega.
Il fato, beffardo, si era divertito a unire le loro anime nemiche ma innamorate perdutamente,
costringendole a camminare sul filo del rasoio ogni giorno.
«Sai bene che non lo farebbe mai», la redarguii, fissando il mio sguardo nel suo.
«Me lo ha giurato. La promessa di un Angelo avrà il suo valore, suppongo.»
«Che importanza vuoi che abbia?! Non ucciderebbe mai il tuo serpente, sapendo di uccidere
anche te! Preferirebbe morire piuttosto.»
«No! Non lo permetterei mai», replicò, la voce incrinata dalle lacrime suscitate da quel
pensiero. «Il nostro legame è molto forte. Percepirei il pericolo e correrei ad aiutarlo. Simon non corre
rischi, nessuno di voi ne corre, fidati di me, Evan. L’ho gestito per molto tempo e continuerò a farlo. Il
mio serpente non vi farà alcun male. La parola di una Strega ha il suo valore, puoi fidarti. E comunque
ne parleremo un’altra volta, Evan. Non dimenticare quello per cui siamo venuti: Gemma.»
Sentire il suo nome cancellò tutto il resto. «Procedi», le ordinai, serrando la mascella.
Ginevra afferrò il serpente; le sue modeste dimensioni non facevano supporre la minaccia
terribile che nascondeva. Lo sollevò dal tronco su cui giaceva attorcigliato. Riuscivo a percepire dai
loro sguardi concentrati l’uno sull’altra che stavano comunicando tra loro.
Ginevra tese la mano libera verso un’anta che si apriva sul muro dall’altro lato della stanza,
fuori dalla porta, spalancandola bruscamente senza staccare lo sguardo dall’animale, come se non
volesse interrompere la connessione che li teneva uniti. Osservai trattenendo il respiro mentre l’ampolla
si fiondava verso di lei come un chiodo attratto da una calamita. Ginevra la mostrò al serpente, che nel
frattempo si era arrotolato sul suo braccio, sibilando ogni volta che incrociava il mio sguardo. Lei lo
fissò negli occhi e d’un tratto l’animale allentò la presa e raggiunse la sua mano con un movimento
fulmineo, che mi costrinse a indietreggiare. Ma la bestia non era interessata a me, si trovava sotto il
controllo di Ginevra, in quel momento.
Mi spaventava pensare che mia sorella provasse un simile legame con una creatura tanto
malvagia.
Il serpente raggiunse il flacone che Ginevra reggeva tra le mani e ne trafisse il tappo
affondando, sulla sua superficie, i denti affilati: punte acuminate come spilli.
All’interno dell’ampolla, una goccia scintillante si schiantò sul fondo, trasparente e fatale.
Ne bastava una sola goccia.
A quel punto, Ginevra bisbigliò qualcosa al suo serpente che, per quante lingue conoscessi, si
rivelò incomprensibile. Poi lo staccò dalla boccetta e lo ripose all’interno della teca.
«Possiamo uscire. Qui abbiamo finito», mi informò con voce fredda. Avevo l’impressione che
una parte di quella piccola creatura fosse penetrata in lei, dopo aver stabilito quel legame, così come
Ginevra l’aveva dominata un istante prima.
Seguii Ginevra fuori dalla stanza continuando a guardarmi le spalle dove, nella teca, libero dal
controllo di Ginevra, il serpente non smetteva di sibilare, infastidito dalla mia presenza.
Ginevra sigillò la porta bloccandone tutte le chiusure e raggiunse senza esitazione la scrivania,
come se in passato avesse già compiuto quei gesti. Aprì il cassetto e ne estrasse un pugnale. «Sei sicuro
di volerlo fare?»
«Non sono mai stato tanto sicuro di qualcosa in vita mia.»
Lei annuì, senza mai lasciare il mio sguardo. «Non puoi fargli bere il veleno. Dovrai
pugnalarlo», mi avvertì con voce greve, come se l’idea di uccidere quel vile avrebbe dovuto
spaventarmi.
«Non vedo l’ora», sibilai a denti stretti, mentre una furia crescente mi dilaniava il cuore come
colpi di frusta, infuocati dall’impazienza di affrontare quell’Angelo maledetto.
Ginevra aprì la boccettina e la inclinò, permettendo al veleno di scivolare lentamente lungo le
pareti del vetro. Dispose il coltello sotto di essa e lasciò cadere la goccia sulla lama affilata. «Stai
attento a non tagliarti, Evan.» Ripose il pugnale in un astuccio in pelle e me lo porse.
Lo legai saldamente alla cintura e la fissai, lo sguardo pronto a uccidere. «Non succederà, non
accidentalmente almeno», le confessai, perché sapesse ciò cui sarei andato incontro nel caso in cui per
Gemma fosse stato troppo tardi.
Ginevra annuì ancora, affranta. Sapeva bene che, in quel caso, né lei né altri avrebbero potuto
fermarmi. «Come faremo a trovarla?» chiese con tristezza, la voce spenta dalla certezza che l’Angelo
fosse in qualche modo in grado di celarla a noi, così come era riuscito a sottrarla alla nostra protezione.
«Non lo so.» La frustrazione riuscì ad avere il sopravvento sulla mia voce. «Ho già provato a
raggiungerla con il pensiero, ma non sono riuscito a trovarla.» Non sapevamo con esattezza da quanto
tempo fosse scomparsa. Non sapevamo dove l’avesse nascosta né perché nessuno dei due riuscisse a
percepirla.
In genere mi bastava concentrarmi su di lei, come su chiunque altro, per materializzarmi al suo
fianco. Perché allora stavolta non sentivo niente? Un vuoto impenetrabile la avvolgeva, nascondendola
in un silenzio assoluto. Malgrado gli sforzi, non riuscivo a percepire l’aura emanata dalla sua anima.
Come se fosse morta... Scacciai subito quel pensiero dalla testa, disprezzando me stesso per averlo
formulato.
«Prova ancora», mi incitò Ginevra leggendo la mia frustrazione, «chiamala, Evan. Continua a
chiamarla. Sono sicura che ti sentirà.»
Mi concentrai ancora una volta su Gemma, senza risultato.
Avvertivo solo il silenzio. Ancora e ancora. Come se un muro invalicabile mi impedisse di
raggiungerla. Tentai di superarne i confini e scavalcarlo, con la disperazione di un insetto che batte
sulla finestra per raggiungere la luce, ma ogni tentativo si rivelava inutile. Sentivo l’angoscia stringersi
su di me man mano che i secondi scorrevano, quasi fino a soffocarmi.
«Non riesco a trovarla...» le confessai, affranto. «Cerca i suoi pensieri, Gin!» la implorai, ormai
schiavo della disperazione. «Devi trovarla! Ascolta la sua voce... ti prego.»
«Credi che non ci abbia già provato? Non riesco a sentirla, mi dispiace. C’è solo silenzio
intorno a lei, come se...»
«Concentrati!» ringhiai, furioso. «Tu devi sentirla. Concentrati!» gridai incapace di sopportare il
peso delle parole che le avevo strappato dalle labbra. «Per favore», la implorai, straziato. Non
sopportavo l’idea che quel silenzio fosse l’alone gelido della morte che si era già posato su di lei.
Ginevra chiuse gli occhi e subito il suo viso si irrigidì.
Attesi qualche istante, trattenendo persino il respiro perché non perdesse la concentrazione.
«Lo sento... È lui...»
L’aria mi sfuggì dalle narici in uno sbuffo infuriato.
«È molto potente.»
«Dov’è?! Dimmi dove la tiene!» ringhiai, accecato dall’impulso di ucciderlo.
«Non... non riesco a raggiungerli, mi dispiace. Anche lui mi percepisce e mi sta bloccando.»
L’odio per quel verme mi bruciava l’anima. Serrai i pugni, pronto a riversare la mia furia sulla
prima cosa che mi capitasse a tiro, ma Ginevra mi bloccò prima che riuscissi a darle sfogo: «Calmati,
Evan, dobbiamo concentrarci!»
«Giuro che pagherà per tutto questo.» Avvertivo gli occhi ardere in un rogo sconosciuto. «Non
riuscirà a tenermi lontano da lei. La troverò e non avrò alcuna pietà per lui.» La rabbia mi stava
consumando, bruciando come un fuoco. «Infilzerò il pugnale nel suo petto e lo manderò all’inferno!
Poi, se dovesse essere troppo tardi, lo seguirò, sperando che il veleno basti per entrambi.»
«Non succederà», mi rassicurò Ginevra mentre mi sedevo sul suo letto, gli occhi nascosti dai
pugni serrati sopra la mia testa. «Arriveremo in tempo. Concentrati, Evan, pensa a Gemma... Pensa a
lei come non hai mai fatto prima.»
Chiusi gli occhi, mentre la voce di Ginevra diradava la rabbia che mi annebbiava la mente.
«C’è un legame inspiegabile che vi unisce, ne percepisco la forza. È intenso, inscindibile, è
qualcosa che nemmeno la morte può spezzare.» La sua voce si faceva sempre più suadente, come in un
incantesimo, come se mi stesse entrando dentro, placando persino il mio respiro. «Percorrilo, Evan.
Percorri il filo che ti unisce a Gemma. Raggiungila attraverso quel legame. Solo tu puoi riuscire a
sentire lo spirito dentro di lei. In qualche modo è legato al tuo. Cercala dentro di te...»
La sua voce era divenuta un sussurro che conduceva fino a Gemma, all’amore infinito che
provavo per lei, all’alchimia che ci univa. Gemma... Dove sei? gridai tra i pensieri, nel tentativo di
alitare il mio soffio fino a lei, la voce rotta dalla disperazione. Dove ti nasconde? Non riesco a trovarti!
Gemma... Angelo mio... Jamie.
Poi, per un’infinitesimo di secondo, come uno squarcio nel cielo aperto da un fulmine, la
percepii.
«L’ho trovata!» Mi sollevai di colpo, riempito di una nuova speranza.
La speranza che non fosse troppo tardi.
GEMMA
QUATTRO ORE PRIMA
32
L’ANGELUS
La luce irradiava tenuemente la stanza, come se provenisse da candele. Una dolce melodia
riempiva l’aria e, nonostante tutto intorno a me fosse calmo e tranquillo, scoprii che il cuore mi batteva
come un forsennato.
Mi osservai i piedi, accorgendomi che il mio corpo si muoveva al ritmo di quel dolce suono,
dondolata tra le braccia di qualcuno. Allora sollevai lo sguardo e Peter mi sorrise, stringendomi a sé
con più forza, come se volesse trattenermi.
Tornai a guardarmi intorno, confusa dalla sua presenza lì, al ballo. Che fine aveva fatto Evan?
La stanza era colma di gente che ballava, mentre sul palco la band suonava la nostra canzone.
«Scommetto che stai pensando a lui.» La voce di Peter si incrinò in una sfumatura minacciosa.
«No, no. Io... Peter, dov’eri finito? Sei scomparso...»
Con mia sorpresa, un velo di tristezza scese improvvisamente a oscurargli il volto. «Non sono
scomparso, Gemma. Sei tu che non mi vedi. Hai occhi solo per lui e non ti accorgi mai di me! Vorrei
che scomparisse!»
La sua accusa mi lasciò perplessa, per quanto veritiera.
«Lui dov’è?» mi lasciai sfuggire, incapace di trattenere oltre l’ansia che mi stava opprimendo.
La sua espressione mutò di colpo, indurita da uno sguardo amareggiato. «Lui! Lui! Lui! Adesso
basta! Ne ho abbastanza! Esiste solo Evan, per te?!» Nonostante il tono con cui l’aveva posta, la sua
non era stata una domanda, piuttosto un’altra accusa.
Mi lasciai sfuggire un gemito di sconforto. Peter non era mai stato così adirato con me. L’odio
sembrava accecarlo. Un odio radicato e profondo. Per Evan. «Che ti prende, Pet? Smettila, mi stai
facendo paura...»
«Paura io?! Non è di me che dovresti averne, lo sai bene.»
«C-Cosa vuoi dire?» balbettai, seguendo l’impulso di difendere Evan a ogni costo. «Chi te lo ha
detto? Cosa sai?» lo accusai, la voce sempre più ferma.
Peter smise di ballare, afferrandomi per le spalle. «Gemma, ascoltami bene. C’è qualcosa di
oscuro in quel ragazzo. Non devi fidarti di lui», mi avvertì, impedendomi persino di respirare per
l’intensità del suo sguardo. C’era qualcosa di diverso nei suoi occhi, come se non fossero realmente i
suoi. «Non. Devi. Fidarti», ripeté, scandendo le parole una alla volta, perché cogliessi la sua
intimidazione.
Lo fissai per un istante: l’eco di quelle parole era riuscita a raggiungermi nel mio guscio di
protezione, risvegliando timori che credevo sepolti. Adesso sapevo ciò che Evan nascondeva a tutti
quanti, conoscevo la maschera che era costretto a indossare, ma perché allora sentivo qualcosa agitarsi
dentro di me, un tarlo che continuava a bisbigliare nel mio orecchio, suggerendomi che ciò che sapevo
non era abbastanza?
Il volto di Peter divenne sempre più sbiadito. Mi sforzai di concentrarmi sui suoi tratti, ma la
sua immagine continuava a svanire, allontanandosi come uno spettro mentre l’eco della sua voce,
sempre più debole, ripeteva che non dovevo fidarmi.
Poi Peter si dissolse e tutto intorno a me sembrò ingrigirsi.
La luce divenne fredda, spenta, come in un quadro privo di colori, e mi permetteva a stento di
distinguere i dettagli che mi circondavano.
Mi guardai intorno, investita da un improvviso sgomento. Non c’era più nessuno nella stanza.
Ero sola.
Il mio corpo fu lacerato da un sinistro brivido d’inquietudine.
Cumuli di carte e bicchieri rovesciati ricoprivano il pavimento. Persino la musica si era fermata,
obbligandomi ad ascoltare il mio respiro. Non riuscivo a spiegarmi cosa fosse accaduto, né dove
fossero finiti tutti gli altri.
Nel silenzio agghiacciante, una ventata d’aria gelida mi investì improvvisamente
attraversandomi i capelli. Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. Non per l’aria fredda, ma per la
consapevolezza assoluta che ci fosse qualcuno lì con me, nascosto nell’ombra. Il terrore tornò a
tormentarmi.
Doveva essere lui. L’Angelo nero. Mi aveva trovata.
Mi guardai intorno con disperazione. Dov’era Evan? Perché non era lì a proteggermi, come
aveva promesso? Il pensiero di dover affrontare da sola quella creatura infernale mi faceva tremare. In
che modo avrei potuto difendermi? Io, un’inutile e insignificante mortale, come avrei potuto lottare
contro un Giustiziere della morte? Come avrei potuto impedirgli di uccidermi senza pietà alcuna?
Un tremito al cuore mi fornì la risposta. Non avrei potuto impedirlo.
Era la fine.
Riempii i polmoni d’aria e mi preparai ad affrontarlo.
«So che sei qui!» La mia voce riecheggiò nella stanza vuota in un riverbero tremante, ma mi
costrinsi a dominarla. «Non nasconderti!» gli intimai, sforzandomi di pronunciare le parole con
fermezza.
Una sagoma scura attraversò la stanza saettando come un fulmine tra una chiazza d’ombra e
un’altra. Sussultai, sgomenta, tentando di seguirla perché non mi sorprendesse alle spalle. Ancora e
ancora, fin quando si fermò accanto alla parete buia che avevo di fronte. E il respiro mi abbandonò del
tutto. Ansimai, in cerca d’aria, lottando contro il panico che minacciava di soverchiarmi.
L’ombra rimase nascosta, protetta dall’oscurità, a osservarmi fin quando il mio cervello non
riuscì a dominare il corpo. Con la mente sgombra dai tentacoli del panico, aguzzai la vista cercando di
penetrare il buio in cui si nascondeva e un gemito mi sfuggì dalle labbra. Il suo aspetto sembrava...
umano.
«So chi sei», mi costrinsi a rivelargli, tentennante.
Senza preavviso, una voce inaspettatamente sinuosa si levò nella penombra. Bassa e penetrante.
«Tu credi di sapere tutto, ma ti sbagli.»
La sua voce.
Sbigottita, tentai di contrastare l’effetto che la sua voce aveva suscitato in me,
destabilizzandomi al punto di impedirmi di cogliere il senso delle sue parole, come se in qualche modo
fosse riuscita a stregarmi, per un momento. Una gamba si mostrò, uscendo lentamente dall’ombra e,
colta di sorpresa, sussultai, indietreggiando per ristabilire la distanza, ma, non appena il mio piede
sfiorò il pavimento, una fitta acuta mi trafisse il tallone. Sforzandomi di reprimere un urlo di dolore, mi
guardai intorno, per scoprire che migliaia di vetri ricoprivano il pavimento. Schegge di cristallo dalle
punte acuminate minacciavano i miei movimenti mentre, poco distante, un enorme lampadario giaceva
a terra, distrutto.
«Attenta, potresti farti male.» Un ghigno impercettibile mi rivelò che la mia disperazione lo
divertiva.
Nel frattempo, il dolore al piede si faceva sempre più intenso, costringendomi a chiedermi
quanto profonda e grave fosse la ferita. Un’occhiata furtiva mi rivelò che un grosso frammento di
cristallo si era infilzato nel mio tallone, da cui il sangue sgorgava ininterrottamente sporcando il
pavimento. I prismi, imbrattati di rosso, scintillavano riflettendo la mia immagine insanguinata, come
un oscuro presagio.
Mi costrinsi a ignorare quel dolore lancinante, rinunciando alla possibilità di estrarre il vetro
dalla carne, e repentinamente cercai il mio assassino con lo sguardo. Non potevo permettermi di
perderlo di vista.
«Fa male?» domandò, divertito. Era difficile riuscire a credere come dietro una voce dal suono
così morbido e apparentemente confortante potesse celarsi un mostro tanto crudele. Il suo ghigno
lasciava intendere che la sofferenza che provavo sarebbe stata niente, in confronto a quello che avrei
dovuto tollerare a breve.
Reprimendo il moto di frustrazione, feci uno sforzo per non replicare, tentando allo stesso
tempo di nascondere la smorfia di dolore sul mio volto.
Il mostro avanzò di un altro passo, mostrandosi alla luce.
Se al suono delle sue parole la voce aveva minacciato di abbandonarmi, nel vedere il suo volto
mi paralizzai in una stasi apoplettica.
Nessun corno spuntava dalla sua fronte. Niente occhi rossi a spaventarmi né zanne. Il suo
aspetto non era come lo avevo immaginato nei miei incubi peggiori, al contrario... Quell’Angelo era
bellissimo.
Non era molto alto, ma i suoi occhi grigi emanavano un bagliore che riusciva a catturarmi,
risplendendo nella semioscurità. I suoi capelli erano molto corti, ma le basette si prolungavano in un
filo sottile che gli incorniciava il volto, incontrandosi nel pizzetto scuro sul mento. Per un istante mi
lasciai turbare dal fascino che irradiava, esterrefatta e incantata dal suo volto, tanto da dimenticare lo
scopo per cui era venuto.
«Sembri sorpresa.»
Mi irrigidii di colpo. Non dovevo permettere alle emozioni di trasparire dal mio volto.
«Cosa ti aspettavi? Credevi fossi un mostro? È questo che ti hanno detto di me?» Sorrise, la
voce suadente come velluto nero.
«So chi sei», ribadii, ritrovando le parole. «Evan mi ha detto tutto.» Come un antidoto, la mia
stessa voce bastò a farmi rinsavire dall’incantesimo con cui lui mi aveva avvelenata. E, nel ricordare
chi avevo di fronte, non riuscii a trattenere un brivido di gelo.
«Stai tremando», constatò, poi la sua voce si fece più sottile e tenebrosa. «Hai paura?»
«No», mi affrettai a replicare, consapevole che il mio sguardo mi stava tradendo. Mentivo: non
ero mai stata tanto spaventata in tutta la mia vita. In realtà, ero congelata nel terrore. Ibernata sotto una
lastra di ghiaccio che mi impediva persino di respirare.
«Mmm...» mugugnò, scuotendo la testa, mentre continuava ad avvicinarsi. «Scoprirai presto
che a me non puoi mentire.»
Sussultai, temendo improvvisamente che leggesse nel pensiero.
«La sento, sai?» sibilò, girandomi lentamente intorno come un avvoltoio. «La tua paura.» Serrai
gli occhi e deglutii, cercando di non fare rumore. «Non ti biasimo per questo, hai ragione ad averne»,
sussurrò direttamente nel mio orecchio. «Ma vedo che non è tutto...» Sorrise, come se qualcosa fosse
riuscito a sorprenderlo. «Questa poi non me la aspettavo», aggiunse, sogghignando come un lupo con le
fauci sulla sua preda. «Non so se esserne offeso o divertito. Io non sono l’unico di cui hai paura.»
«Ti sbagli!» mentii di nuovo, stupendomi alla prontezza con cui avevo reagito. In fondo al
cuore, sapevo di essere io a sbagliarmi. La piccola vocina nella mia testa che credevo aver sepolto d’un
tratto era riaffiorata, nutrendosi delle sue parole, rafforzandosi al punto di sfuggire al mio controllo. La
voce di Peter tornò a riecheggiare nelle mie orecchie: ... Evan. Non fidarti di lui. È pericoloso. Scossi la
testa nella speranza di farla tacere, ma ogni tentativo la rendeva più forte. Con sgomento, realizzai che
non era la voce di Peter a tormentarmi.
Doveva trattarsi della mia coscienza, l’istinto di sopravvivenza che da sempre aveva tentato si
suggerirmi di scappare da Evan e cui il mio cuore mi aveva impedito di dare ascolto.
Tentai con tutte le forze di sopprimere i dubbi che avevo su Evan. Era stato sincero con me,
rivelandomi i suoi segreti più profondi, perché avrei dovuto dubitare ancora di lui?
«Se è così», proseguì l’Angelo rispondendo a quell’atroce dubbio, «dov’è il tuo eroe, adesso?
Perché non è qui a salvarti? Aspetta, aspetta. Riformulo la domanda.» Sorrise, con una strana luce
malvagia negli occhi. «Sei ancora sicura che voglia farlo?»
«Smettila!» gli urlai contro. «Non ho paura di Evan.» Ma la mia voce inevitabilmente si
affievolì, come per smentirmi.
«Sbagliato. Ti ho già detto che a me non puoi mentire. Dovresti saperlo!»
«Perché dovrei avere paura di lui?» E, dopo aver pronunciato la domanda, mi resi conto che
anch’io avrei voluto avere una risposta. «So chi è lui. E so chi sei tu», lo redarguii con voce ferma.
«Evan mi ha detto tutto.»
«Mmm... sbagliato di nuovo.» Come un fantasma dispettoso, quell’Angelo della Morte si stava
divertendo a tormentarmi.
Non comprendevo perché ogni sua parola mi confondesse sempre di più. Sentivo di avere la
testa annebbiata, come se stessi lentamente perdendo il controllo di me stessa. Mi sentivo stregata da
lui, come se le sue parole mi stessero lentamente avvelenando, nascoste da quella voce suadente come
un vile sortilegio.
«Sei proprio sicura che Evan ti abbia detto tutto?» insistette, lo sguardo affilato in una smorfia
malvagia.
Trasalii. Cosa stava insinuando?
«Come immaginavo», replicò sogghignando fra sé, quando notò la sorpresa dipingersi sul mio
volto. «Sono pronto a scommettere che non ti ha detto che è stato mandato per ucciderti.»
Mi trafisse come un fulmine infuriato, squarciandomi il petto.
Le sue parole agghiaccianti mi investirono, uccidendo una parte di me.
Avrei voluto contestarle, rinnegarle, rifiutarmi di accettarle, ma il mio cervello le registrò subito
come una verità assoluta e incontestabile. Per qualche assurda ragione, avvertivo che era davvero così.
Una parte di me, forse, lo aveva sempre sospettato.
Non riuscivo più a staccare le labbra per parlare.
«Ha cercato di ucciderti», mi confessò, deridendo la mia espressione ormai spenta.
«Non è vero», mi costrinsi a replicare, la voce tremante e lo sguardo perso nel vuoto,
nell’ostinato tentativo di contraddirlo.
«Ne sei sicura? Quando il camion stava per colpirti, come pensi che abbia fatto, Evan, a trovarsi
nel posto giusto... al momento giusto? Perché credi che fosse lì, Gemma?»
Come un tarlo, la sua voce si stava scavando un passaggio per raggiungere l’ultima parte di me
che si ostinava a resistergli, mentre il dolore mi trafiggeva il petto.
«Lui era lì per te, era venuto per ucciderti.»
Come veleno acido le sue parole mi corrosero la pelle.
Eppure, in bilico tra ragione e follia, affranta e rassegnata, un battito sordo del mio cuore diede
coraggio a quella piccola parte di me che ancora tentava di reagire. «Ma non l’ha fatto», sentii dire alla
mia voce, come se non mi appartenesse. Avevo la sensazione di aver perso il contatto con me stessa,
legata alla ragione solo da un piccolo frammento che continuava a lottare per emergere. Tentai di
rafforzarlo, ma invano.
«Non ancora, ma lo farà presto. Ti sei solo illusa di poter vivere una vita che non ti appartiene
più. Lui non può cambiare la sua natura. Quello che devi capire, Gemma, è che non dipende da lui. Né
da me. Immagina che sia una partita a scacchi, dove noi siamo solo pedine mosse da qualcun altro. E tu
sei sotto tiro, mi dispiace. Evan ha solo avuto un momento di distrazione. Di debolezza. Capita a tutti
noi, prima o poi; scommetto che si è già ricreduto e, proprio in questo momento, mentre noi siamo qui
a parlare, sta progettando di ucciderti, Gemma. Lui vuole la tua morte per redimersi.»
«Non è possibile», piagnucolai, reprimendo le lacrime. Rifiutavo di credere alla crudeltà delle
sue parole, ma la consapevolezza che non mentiva cresceva incontrollata. «Perché dovrebbe volerlo?»
domandai, distrutta, temendo la risposta.
«Perché lui è come me! Cosa credevi che fosse? È un Angelo della Morte, Gemma... ed è
venuto a prenderti.»
«Basta!» urlai tra le lacrime. «Perché dovrei crederti?»
«Oh, ma tu mi credi già. Riesco a sentirlo. È stato Evan a uccidere l’uomo che hanno trovato
nel bosco.»
«No!» lo implorai di tacere.
«Evan ha scatenato quell’incendio e poi ha preso la bambina. Lui l’ha uccisa, Gemma. Ha
lasciato che bruciasse viva. Senza pietà. Non hai mai voluto accettarlo, ma una parte di te lo ha sempre
saputo. Inconsapevolmente, hai perfino evitato di porti le domande giuste... perché sei una mortale,
debole, e ti sei innamorata di Evan, mentre lui ti ha tradita, Gemma. Lui vuole solo ucciderti.»
«Basta! Smettila!» gridai, coprendomi le orecchie con le mani per non sentire altro, mentre le
lacrime continuavano a sgorgarmi dagli occhi, ormai gonfi, impedendomi persino di vedere dove le mie
gambe mi stavano portando, nel tentativo disperato di ribellarsi a quelle rivelazioni. Come faceva a
sapere esattamente cosa provavo? Come aveva fatto a scavare dentro di me, scovando ciò che tentavo
di nascondere persino a me stessa?
Tentai di raggiungere la porta all’altro lato della stanza, ma l’Angelo mi sbarrò la strada. «È
difficile da accettare. Lo capisco», disse a bassa voce, ostentando un’espressione dispiaciuta, del tutto
artefatta.
«Perché non mi uccidi subito, così la facciamo finita?» gli ringhiai contro, rassegnata.
L’Angelo valutò la mia proposta prima di parlare, come se stesse scegliendo le parole. «Devo
confessarti una cosa... un segreto», bisbigliò avvicinandosi al mio viso. «Sono stato mandato solo per
ucciderti, ma non so se obbedirò agli ordini, perché ti farei un favore. Lascerò che sia il tuo Evan a
farlo mentre io mi godrò lo spettacolo. In realtà dovrei esserti grato, perché questo gioco mi diverte più
di quanto avessi programmato. Povera, piccola Gemma, l’unica persona che hai mai amato ti ha tradita,
ti ha illusa. Questa tua passione, questo tuo dolore... è come se avessero riacceso in me una miccia
spenta da tempo. Hanno risvegliato l’Angelus che c’è in me, liberando tutto il mio dolore represso. Per
fortuna posso sfogarlo su di te. Mi sento vivo per la prima volta dopo tanti anni. Un tempo ero
Faustian, poi una parte di me è morta per sempre, lasciando posto solo al demone. Adesso sono solo
Faust», sghignazzò, lo sguardo sadico e un sorriso scaltro sulle labbra.
«Sei un mostro!» gli gridai con tutta la voce che mi era rimasta.
«Un mostro?» sibilò inclinando il volto, lo sguardo malvagio. «Perché mai? Tu non sei niente
per me. Perché dovrei risparmiarti? O provare pena per te? Non riesci a vedere chi è il vero mostro?»
disse, studiando la mia espressione «Evan ti ha mentito, ti ha illuso, ed è pronto a voltarti le spalle.
Allora? Chi è il mostro fra noi due? Rispondi!» gridò, infuriato. «Chi è il mostro?»
Mi sentivo distrutta, devastata dalle lacrime. Non ero sicura che il mio corpo fosse in grado di
contenere tanta disperazione e frustrazione.
Faustian: un nome così dolce, per una creatura tanto crudele. Faust era di sicuro più
appropriato.
Mi scrutò attentamente, come se mi stesse studiando. «Devi amarlo proprio tanto, se una parte
di te si ostina ancora a lottare per lui.»
Le sue affermazioni mi lasciavano sempre più stordita. Come faceva a leggere i miei
sentimenti?
«Ma è debole, la sento affievolirsi. Sta per arrendersi.»
Speravo con tutta me stessa che non lo facesse. Dentro di me, volevo ancora credere che ci
fosse una speranza, seppur insignificante, che Evan non volesse davvero uccidermi.
Mi aggrappai con tutta me stessa a quella chimera, ma scivolavo, non riuscivo ad afferrarla, ero
come... bloccata, come se la mia mente non mi appartenesse più. Mi sforzavo di pensare con lucidità,
ma non riuscivo a ragionare.
«Sei ostinata, non me lo aspettavo...» rifletté a voce alta mentre ancora mi studiava. Poi, d’un
tratto qualcosa attirò la sua attenzione e il suo viso si inclinò come se fosse in ascolto, prima di
tramutarsi in un ghigno di malvagia soddisfazione. «Sono proprio curioso di vedere fino a che punto
arriva la tua testardaggine. Voglio vedere se avrai ancora dubbi, dopo quello che ti mostrerò», disse,
con un sorriso malvagio sulle labbra.
Lo guardai perplessa, chiedendomi cosa intendesse dire, ma Faust mi anticipò prima che
riuscissi a chiederglielo: «Lo vedrai con i tuoi stessi occhi».
Davvero era in grado di fornirmi una tale prova?
Ma il dubbio che più mi spaventava, nel caso in cui Faust avesse avuto ragione: davvero sarei
stata pronta ad affrontarla?
In fondo al cuore conoscevo la risposta. No. Non lo sarei mai stata.
33
TRADIMENTO
Prima che riuscissi a rendermi conto di cosa volesse dire l’Angelo nero, allo scenario freddo e
inquietante si sostituì una luce calda e rassicurante.
Sollevai lo sguardo, riconoscendo in fretta le pareti dall’insolito color nocciola e cioccolato.
Ci trovavamo nella cucina di Evan.
In quell’istante qualcuno parlò, catturando la mia attenzione.
«Siete voi!» esclamò Evan, agitato. Per un attimo, pensai che si riferisse al nostro arrivo, ma
dovetti ricredermi quando Simon gli rispose.
Scrutai i loro volti. Simon... Drake... Ginevra... Erano tutti lì.
Mi sentivo sbigottita. Confusa. Sembrava che nessuno di loro si curasse della nostra presenza.
Ma, soprattutto, come mai nessuno si allarmava per quella dell’Angelo che mi stava accanto?
Evan sembrò accorgersi finalmente di me e avanzò nella mia direzione. Eppure qualcosa non
andava. Il suo sguardo era strano... assente... distaccato. Talmente cupo da confondermi e...
spaventarmi.
Mi ritrovai ad ansimare per la paura che improvvisamente mi aveva assalita. Una strana
sensazione prese ad agitarsi in fondo al petto. Ostile e minacciosa.
Evan stava davvero per uccidermi? Sarebbe stato davvero quello il momento in cui sarei morta?
In quello stesso istante, mentre Evan si muoveva contro di me, decisi che non mi sarei opposta.
Non mi importava più di morire, se era Evan a volere la mia morte.
Non mi importava più di vivere, per la stessa, terribile ragione.
Il cuore mi martellava nel petto a ogni suo passo, mentre Evan si avvicinava svelto, senza
rallentare. Gli occhi privi di qualsiasi tentennamento.
Pensando fosse l’ultimo, riempii i polmoni di un respiro lungo e tormentato.
Quando Evan fu a pochi centimetri da me, mi costrinsi a chiudere gli occhi, rassegnata a morire
per lui. Nello stesso istante, una strana forza mi investì di colpo, togliendomi il fiato, violenta come un
treno in piena corsa o una cascata d’acqua gelida, impetuosa come un uragano, dolorosa come un
pugno.
Per un millesimo di secondo, provai la più strana delle sensazioni.
Mi sentii svuotata e ricolma allo stesso tempo. Qualcuno mi impediva di respirare. Era come se
quintali d’acqua mi schiacciassero.
Quando riemersi, mi voltai di scatto, ansimante, cercando di riprendere fiato e non riuscii a
credere a quanto era appena accaduto.
Evan si trovava alle mie spalle. Il mio corpo non lo aveva fermato. Lui era passato attraverso di
me, travolgendomi come se non esistessi, come se fossi un... fantasma. Mi sentii raggelare fino allo
spasmo.
Osservai il mio corpo ancora tremante, chiedendomi cosa mi stesse succedendo.
Un dubbio mi assalì, frastornandomi. Ero forse già morta?
Nessuno di loro mi vedeva, come se io fossi invisibile, trasparente come l’etere.
Un ghigno crudele e familiare mi strappò a quel delirio.
«Faust, cos’è successo?» gli domandai, sbigottita. «Perché non si accorgono di me? Sono
morta?» Davvero era stato così facile? Per un istante mi sentii quasi sollevata.
Ma la risata maligna di Faust mi smentì, prendendosi gioco di me per l’ennesima volta. «Non
sei morta», sogghignò, «non ancora.»
Osservai il mio corpo, in preda a una confusione senza pari. Le mani... i piedi... sembrava che
niente fosse cambiato. Era tutto al suo posto. Cosa stava succedendo allora?
«Perché non ci vedono?» gli domandai, esasperata.
Mi avvicinai a Evan cercando il suo sguardo, ma i suoi occhi d’argento mi oltrepassavano. Lui
non mi vedeva.
Sentivo la sua voce in sottofondo, ma il suono era troppo basso perché riuscissi a distinguere le
parole. Era come se qualcuno avesse schiacciato il tasto silenzioso del telecomando.
«Non possono vederci perché noi non siamo realmente qui», spiegò Faust alla domanda senza
voce che mi bruciava la mente. Da ogni risposta, però, nascevano nuovi dubbi e domande.
Che cosa voleva dire? Mi trovavo lì, di fronte a Evan, eppure lui non mi vedeva.
Simon, Drake... nessuno di loro percepiva la mia presenza. Solo Ginevra, in qualche modo, si
dimostrava infastidita. Manteneva un’espressione guardinga e continuava a perlustrare la stanza con
aria nervosa, senza comunque riuscire a vederci.
«Se non siamo qui, dove siamo allora?» domandai, confusa.
Faustian sorrise. «Prova a concentrarti, Gemma. Qual è l’ultima cosa che ricordi?»
In un primo momento, non riuscii a capire il senso di quella domanda assurda, ma era inutile
ostinarmi a intuirne la logica. La piega che aveva preso la mia vita non aveva più niente, ormai, di
logico.
Mi sforzai dunque di ricordare, ma era tutto confuso e lontano, come se fossero passati mesi o
anni, dal mio ultimo ricordo. Era tutto così sbiadito...
«Ero qui. Con Evan... Poi sono arrivati gli altri.»
«Continua», mi incitò Faust, divertito da quel nuovo gioco, «cos’altro ricordi?»
«Ero stanca e appesantita. Era buio e temevo di chiudere gli occhi.» Ricordavo bene quella
terribile sensazione. Era vivida nei miei pensieri e mi terrorizzava ancora. «Tremavo», gli confessai.
«Avevo paura e poi...»
«E poi ti sei addormentata», intervenne Faust, pronunciando le parole che io non riuscivo a
trovare.
Preda della confusione che mi ottenebrava la mente, mi ostinavo a non capire.
«Avvicinati», mi ordinò, imprimendo al tono una parvenza di gentilezza.
Avanzai verso di lui. Nell’incrociare i suoi occhi in cerca di risposte, Faust accennò un
movimento della testa verso il salone, suggerendo la direzione verso cui guardare.
La stanza era avvolta da un alone spettrale, talmente buio da impedirmi di vedere a un palmo
dal mio naso. Mi sforzai di combattere contro quell’oscurità, ma solo dopo qualche tentativo la mia
vista iniziò ad abituarsi alla mancanza di luce. Notai un movimento a un’insolita altezza, un po’ più in
là nella stanza.
C’era qualcuno, nascosto nel buio.
Ridussi gli occhi a una fessura. D’un tratto, come una rivelazione, ricordai che lì doveva
trovarsi il divano.
Evan, Drake, Simon e Ginevra si trovavano tutti in cucina, chi altri poteva mai esserci in
salotto? Chiunque fosse, i suoi ansimi d’agitazione lasciavano intuire che stesse dormendo.
Mi avvicinai e, in quello stesso istante, la coperta in cui era avvolto il suo corpo scivolò sul
pavimento, scoprendo il volto che nascondeva.
Trasalii.
C’ero io sul divano. E stavo dormendo.
Gocce di sudore mi imperlavano la fronte, mentre gli occhi si muovevano nervosamente dietro
le palpebre chiuse.
Non riuscivo a credere che fosse tutto vero. Mi ero costretta ad accettare tutto, ma così era
troppo.
«Sono io!» sussultai, la voce rotta dall’emozione.
«Sei tu», confermò Faust. «Siamo nella tua mente.»
«Allora sto sognando?»
L’Angelo annuì, con un cenno della testa che riuscii a malapena a percepire nel buio. «Diciamo
che è più un incubo che un bel sogno», sogghignò.
«Non ho bisogno che sia tu a dirmelo, lo capisco da sola che è un incubo. Il peggiore che abbia
mai vissuto, se può farti piacere», replicai, acida, sorprendendomi nel riuscire ancora a fare dell’ironia.
Faust rise fragorosamente, confortato dalla consapevolezza che nessuno, a parte me, potesse
sentirlo. «Ah... di sicuro lo diventerà presto! Non dimenticare quello per cui siamo venuti. C’è ancora
qualcosa che devo mostrarti», mi ricordò, ma le sue parole risuonarono come un avvertimento.
In quello stesso istante, le voci dei ragazzi ci raggiunsero dalla stanza accanto, riecheggiando tra
le pareti del salotto, come se qualcuno avesse puntato il telecomando verso di loro, alzando
improvvisamente il volume.
A giudicare dal loro tono animato, intuii che stavano discutendo. Mi avvicinai, per riuscire a
cogliere l’argomento della conversazione. Era Evan a parlare. Accelerai il passo, improvvisamente
impaziente di sentire il conforto della sua voce, ma le sue parole mi paralizzarono sulla soglia: «Il
destino di Gemma è segnato, deve morire. Bene. Allora morirà. Non possiamo cambiare ciò che è
scritto».
Un dolore intollerabile e violento mi trucidò il petto mentre io morivo lentamente.
Non conoscevo parole abbastanza forti o lacrime abbastanza amare per sopportare l’intensità
del sentimento da cui mi ero sentita travolgere: un’onda anomala che mi costringeva sotto l’acqua
mentre io mi dimenavo, incapace di respirare.
Sentii le pareti chiudersi intorno a me. Mi soffocavano, togliendomi il respiro. Non avrei mai
immaginato morte peggiore di quella che avevo percepito in fondo al cuore.
Mi sentivo affranta, devastata, in preda a un tormento insostenibile. Sentii che sarei rimasta lì,
immobile, paralizzata in quel dolore per sempre. Non riuscivo ad accettare quella realtà, malgrado
l’avessi sentito con le mie stesse orecchie.
Era troppo doloroso. Troppo.
Un’altra voce replicò a quella di Evan, anche se non riuscivo a stabilire con certezza a chi
appartenesse, assordata dalla mia stessa sofferenza. «Non vuoi più uccidere l’Angelo? Vuoi uccidere
Gemma, adesso? Non ti seguo».
Il mio sguardo si posò per un istante su quello di Evan. Sembrava così deciso e fiero di quella
soluzione... Voleva uccidermi. Non riuscivo a crederlo. Faust non aveva mentito. Più delle parole di
Evan, a impietrirmi fu la luce nel suo sguardo. I suoi occhi... era come se brillassero.
Non era costretto a farlo. No. Lui lo aveva deciso e sembrava persino eccitato a quell’idea.
Desiderai che la morte mi prendesse in quell’istante, cullandomi nel suo conforto silenzioso,
perché vivere e sopportare il peso di un simile dolore sarebbe stato troppo. Faceva troppo male. Sentivo
il cuore trafitto da migliaia di aghi appuntiti che minacciavano di uccidermi a ogni respiro.
Avrei voluto odiarlo, per il male che mi stava infliggendo. Odiarlo, per avermi illusa e tradita,
ma non ci riuscivo.
Lo amavo. Lo amavo più di ogni altra cosa al mondo, più di me stessa. Ma dovevo rinunciare a
lui.
Coglievo a stento frammenti del suo discorso, lacerata dal dolore.
«Sarà Gemma a prendere il veleno mortale. Non l’Angelo. Gemma dovrà morire, questo è
inevitabile, non capite? Nessuno può cambiare il proprio destino. Nessuno può opporsi. Ciò che è
scritto deve compiersi.»
Mi sembrava tutto così assurdo e impossibile.
«Come la convincerai a prendere il veleno?» La voce tranquilla di Ginevra si sollevò nel
silenzio.
Anche lei, pensai, inorridita. Come faceva a essere così crudele, dopo aver simulato la sua
amicizia per me? Fino a che punto si poteva fingere?
Mi sentivo doppiamente tradita mentre ascoltavo Evan e Ginevra tramare alle mie spalle,
sentenziando la mia morte.
«La costringerò, se sarà necessario», le rispose Evan, ostentando la sua risolutezza.
Ogni sua parola mi infliggeva una coltellata dritta al cuore. Una stilettata che mi trafiggeva il
petto senza alcuna pietà.
Dicono che non si possa morire per amore, ma in quel momento mi sembrò di essere sul punto
di farlo. La sua voce era dura e fredda, distaccata, come se non vedesse l’ora di farla finita.
Rabbrividii, ripensando alle parole di Faust: Chi è il mostro fra noi due?
L’istinto di sopravvivenza non mi aveva tradito, aveva avuto ragione sin dall’inizio. Ma, per
quanto fosse incredibile, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vedere Evan come un mostro,
nonostante gli avessi sentito pronunciare la mia sentenza di morte.
Simon si sforzava di farli ragionare, avrei dovuto ringraziarlo per la sua pietà, se ne avessi avuto
l’occasione, anche se ormai dubitavo che me ne sarebbe stata concessa una. Sembrava non esserci via
di scampo, per me. Ero spacciata. In un modo o nell’altro, dovevo morire. Se non fosse stato Evan a
uccidermi, lo avrebbe fatto Faust. In qualunque modo, avevo i minuti contati.
Affranta, lanciai un’occhiata verso il divano su cui ero distesa, osservando il mio corpo inerme
e fragile che attendeva immobile la sua condanna.
La voce di Faust risuonò nella mia testa, beffarda e crudele: Cosa sei disposta a sacrificare
quando l’unica persona che può salvarti... è la stessa che deve ucciderti?
Un impulso incontrollato si agitò dentro di me, ribellandosi. Non potevo, non volevo
arrendermi, solo perché loro lo avevano deciso. Non a quel prezzo. Non avrei sacrificato la mia vita.
Dovevo oppormi. Dovevo lottare. Dovevo almeno tentare. Loro avrebbero aspettato il mio
risveglio, dunque avevo un po’ di vantaggio. Forse, se fossi riuscita ad anticiparli abbastanza, non mi
avrebbero trovata. Esisteva davvero un luogo in cui mi sarei potuta nascondere da Evan?
Una forza incontrastabile mi investì, fornendo la risposta. Era il mio istinto di
autoconservazione che mi induceva a reagire.
Non avevo tempo da perdere. Faust era svanito: probabilmente la sua presenza non era più
necessaria, dal momento che Evan era tornato sui suoi passi e aveva deciso di uccidermi. Riuscivo
ancora a stento anche solo a pensarlo. Accettarlo sarebbe stato impossibile, ma dovevo reagire. Dovevo
svegliarmi.
Mi avvicinai velocemente al mio corpo privo di coscienza. Non sapevo in che modo rianimarlo.
Una nuova sensazione si fece spazio tra le precedenti. Potere. Non avevo mai provato niente di
simile in tutta la mia vita. Per la prima volta, ero consapevole di trovarmi in un sogno e avrei potuto
accedere a poteri di cui la realtà mi avrebbe privato. Cercai di concentrarmi, riflettendo su come trovare
un modo per porre fine a quell’incubo e scappare da quella casa dove non vedevano l’ora di uccidermi.
Scappare il più lontano possibile, sperando che nessuno mi trovasse. All’improvviso, come un lampo
che mi squarciò la mente, ricordai le volte in cui mi ero risvegliata sudata, soffocata dalla sensazione di
annegare schiacciata dall’acqua, incapace di risalire in superficie. O di quando, precipitando nel vuoto,
mi risvegliavo un attimo prima di schiantarmi al suolo. Mi guardai intorno, scoprendo con rammarico
che non c’era acqua nelle vicinanze. Scartando la prima ipotesi, per esclusione mi rimase la seconda.
Dovevo almeno provarci.
Il primo e più veloce impulso suggerì di lanciarmi oltre la vetrata, coperta dalle pesanti tende.
Anche se mi trovavo al pian terreno, dovevo fare un tentativo. Dopotutto ero nella mia testa, l’altezza
doveva essere irrilevante. Mi costrinsi a respirare profondamente e mi preparai a lanciarmi, certa che né
la stoffa, né il vetro mi avrebbero ostacolato. Come era già successo con il corpo di Evan, avrei
oltrepassato la finestra, ritrovandomi illesa all’esterno. La sensazione di precipitare mi avrebbe
ridestata, ne ero certa. Mi sentivo già soffocare al pensiero della terribile sensazione che sapevo avrei
provato.
Chiusi gli occhi e contrassi i muscoli.
Mi lanciai con estrema sicurezza ma, quando fui a mezz’aria, un attimo prima che la mia pelle
toccasse il tessuto, lo scenario mutò all’improvviso e, in una frazione di secondo, la tenda scomparve,
lasciando al suo posto il vetro impolverato di una vecchia finestra. Oltre il vetro, il vuoto. Non mi
trovavo più a casa di Evan. Qualcosa nel mio sogno era mutato, trasportandomi alla vecchia casa sul
lago. Avvertii un moto di terrore e una forza oscura mi spinse violentemente verso l’esterno. L’impatto
fu più violento di quello cui mi ero preparata.
Il mio cervello fu subito annebbiato dal fragore acuto della finestra che si frantumava in
migliaia di pezzi e, in un istante, il vuoto mi inghiottì, insieme a centinaia di frammenti affilati che
cadevano come una pioggia di vetro. Tentai di gridare, mentre il suolo sotto di me si avvicinava
inesorabilmente, ma non riuscivo a emettere alcun suono.
Sapevo che era solo frutto della mia immaginazione, per quanto reale potesse sembrare, eppure
non riuscivo a sopprimere la sensazione di panico che mi mozzava il respiro. L’aria mi tagliava il viso
come una lama affilata. Eppure il dolore più tagliente proveniva dal cuore. Per un istante, desiderai di
schiantarmi su quel suolo, per porre fine a quel dolore insopportabile che mi trafiggeva il petto come
spine avvelenate.
Mi abbandonai a quel desiderio e colpii violentemente il terreno.
Aprii gli occhi, respirando avidamente, il corpo immerso in un bagno di sudore. La mente si
schiarì qualche secondo dopo, ricomponendo il puzzle che mi aveva condotta fino a lì. Avevo solo
sognato o stava davvero accadendo? La fitta al cuore mi fornì la risposta, cancellando ogni speranza
che quell’incubo non fosse reale.
Dalla stanza accanto, mi giunsero le voci sommesse dei ragazzi, provocandomi un bruciore al
petto. Per un attimo, pensai quasi di far finta di niente e tornare a dormire, abbandonandomi a ciò che
mi aveva riservato il destino; ma il mio corpo reagì ignorando il cuore, rifiutando l’idea di rinunciare a
lottare per la sopravvivenza.
Dovevo scappare, prima che si accorgessero che mi ero svegliata.
34
LA FUGA
Mi guardai velocemente intorno, alla disperata ricerca di una via di fuga. Le uniche uscite che
conoscevo erano troppo in vista; non avevo modo di passare dall’ingresso senza che si accorgessero
della mia presenza, e la cucina era esclusa a priori.
Esaminai le alternative, tentando di fare in fretta così che Ginevra non riuscisse a captare i miei
pensieri.
Barcollai nel buio, inciampando da qualche parte. Mi morsi il labbro per l’errore e misi le mani
avanti, procedendo a tentoni.
Con sollievo, riconobbi i gradini della scala e, cercando di non far rumore, li salii uno per volta.
La terrazza era l’unica via di fuga in cui potevo sperare. L’unica che conoscevo. Sperando di
trovare un modo per calarmi di sotto senza farmi notare e arrivare al pian terreno illesa, o perlomeno
senza grossi traumi. Sarebbe stato assurdo se, mentre tutti cercavano di uccidermi, mi fossi suicidata
per errore.
Quando aprii la vetrata, finalmente il chiarore del tramonto rischiarò i miei occhi, e trovai la
soluzione.
I grossi rami della quercia si affacciavano oltre la terrazza, offrendomi la loro protezione, come
forti braccia pronte a sostenermi. Di certo non sarei riuscita a trovare niente di meglio.
Respirai profondamente, convincendomi che potevo farcela. Non sarebbe stato difficile.
Accelerai il passo, afferrando il ramo più grosso, ma un flash back mi paralizzò. L’intensità
dell’emozione di quando Evan mi aveva sfiorato il collo con le labbra in quello stesso posto mi pervase
come fosse appena accaduto e lui fosse ancora lì, a sorridermi e sussurrarmi nell’orecchio. Ogni volta
che Evan mi toccava, ogni volta che i suoi occhi si avvicinavano ai miei, non avrei voluto trovarmi in
nessun altro posto se non insieme a lui. Eppure non era stato nient’altro che un vile inganno e adesso,
con l’amaro nel cuore, mi stavo costringendo a scappare proprio da lui. Continuavo ancora a
considerare così impossibile e irreale che Evan volesse uccidermi...
Eppure non provavo nient’altro se non il puro istinto di sopravvivere. Non c’era ombra di
risentimento, nel mio cuore, perché lui aveva scelto di rinunciare a noi per la propria Redenzione. Solo
mi sentivo tradita, illusa. Sarebbe stato meglio se Evan mi avesse lasciata morire il giorno in cui era
stata stabilita la mia morte, piuttosto di ingannarmi, concedendomi l’effimera speranza di un futuro
insieme a lui. Il fato ci aveva ricondotti ai nostri ruoli. Un destino segnato e un Angelo della Morte.
Preda e predatore. L’uno contro l’altra in una lotta in cui io sentivo di aver già perso tutto.
Per quanto il mio cuore rifiutasse di rinnegare l’amore che mi legava a lui, non mi restava che
nascondermi, sperando che non riuscisse mai a trovarmi.
Salii goffamente sul ramo, reggendomi al legno duro della corteccia.
Schegge appuntite si infilzavano a ogni passo incerto sulla mia pelle. Eppure il desiderio
disperato di continuare a vivere mi spronava a ignorare il dolore. O, più probabilmente, la voragine che
mi divorava dall’interno rendeva sopportabile tutto il resto.
Riuscii a scendere a terra senza troppi traumi, a parte qualche strappo sul vestito e qualche
graffio sulle gambe: l’ultimo tentativo della quercia di trattenermi.
La luce degli ultimi raggi di sole illuminava il sentiero, come se volesse offrirmi il proprio
aiuto. Stirai con le mani il vestito sgualcito che indossavo ancora dalla sera del ballo. Era passato poco
meno di un giorno, eppure mi sembrava un’eternità da quando avevo danzato stretta tra le braccia di
Evan. Allontanando quel pensiero, iniziai a correre senza lasciarmi il tempo di voltarmi indietro.
Probabilmente perché non ero certa di riuscire a trattenere stretto il nodo che mi pungeva la gola come
uno spillo.
Mi trascinai fino al cancello, scontrandomi contro le sbarre invalicabili. Davvero avevo creduto
di trovarlo aperto? La disperazione minacciò di travolgermi. Ero in trappola. Non avrei potuto
scavalcarlo senza che nessuno mi notasse. Anche il muro di pietra era impossibile da oltrepassare.
Poi un lampo, nella mia testa, rischiarò tutto all’improvviso. Esisteva un altro modo per uscire.
Lo squarcio nel muro.
Un sorriso di beffa mi sfuggì dalle labbra ripensando al dolore provato quel pomeriggio. Una
sofferenza irrisoria, paragonata alle lame taglienti che mi trafiggevano il cuore in quel momento.
Tentai di orientarmi per ricordare in quale punto delle mura si trovasse. Il giardino era immenso
e non volevo rischiare di perdere troppo tempo nel cercarlo.
Poi d’un tratto ricordai che dalla fessura si intravedeva il retro della casa. Dunque dovevo per
forza trovarmi dalla parte opposta.
Senza lasciarmi il tempo di riflettere, mi misi a correre più veloce che potevo.
L’aria fresca mi sferzava il viso, impedendo alle lacrime di riversarsi, arricchita dai profumi dei
fiori che riempivano il giardino.
Ero quasi sul punto di arrendermi, quando la panchina in legno su cui si affacciava l’apertura si
mostrò ai miei occhi alla luce tenue del crepuscolo. Eppure dovevo essere ancora troppo distante,
perché sulle mura non riuscivo a scorgere niente che assomigliasse a un’apertura... che qualcuno
l’avesse riparata? Spostandomi con cautela perché nessuno mi notasse, mi avvicinai, trovando riparo
tra i grossi tronchi degli alberi, fin quando non vidi lo squarcio nel muro, e la speranza mi riempì il
petto. Ero libera.
Solo allora, ritrovando il coraggio, mi concessi una breve occhiata alle spalle. Non riuscivo a
capire come mai Ginevra non avesse sentito la voce dei miei pensieri.
Sgusciai all’esterno, passando con difficoltà attraverso la fessura stretta.
Quando finalmente scattai fuori con un balzo, qualcuno mi bloccò, fermandomi il respiro. Mi
avevano trovata.
Mi voltai di scatto con un nodo alla gola per controllare chi fosse. Evan? Ginevra? O chi altri
era lì per riportarmi al mio destino?
Espirai a pieni polmoni rendendomi conto che era solo il mio vestito a trattenermi. Si era
impigliato nella pietra. L’abito era ormai ridotto a brandelli, non mi importava di rovinarlo
ulteriormente, per cui lo tirai con forza verso di me strappandone un lembo, che rimase attaccato alla
roccia. Non avevo tempo per preoccuparmene. Non mi sentivo ancora al sicuro. Dovevo allontanarmi
in fretta da quel posto.
Senza lasciarmi il tempo di pensare, sollevai un piede dopo l’altro e iniziai a correre, ignorando
completamente fin dove mi avrebbe spinta la disperazione.
Qualcuno mi voleva morta e non ero sicura che sarei riuscita a impedirlo.
I lampioni sulla strada si accendevano a intermittenza, mentre sentivo il susseguirsi scattante dei
miei passi veloci sull’asfalto. Solo il battito del mio cuore riusciva a contrastare quel rumore e, in
sottofondo, la voce di Lana Del Rey mi riempiva la testa. Il respiro iniziava ad affannarsi, mi voltai
indietro per un breve istante, senza rallentare. D’un tratto, le parole di Born To Die mi sembravano
scritte per me. Fu un sollievo accorgermi che la casa di Evan era svanita alle mie spalle. L’afflusso di
adrenalina nel sangue diminuì.
Solo allora, la voragine che avevo nello stomaco tornò a tormentarmi.
Rallentai, intravedendo una fitta massa di arbusti in cui avrei potuto trovare rifugio. Avevo
raggiunto il bosco che sorgeva sulla riva del Lake Placid Lake. Senza esitare, ripresi la corsa e mi
inoltrai al suo interno, incurante dei pericoli che potevano celarsi al calare della notte.
Niente mi spaventava più dell’idea di aver perso Evan per sempre.
Continuavo ad aggrapparmi all’idea di noi due insieme, anche se lui non mi voleva più. Voleva
che io morissi, aveva smesso di lottare per noi. Non mi voleva più. Non riuscivo a scacciare quel
pensiero. Come aveva potuto farmi una cosa del genere? I singhiozzi soffocavano ogni mio respiro,
mentre gli occhi affogavano tra le lacrime e il vento le portava via, strappandole dal mio viso lacerato
dal dolore.
Evan voleva avvelenarmi. Ed era questo che stava facendo, mi stava avvelenando. Il dolore si
diffondeva in me, scorrendo nelle vene come un veleno insopportabile... uccidendomi lentamente. Ogni
parte di me ne era straziata. Perché allora non riuscivo a odiarlo? Come potevo amarlo ancora così
intensamente, ignorando il destino cui mi aveva condannata? Perché non riuscivo ad avercela con lui?
Tentai di soffocare la domanda che il mio cuore continuava a urlare, nascondendola a me stessa
perché troppo difficile da sopportare. Perché il suo amore per me non era tanto forte da impedirgli di
uccidermi?
Conoscevo la risposta. Mi ero illusa che Evan potesse amare una come me. Era evidente che io
non fossi abbastanza per lui e in qualche modo doveva essersene accorto.
Era solo colpa mia se mi ero illusa di poter avere un futuro insieme a lui.
Seppur fossi riuscita a nascondermi, come potevo sopportare l’idea di continuare a vivere senza
di lui e privarmi di quelle emozioni che solo Evan era stato in grado di suscitare in me? Come potevo
rinunciare a lui, alle sue labbra, dopo averne assaporato il gusto? Il nodo alla gola si strinse fino a
togliermi il respiro, rivelandomi che ogni parte di me partecipava a quel dolore.
Il sole stava tramontando. Le foglie, dall’alto, filtravano gli ultimi, deboli, raggi di luce mentre
io correvo più forte che potevo, lasciando dietro di me il rumore delle foglie che i miei passi
calpestavano. Avanzavo verso l’oscurità. Un’oscurità sconosciuta che non aveva niente a che vedere
con la notte. Verso un destino ignoto, oscuro e tenebroso. Chi mi avrebbe tratta in salvo questa volta?
35
LA CACCIA
Più il sole sprofondava dietro le montagne, più l’atmosfera diveniva inquietante, lugubre e
tenebrosa. Avevo l’impressione che migliaia di occhi mi osservassero, nascosti nella foresta, eppure
non mi interessava. Avevo perso la cosa più importante, cosa poteva valere la mia vita, in confronto?
Il silenzio della foresta concesse un po’ di tregua al mio respiro e subito la mente si perse in
mille congetture. Non riuscivo a fare a meno di riportare a galla i ricordi che avevo condiviso con
Evan, come se una parte di me continuasse a spingerli in superficie. Non ero sicura se per infierire o se
per mostrami qualcosa di diverso. Avevo incontrato Evan in quello stesso bosco, la prima volta. Allora
ignoravo ancora cosa avrebbe comportato quell’incontro. Ignoravo come avrebbe cambiato la mia vita.
Il dolore mi incatenava il cuore con cinghie d’acciaio, eppure avevo l’impressione che rifugiarmi in
quei ricordi affievolisse l’amarezza. Faust aveva ragione. La morte avrebbe avuto un sapore meno
amaro se avessi avuto Evan al mio fianco. D’istinto, mi portai le dita alle labbra, rievocando il ricordo
del suo sapore, e una lacrima ne lambì la superficie ricordandomi quanto amara fosse la realtà. Evan mi
aveva salvata, ma poi doveva essersi pentito. Mi aveva sottratta al camion; mi aveva sottratta alla
violenza di Daryl; mi aveva sottratta alla furia dell’auto, che adesso sapevo pilotata da Faust. Non
riuscivo a comprendere quando esattamente avesse rinunciato a lottare per noi. Del resto lui era sempre
stato così protettivo verso di me. Il pensiero che volesse uccidermi diveniva sempre più assurdo...
Troppo assurdo. Nonostante avessi avuto la prova tangibile del suo tradimento. D’un tratto avevo come
l’impressione che la mia testa pesasse meno sulle spalle. Un senso di oppressione che iniziava ad
allentarsi. Mi rendevo conto solo in quel momento che un impenetrabile strato di nebbia mi aveva
ottenebrato la mente; era come se l’aria fresca iniziasse a diradarla.
Possibile che qualcosa avesse spinto Evan a pentirsi al punto di desiderare la mia morte con il
fervore che avevo letto nei suoi occhi? D’un tratto mi sembrava tutto più assurdo, folle, illogico.
Mi fermai, incerta se fosse la foresta a girarmi intorno o se dipendesse dalla testa.
Possibile che Evan avesse davvero rinunciato a lottare per noi? Eppure avevo sentito con le mie
stesse orecchie la sua voce condannarmi a morte.
Possibile che si nascondesse una spiegazione dietro la sentenza che gli avevo sentito
pronunciare?
Quel nuovo dubbio mi spinse a pentirmi dell’impulsività con cui ero scappata via.
Un dubbio che il mio cuore afferrò con dita artigliate purché non gli sfuggisse.
Possibile che si trattasse solo di un’altra effimera illusione che la mia mente aveva elaborato per
scacciare via il dolore?
Avevo bisogno di schiarirmi le idee, perciò scattai in avanti, rinfrescandomi alla brezza
trasportata dalla corsa.
Mi sentivo combattuta e le tempie pulsavano al ritmo del mio cuore. A chi dovevo dare ascolto?
Al corpo, che aveva assistito inerme alla mia condanna? O al cuore, che continuava a gridare il
suo nome?
Potevano i miei stessi sensi avermi ingannata? O erano i miei sentimenti per Evan a offuscare la
realtà?
«GEEEEMMAAAA!!!»
Un urlo straziante mi scoppiò nella testa, costringendomi a fermarmi di colpo.
«Evan», sussurrai tra me, devastata dal dolore trapelato dal suo grido.
Non rabbia o risentimento perché ero fuggita, ma disperazione. Nient’altro che disperazione,
acuta e lacerante. Battei le palpebre e un fiotto di lacrime dal sapore più dolce mi solcò il viso,
cancellando ogni incertezza. Mi amava. Evan non aveva mai smesso di amarmi. Cosa mi aveva spinto a
dubitare di lui dopo tutto ciò che aveva fatto per me? Non riuscivo più a ricordarlo. Il mio cuore aveva
tentato di avvertirmi, ma qualcos’altro mi aveva impedito di aggrapparmi a lui. Una certezza che
adesso trovavo assurda perché non mi apparteneva, come se qualcun altro l’avesse istillata direttamente
nella mia testa e la voce di Evan fosse riuscita a estirparla, dissolvendo la nebbia che aveva offuscato i
miei pensieri.
«Gemma...»
Trasalii, agghiacciata. Il silenzio aveva fatto spazio a un altro sussurro, questa volta risalito
dall’inferno. Agghiacciante come il sospiro di un demone.
Non era la voce di Evan. Nel riconoscerla, un terrore siderale mi congelò le viscere.
Era Faust. Era tornato.
«Gemma...»
La voce si aprì ancora un varco attraverso il terrore irrompendo nella mia testa, che nel
frattempo aveva ripreso a girare.
«Gemma...»
Il sussurro sembrava provenire direttamente dall’inferno o forse era nella mia testa, o ancora tra
gli alberi. O forse ovunque.
Attesi che il respiro rallentasse, sforzandomi di raggiungere Evan con la mente e di scacciare la
cappa di terrore che adesso sentivo chiudersi intorno, allontanandomi da lui. Il silenzio era divenuto
sconfortante, al punto che ogni sibilo del vento, ogni foglia mossa dal suo soffio mi faceva trasalire.
Stremata da un terrore senza pari, gridai il suo nome nella mia testa, nel tentativo disperato di
stabilire un filo che conducesse i miei pensieri fino a Ginevra, fallendo a ogni tentativo. Era come se
una voragine nera mi avesse inghiottita. Talmente profonda da nascondermi al mondo.
Ero di nuovo sola. Con Faust. Stavolta, però, non si trattava di un incubo. Era la realtà.
Con sgomento, mi resi improvvisamente conto che era stato lui a condurmi fin lì, muovendo i
fili come fossi un burattino perché sfuggissi alla protezione di Evan.
Qualcosa si mosse tra gli alberi. Spaventata, scattai con lo sguardo verso sinistra.
Un’ombra nera sbucò saettando, gelandomi il sangue, per poi svanire tra le fronde prima che il
brivido che aveva scatenato riuscisse a diramarsi lungo la mia schiena. Persino le foglie trattenevano il
respiro.
Una violenta scarica di adrenalina mi fornì l’impulso per scattare. Gli alberi assunsero presto un
aspetto spettrale sfilandomi accanto a una velocità che non sapevo di poter sostenere. Eppure non
importava quanto veloce riuscissi a correre o quanto lontano mi spingessi. Non esisteva luogo in grado
di nascondermi al Giustiziere che la morte aveva inviato per uccidermi. Il suo anelito spettrale mi
inseguiva, sussurrando il mio nome tra gli alberi, ricordandomi che non potevo scappare. Eppure avevo
ritrovato la speranza. Per quanto le gambe mi tremassero, ero certa di poter resistere, tenere duro fin
quando Evan non fosse arrivato a salvarmi. Perché sarebbe arrivato, ne ero certa. Dovevo solo
guadagnare tempo.
Come un desiderio esaudito, la coltre di alberi si aprì, mostrando in lontananza la vecchia casa
sul lago. In un ultimo, stremante sforzo mi concentrai sulle gambe nel tentativo di convogliare in quei
muscoli l’energia rimasta, per trovare rifugio al suo interno.
Nonostante la consapevolezza che le sue mura non avrebbero impedito all’Angelo della Morte
di raggiungermi, il mio cuore sperava ancora di poter guadagnare abbastanza tempo da permettere a
qualcuno di salvarmi. Perché Evan non era lì a proteggermi? Come potevo pensare di sopravvivere per
molto a quel terribile mostro dagli occhi di ghiaccio? Non riuscivo a spiegarmi il motivo per cui le mie
richieste d’aiuto non giungessero fino a Evan o a Ginevra. Perché non riuscivano a sentirmi? Possibile
che mi fossi sbagliata?
Spintonai violentemente il cancello arrugginito e spalancai la porta d’ingresso, sigillandola alle
mie spalle. Una volta dentro, le spalle al muro che si sollevavano velocemente, mi lasciai scivolare sul
pavimento. In silenzio e al buio.
Tremavo.
36
NASCONDINO
Non avrei saputo stabilire quanto a lungo fossi rimasta immobile in quella posizione, con il
respiro affannato dalla corsa e dal terrore. Mi sembravano trascorse delle ore. L’oscurità oltre le
finestre non mi permetteva di scandire il tempo.
Proprio quando il mio corpo aveva smesso di tremare, pensando che Faust avesse rinunciato
alla sua caccia, l’inconfondibile cigolio del ferro arrugginito mi paralizzò il respiro.
Qualcuno stava tentando di entrare. Che motivo aveva Faust di entrare dalla porta, quando
avrebbe potuto nascondersi ai miei occhi trovando nell’oscurità il suo alleato?
Con il cuore in gola, mi sollevai lentamente dal pavimento, cercando di non fare rumore, e
scrutai con estrema cautela oltre la finestra. Il cancello continuava a produrre un cigolio inquietante,
oscillando come se qualcuno si divertisse a muoverlo. Un movimento spettrale che non aveva niente a
che fare con il vento.
Eppure non c’era nessuno lì fuori.
Perché Faust non aveva ancora preso la mia vita? Avrebbe potuto spazzarla via con un solo
soffio. Che sorta di macabro divertimento sperava di trarre nel terrorizzarmi a morte? Possibile che la
sua malvagità si spingesse tanto oltre? Possibile che non esistessero leggi, nel loro mondo, per impedire
un simile comportamento?
Senza lasciarmi il tempo di riflettere, aprii la porta che conduceva alla cantina. Sapevo bene che
ogni tentativo di aggrapparmi alla vita sarebbe stato inutile, ma una parte di me si rifiutava ancora di
rinunciare a lottare.
Conoscevo ogni cunicolo in quella vecchia casa, ogni superficie impolverata. Ed ero quasi certa
di ricordare, da qualche parte nella parete, un passaggio sotterraneo che conduceva all’esterno. Dovevo
solo trovarlo. Da bambina mi nascondevo spesso al suo interno, solo per gioco, per impedire a Peter di
trovarmi.
In un gesto automatico, tastai il muro per accendere la luce, ma, quando le mie dita scivolarono
sull’interruttore, mi sembrò subito ovvio il motivo per il quale non desse segni di vita.
Il legno consumato scricchiolava sotto i miei piedi, costringendomi a muovermi con estrema
cautela. Un insopportabile sentore di muffa impregnava le pareti, rendendo l’aria acre e irrespirabile.
Per un istante, mi bloccai sulla soglia, ma un crepitio sinistro, proveniente dall’esterno, mi convinse a
proseguire tastando a ogni passo incerto i gradini impolverati che conducevano nel buio di quella
cantina polverosa. Una volta dentro, la porta si sigillò violentemente alle mie spalle, intrappolandomi in
quella stanza. Che non era come la ricordavo. Erano trascorsi diversi anni, eppure avevo la certezza che
quel posto non mi era mai apparso così lugubre, tetro e minaccioso come in quel momento, illuminato
appena da un filo spettrale che dalla luna si insinuava attraverso una piccola finestra con le sbarre. In
preda all’ansia, abbandonai ogni cautela e mi lasciai in fretta la scala alle spalle. A ogni passo, mi
imbattevo in vecchie ragnatele che di volta in volta provocavano un sinistro formicolio sulla mia pelle.
Lo sconforto minacciò di sopraffarmi: per quanto mi sforzassi di perlustrare gli scaffali
impolverati, non trovai la porta che mi avrebbe liberata da quella trappola spettrale. Poi, con un
sussulto di speranza, riconobbi la tela imbrattata di polvere che nascondeva l’uscita, ma un rumore
improvviso alle mie spalle mi impose di voltarmi. Il mio corpo reagì prontamente, scansandosi subito e,
solo un istante dopo, uno schianto sordo sollevò la polvere dallo scantinato. Tentai di respirare
coprendomi la bocca con le mani e, tra i colpi di tosse, non appena la polvere si fu acquietata, la luce
della luna mi schernì, brillando sul grosso scaffale che aveva tentato di seppellirmi, riverso ai miei
piedi come un gigante addormentato. Il cuore mi balzò alla gola, in un tentativo di resa, mentre le
ginocchia tremavano minacciando di non sostenere più il mio peso. Iniziavo a convincermi che non si
può fuggire dalla morte.
Come il sibilo di un serpente velenoso, il sussurro raggelante di Faust mi raggiunse in quel
palcoscenico sinistro, riprendendo a tormentarmi e sussurrando il mio nome in un bisbiglio inquietante:
«Gemma...»
Quando la nube di polvere si appiattì del tutto, notai con sgomento che lo scaffale riverso sul
pavimento aveva bloccato totalmente il passaggio. Non aveva schiacciato me, ma era riuscito a
seppellire l’ultima speranza.
Salii le scale saltando tre gradini per volta e in un lampo mi ritrovai in cima. Il panico mi
travolse perché la porta era bloccata. Lottai disperatamente contro la maniglia, ma ero in trappola. E
Faust era lì con me, ne percepivo la presenza. Doveva essersi stancato di rincorrermi.
Un nodo mi strinse la gola, nel rendermi conto che stavo per morire.
La voce mi uscì senza controllo nel tentativo di chiamare aiuto mentre colpivo con forza le assi
in legno della porta. Ma era tutto inutile. Nessuno mi avrebbe mai sentita. Perché nessuno si avvicinava
mai a quella casa. Quella cantina sarebbe stata la mia tomba.
Allentai la presa, rassegnata e vinta dallo sconforto, indietreggiando con lo sguardo perso sulla
maniglia e con un fiotto di lacrime pronto a riversarsi.
Il fato mi aveva toccata con dita gelide, tessendo le sue nere ali su di me. Piume corrosive come
veleno sulla pelle, pesanti come catene che mi imprigionavano in un corpo che ormai non mi
apparteneva più; era solo questione di tempo. Non c’era posto in cui potevo nascondermi, nessun luogo
dove poter andare; come un falco affamato, la sua ombra gravava vigile su di me, che portavo il peso
delle sue ali addosso. Le ali della morte.
Battei le palpebre; nello sgomento, avevo avuto l’impressione che la maniglia si fosse
lentamente mossa.
Poi, con un suono sinistro la porta si aprì, confermando quel sospetto.
Fissai la maniglia con sgomento. Confusa e al limite del terrore.
Faust si divertiva a giocare con me come un gatto con una farfalla. Mi chiedevo che senso
avrebbe avuto combatterlo ancora. Ignorando quel dubbio, uscii dalla stanza con il cuore in gola.
Attraversai il salone di corsa, scaraventando dietro di me qualunque cosa riuscissi a trovare,
guidata dal panico istigato dalla sua voce inquietante; come se qualche oggetto avesse potuto ostacolare
un Angelo inviato dalla morte.
«Gemma... Dove scappi?» sussurrava, divertito. «Tanto ti trovo comunque. Non puoi
nasconderti.»
Un brivido mi attraversò la pelle: aveva ragione.
«Non puoi fuggire da me per sempre.»
«Sei un pazzo!» gridai alla stanza vuota.
Raggiunsi le scale che portavano di sopra, ne salii con impeto qualche gradino, accorgendomi
tardi di aver usato troppa forza.
Nel silenzio, uno scricchiolio acuto mi avvertì di non fidarmi di quei gradini consunti, ma non
ebbi il tempo per rendermene conto o per rallentare. Sentii il mio piede sprofondare, inghiottito dal
legno marcio.
Il dolore mi annebbiò la testa, acuto e lancinante.
Tentai di estrarre il piede, ma era incastrato nel pavimento scheggiato che mi lacerava la carne.
Il panico premeva sempre con più intensità mentre percepivo la presenza di Faust nell’aria, nonostante
non riuscissi a vederlo. Mi guardavo intorno, terrorizzata, mentre strattonavo la gamba, aiutandomi con
le mani. Un soffio d’aria gelida mi investì. Lottai con tutte le mie forze, impacciata dal terrore, fin
quando non riuscii a liberarmi.
Un bruciore insopportabile mi paralizzò la gamba. Controllai la ferita e rimasi attonita. Quel
taglio... era così familiare... Avevo l’impressione di aver già vissuto quella scena.
Mi trascinai su per le scale zoppicando, mentre un silenzio assordante mi alitava intorno
riempiendo la stanza. E, di Faust, nessun segno.
Sul punto di raggiungere la cima, mi voltai, nel timore che potesse sorprendermi alle spalle, ma,
quando il mio piede sfiorò appena l’ultimo gradino e tornai con lo sguardo in avanti, il cuore minacciò
la resa. Faust era davanti a me. Era apparso all’improvviso in cima alle scale e mi fissava con
un’inflessibilità paralizzante. Sussultai, indietreggiando, ma il vuoto dietro di me minacciò i miei
movimenti. Tornai con lo sguardo sul suo, cercando di coglierne le intenzioni. Un suo soffio e sarei
precipitata per quelle scale ripide. La morte non avrebbe tardato. Mi costrinsi a sostenere il suo sguardo
duro, in silenzio e in preda a un moto di puro terrore, mentre il mio torace si muoveva velocemente,
affannato dal respiro.
Senza preavviso, lo sguardo di Faust si fece più intenso e arrabbiato.
Poi accadde tutto molto velocemente.
Con la coda dell’occhio, intravidi il suo braccio muoversi e colpirmi violentemente e, prima che
riuscissi a rendermene conto, mi aveva scagliato con forza verso il vuoto.
Precipitando di spalle, mi costrinsi a non lasciare nemmeno per un istante il suo sguardo scurito
dalla malvagità.
Poi l’impatto.
Il dolore fu terribile, paralizzante. Avvicinai istintivamente una mano alla nuca e osservai le dita
tremare nel calore del sangue che le aveva imbrattate.
Non riuscivo a comprendere le ragioni di tanto accanimento. Provava forse gusto nel vedermi
soffrire? Non gli bastava prendersi la mia vita? Perché torturarmi? Davvero Faust era così sadico e
malvagio? Non potevo credere si trattasse solo di questo. Doveva per forza esserci qualcosa di più a
spingerlo a tanta crudeltà.
Cercai di sollevarmi, ma il mio corpo si rifiutò di collaborare, traumatizzato dalla violenza del
colpo.
Mi girai goffamente su un fianco e, quando sollevai lo sguardo annebbiato, Faust era in piedi di
fronte a me. Alzai la testa con difficoltà e, sulle sue labbra, riuscii a scorgere un sorriso intriso di
malvagità. Poi scomparve di colpo.
Ne approfittai per sollevarmi, concentrando sulle braccia tutta la forza che riuscivo a
convogliare. Una volta in piedi, intimorita dal corpo che barcollava minacciando di non reggermi, mi
appoggiai alla ringhiera.
Di tanto in tanto un velo scendeva ad annebbiarmi gli occhi, annunciato da un bruciore
lacerante che sentivo risalire lungo la nuca. Iniziavo a non distinguere se fosse la stanza a girare o se
dipendesse dalla testa. Provai a sollevare un piede, ma una scossa che mi risalì la gamba mi impedì di
proseguire, mentre gli occhi si sforzavano di mettere a fuoco l’immagine altalenante del tallone
lacerato. Provai con l’altro piede, appoggiandolo sul primo gradino della scala, ma, prima che potessi
rendermene conto, una forza devastante mi scagliò via; con sgomento, mi ritrovai a mezz’aria per poi
cadere violentemente sul pavimento del piano superiore.
Boccheggiai, nel tentativo doloroso di riaprire gli occhi, la guancia abbandonata a terra, e
credetti che la vita mi stesse abbandonando.
Un mostro. Faust doveva essere un mostro.
Come un’eco gelida, la sua risata mi sfiorò l’anima, cupa come fosse la voce della morte.
Abbandonata lì, sul pavimento, udii il battito del mio cuore pulsare sotto il corpo. Non ero
ancora morta.
A denti stretti, stordita e maltrattata, cercai dentro di me la forza per rialzarmi.
Zoppicai lungo il corridoio, tentando di ignorare il dolore atroce che avvertivo in ogni parte del
corpo.
Non ero sicura di non avere niente di rotto.
«Gemma...»
Il mio corpo rabbrividiva ogni volta alla crudeltà del suo sussurro infernale. «Perché mi fai
questo?!» gli urlai, vinta dalle lacrime. «Uccidimi, se devi!»
«Potrei staccarti la testa con un solo colpo, se non fosse proibito, ma così rinuncerei a tutto il
divertimento.» La malvagità di Faust risuonò nella stanza in una risata sinistra.
«Che razza di mostro sei?»
«Mi dispiace.» La sua voce era divenuta d’un tratto seria e risoluta, priva di ogni traccia di pena
o risentimento. «Ma è un conto che devi pagare.»
«Perché?» gli urlai mentre mi trascinavo. «Dimmi perché?!» gridai, soffocando la mia
disperazione, ma la stanza era tornata in un silenzio ancora più agghiacciante.
Perché uccidermi lentamente? Voleva forse farmi versare fino all’ultima goccia di sangue? A
cosa sarebbe servito il mio sacrificio?
Come una perla, la luna sfavillò affacciandosi oltre la finestra in fondo al corridoio.
Al mio passaggio, i lampadari si staccavano dal soffitto tentando di colpirmi; guidata da quella
tenue luce, quasi fosse una fata venuta a salvarmi, mi concentrai sulla finestra, nel disperato tentativo di
raggiungerla e porre fine a ogni sofferenza.
Forse era davvero lì che dovevo andare. Faust doveva avermi lentamente condotta fino al luogo
in cui sarei dovuta morire.
Spinto dall’ultimo barlume di disperata opposizione, il mio corpo si scontrò con forza contro il
vetro, cercando all’esterno un appiglio cui aggrapparsi per non precipitare, ma c’era solo il vuoto, al di
sotto. La finestra si trovava troppo in alto. Con sgomento, realizzai che era giunta la mia fine.
«Siamo al capolinea.» La voce di Faust mi giunse per la prima volta chiara e forte, priva
dell’alone spettrale che l’aveva rivestita. Era dietro di me.
Mi voltai lentamente, l’aria sconfitta, realizzando che si frapponevano solo pochi passi tra noi.
«Dimmi perché!» ringhiai, a metà tra rassegnazione e disperazione. «Stai per uccidermi, puoi
concedermi almeno una spiegazione.» E stavolta fu una pretesa. «Perché non mi hai ucciso subito?
Perché tutta questa rabbia contro di me?» urlai, gli occhi stretti in una fessura per via delle lacrime che
tentavo di reprimere.
Il volto di Faust divenne inaspettatamente serio e la sua espressione si intristì a tal punto da
farmi sospettare che lottasse per scacciare un ricordo. Nonostante le atrocità subite, il suo fascino mi
stordiva ancora, quasi la mia mente si rifiutasse di attribuire a lui tutte le torture. Scossi la testa, per
liberarmi dalla sua coercizione, mentre il suo sguardo si perdeva nel vuoto. Poi, con voce rauca e
spenta, rivisse ad alta voce il ricordo che lo tormentava.
«1953. Eravamo in macchina, io e Penny...» Si fermò per un istante, rapito da quel ricordo che
doveva essere devastante. «La pioggia era incessante, l’acqua colpiva con violenza il parabrezza. Non
si vedeva niente», mugugnò, facendomi rabbrividire. «Poi, all’improvviso, ho visto qualcosa sulla
strada, un animale forse...» La sua voce si era accesa, gli occhi sempre spenti mentre si perdeva in
quegli istanti rivivendo quella scena come se avesse potuto scoprire dei particolari. «... ho tentato di
schivarlo, ma l’asfalto era bagnato e scivoloso...» I suoi tratti divennero più duri rasentando la
disperazione. «Ho perso il controllo dell’auto, che ha iniziato a slittare come un proiettile impazzito.
Poi il silenzio.» Le sue palpebre si mossero, mentre io trattenevo il respiro. «Non ricordo l’impatto.
Eravamo fuori dall’auto, non riuscivo a capire cosa ci facesse quel ragazzo insieme a noi, ero sicuro di
non averlo mai visto, eppure lui continuava a chiamarmi per nome. Ho afferrato la mano della mia
ragazza, temendo un’aggressione, ma il suo viso sembrava gentile. Ricordo ogni istante. Con un cenno
della testa, quel ragazzo mi ha invitato a voltarmi e io ho fatto come voleva, ma sono rimasto sotto
shock.
«Alle mie spalle, l’auto su cui viaggiavamo si era schiantata contro un albero.
«Scosso da quell’orrore, ho cercato di evitare che anche Penny vedesse quello spettacolo
raccapricciante, mentre io scrutavo all’interno dell’abitacolo accartocciato. Non riuscivo a distogliere
lo sguardo dai due corpi incastrati tra le lamiere, dilaniati, resi irriconoscibili...»
Un brivido mi formicolò lungo le braccia, ma il terrore aveva lasciato un po’ di spazio alla
pena, per la tristezza disarmante nella sua voce. Eppure, mi costrinsi a non dimenticare che avrei
pagato un caro prezzo per il suo dolore. «Mi dispiace. Quello che ti è successo è davvero terribile, ma
cosa c’entra tutto questo con me?»
Quando alzò lo sguardo, intriso di rabbia e di dolore, i suoi occhi iniettati di sangue
cancellarono ogni traccia di pena, facendomi trasalire per il terrore. Le sue pupille brillavano di un odio
che non riuscivo ad afferrare. «Lui era lì», continuò, serrando i denti. «Ho cercato di convincerlo, di
persuaderlo che non poteva separarci, ma lui l’ha presa, l’ha presa! E me l’ha portata via...» Il suo
ringhio si spense con sgomento, mentre io mi paralizzavo intuendo a chi si riferisse. «Dovevamo stare
insieme per sempre», sussurrò, lo sguardo lacerato dal ricordo.
«Evan», bisbigliai con un filo di voce.
«Proprio lui», confermò, e la furia tornò a dominarlo. «Per decenni ho atteso questo momento,
credendo che forse non sarebbe mai arrivato.» Il suo sguardo mi incendiò, risoluto e pronto a uccidere.
«Adesso è ora di pareggiare i conti.»
Mi ero sbagliata su tutto. Si trattava di una vendetta personale. Niente sarebbe riuscito a
fermarlo.
«All’inizio non sapevo ancora chi fossi, eri con la Strega e lui non c’era. Poi è arrivato a
proteggerti e, quando ho capito quanto tenesse a te, e tu a lui, ho finalmente ritrovato una ragione per
cui lottare. Non capisci? È la sfida della mia vita. Finalmente ho l’occasione di ricambiargli il favore.
Oggi Evan salderà il suo debito.»
«Evan mi salverà», mi lasciai sfuggire, la voce velata dalla supplica.
Faust mi guardò con un sorriso scaltro, scuotendo la testa. «È questo che pensi? Davvero speri
ancora che lui arrivi a salvarti? Perché credi che non sia già qui allora? Temo che la risposta potrebbe
deluderti. Mi dispiace, ma il tuo Evan non verrà.»
La sicurezza con cui pronunciò quelle parole mi lasciò senza fiato, come se avesse cancellato
l’ultima speranza cui avevo tentato di aggrapparmi.
«Ti sta cercando disperatamente, sai?» Il suo sguardo assunse una sfumatura perversa mentre
mi fissava divertendosi del mio dolore. «Ma non può trovarti, perché io non gli permetterò di farlo
finché non sarà troppo tardi.»
«Sottovaluti il legame che ci unisce», replicai con fervore.
«Mmm...» mugugnò per un istante, illudendomi di dar peso alla mia minaccia. «Se fossi in te
non mi farei illusioni.» Sorrise. Il sorriso di un demone. «Non ti sembra che io sia stato bravo, finora?
Hai seguito il mio piano alla perfezione. Sei caduta nella mia trappola, fattene una ragione. Siamo solo
io e te. Evan non riuscirà mai ad arrivare in tempo. E a quel punto mi godrò il fervore e la rabbia nei
suoi occhi, quando capirà di averti persa. Poi non avrà più importanza ciò che sarà di me.»
Nonostante tutte le torture subite, il suo sguardo non mi aveva mai terrorizzato come in quel
momento. Non gli importava nemmeno di morire, pur di vedere compiuta la sua vendetta. Niente
avrebbe potuto salvarmi da lui.
«Ti confesso che speravo in una sfida più difficile, ma avrei dovuto aspettarmelo. Sei solo una
mortale, dopotutto. Vulnerabile e fragile, come tutti gli altri. È fin troppo facile manipolarvi. Siete
mossi dalla frenesia dei sentimenti e vi infuocate così facilmente, trascurando ogni logica... Vi lasciate
travolgere dalle emozioni, dalla passione, sbattendo da una parte all’altra, quando basterebbe fermarsi
un momento a ragionare.»
Assorbivo in silenzio ogni sua parola, mentre il dubbio che avevo avuto nella foresta diveniva
certezza.
«Ma cosa puoi saperne, tu?» mi schernì, il tono vagamente accusatorio. «Lui ha combattuto
contro tutto e tutti per tenerti in vita. Era disposto a rinunciare alla sua anima e la sua condanna non
avrebbe più avuto fine, perché, scegliendo di non ucciderti, non avrebbe più potuto redimersi. Ha
persino affrontato i Màsala, una sfida che pagherà a caro prezzo, puoi starne certa. E solo perché sei più
importante di ogni altra cosa per lui. Conosco bene questo sentimento. Tu invece sei caduta nella mia
trappola così facilmente! Credi di amarlo più della tua stessa vita, eppure è bastato così poco per
convincerti a non fidarti di lui.»
«Mi hai soggiogata!» lo accusai con un tremito nella voce. «È colpa tua se sono fuggita da
Evan», mormorai affranta, in preda alla colpa. Avevo già intuito che la mia mente fosse stata drogata
da Faust, solo non avevo ancora chiaro in che modo.
Mi osservò, divertito. «Davvero non lo avevi ancora capito? Mi sono preso gioco di te, Gemma,
sin dall’inizio. Quando sono entrato nel tuo sogno, non sapevo ancora come avrei fatto a convincerti a
uscire dalla loro casa. Eri al sicuro finché ti trovavi lì. Non avrei potuto torcerti un capello, ci credi? Ma
tu hai collaborato così perfettamente...»
Le sue parole riuscirono a farmi appassire. Mi sentivo una stupida ad averlo assecondato.
«Devo ammetterlo, all’inizio non pensavo che sarebbe stato così facile. Poi ho guardato dentro
di te e ho scovato le tue paure più latenti. Erano insignificanti, senza alcun valore, nascoste nell’angolo
più recondito del tuo inconscio, segrete e al sicuro, ma io gli ho dato fuoco senza che te ne accorgessi.
Le ho alimentate fino a renderle insopportabili. Ti sentivi tradita, non è vero? Il dolore era intollerabile.
Ti sei sforzata di combatterlo, ma non potevi perché c’ero io a bloccare la tua mente, impedendoti di
ragionare liberamente», mi confessò tutto d’un fiato, con la soddisfazione che trapelava dallo sguardo.
Una miriade di sentimenti mi pervase. Ero infuriata con Faust per avermi plagiata e manipolata.
Eppure una parte di me si sentiva felice per aver ricevuto la certezza che il tradimento di Evan fosse
infondato. Come avevo fatto a non accorgermi che Faust aveva lo stesso potere di Evan?
Aveva letto il mio inconscio, scovando ogni mio segreto, leggendo i miei pensieri e cogliendo
ogni mia emozione ancor prima che affiorasse. Mi aveva strappata al mio controllo, impedendomi di
ragionare e istillando il dubbio nella mia mente, così da tenermi in pugno. «Mi hai plagiata! Come ti sei
permesso?!» Un grido di frustrazione gli si riversò addosso, giungendo direttamente dal mio cuore, che
sentiva ormai di aver perso tutto.
«Era necessario», replicò in tono di scherno, la voce quasi cordiale e suadente. «E poi avrai
presto cose peggiori di cui rimproverarmi!» Un sorriso malvagio gli deformò la bocca.
Sorrisi tra me, reprimendo la rabbia, perché sapevo quanto si sbagliasse. In preda alla
rassegnazione, mi ero convinta che la morte avrebbe avuto un suono silenzioso, un colore piatto, vuoto.
Nero. Dove il dolore non faceva più male. Niente a che vedere con il rosso del sentimento amaro che
mi aveva bruciato il petto quando, per colpa di Faust, avevo creduto di aver perso tutto. Ma la morte
non mi avrebbe derubata a tal punto finché avessi avuto l’amore di Evan.
Quello che Faust mi aveva indotto a fare con l’inganno era tutto ciò che gli rimproveravo. Il
resto non aveva più importanza.
Quando Evan mi aveva parlato del suo potere non avevo compreso del tutto ciò che
comportasse. Per capirlo, avevo dovuto sperimentare sulla mia pelle la forza con cui si può essere
scacciati dalla propria testa, fomentati dai propri dubbi e dalle proprie incertezze. Eppure il cuore aveva
tentato di avvertirmi. Invece avevo complicato tutto. Avevo lasciato che Faust mi piegasse al suo
volere. Eppure, avevo davvero sentito Evan sentenziare la mia morte. O si era trattato di un’altra delle
menzogne di Faust?
«E quello che ho sentito?» chiesi d’istinto, assecondando il desiderio di far luce su quel nuovo
dubbio.
«In realtà avevo già avuto modo di far crescere in te il dubbio, ti ho portata lì solo per
rafforzarlo; volevo convincerti con l’inganno del suo tradimento, ma poi li ho sentiti parlare e ho
pensato che anche tu dovessi sentirli e tutto si è incastrato alla perfezione, non credi? Nemmeno se gli
avessi mormorato le parole alle orecchie avrei potuto fare di meglio! Poi ho dovuto solo mischiare un
po’ le carte. Lui aveva un piano. Un ottimo piano», mi rivelò, la voce intrisa di soddisfazione. «In realtà
il tuo Evan non ha mai voluto ucciderti, ma io ho fatto in modo che tu lo credessi.»
«Com’è possibile? Io ho sentito la sua voce», insistetti, ancora confusa da quelle rivelazioni.
«Quello che hai sentito è solo parte della loro conversazione. In realtà lui tentava solo di
salvarti. Non ha mai avuto intenzione di farti del male. Come potrebbe?! Ti ama più di ogni altra cosa!
Ma io ho fatto in modo che tu non lo sapessi... Lui ti ama con tutto se stesso e, in questo preciso istante,
sta impazzendo perché non riesce a sentirti.» Un sorriso di scherno gli strinse le palpebre. Poi Faust
chiuse gli occhi e respirò profondamente, l’espressione concentrata. «Sento la sua agonia, anche la
Strega sta cercando i tuoi pensieri», bisbigliò, compiaciuto.
«Perché non ci riescono?» domandai, in preda al panico. Davvero Evan stava tentando di
raggiungermi? Il cuore mi si strinse al pensiero della frustrazione che doveva tormentarlo.
Faust sorrise nuovamente, prima di riaprire gli occhi. «Perché io li blocco. Ho trascorso gli
ultimi decenni a prepararmi per questo momento. Credi davvero che sarebbe stato così facile, per te,
fuggire da tre Sotterranei e una Strega? Ho oscurato la tua fuga e sto schermando le nostre presenze
anche adesso, creando una barriera protettiva in cui nessuno può entrare. Nemmeno la Strega può
scalfirla, per quanto sia potente. Non ho ancora capito cosa ci faccia insieme a loro. Probabilmente tu lo
ignori, ma Angeli e Streghe sono nemici mortali da sempre. E lei è molto potente. È stato difficile
riuscire a tenerla a bada, soprattutto quando eravamo così vicini a lei, in cucina.» D’un tratto il suo
sguardo si perse nel vuoto. «... Quella Strega mi mette i brividi», mormorò tra sé mentre un tremito gli
attraversava il corpo come una scarica elettrica. Poi la sua espressione si riaccese. «Ma questo è servito
solo ad aggiungere un po’ di pepe al mio piano. In ogni caso devi rassegnarti. Nessuno di loro è riuscito
a trovarti. Siamo solo io e te. Nessuno ti troverà in tempo», mi assicurò.
Lo sguardo fiero con cui mi osservava non faceva che svuotarmi di tutte le emozioni, fuorché la
colpa. Evan aveva trovato il modo per proteggermi, invece io avevo complicato tutto e ne avrei pagato
le conseguenze.
«Bene», la voce di Faust irruppe con fervore nel silenzio con una sfumatura di soddisfazione
senza pari. Sollevai lo sguardo e trovai il suo, concentrato su di me. «Sei proprio dove volevo che tu
fossi...» Inclinò malignamente le labbra verso l’alto, gli occhi scuri e malvagi.
Il mio cuore si scagliò contro la gola intuendo la minaccia nella sua espressione, mentre gli
occhi si perdevano nel vuoto alle mie spalle, oltre la finestra.
Un déjà-vu mi trafisse come un lampo e il mio cuore perse un battito. Avevo già vissuto quella
scena.
Qualcuno aveva tentato di avvertirmi in sogno, come fosse una premonizione.
«No... Ti prego... Aspetta!» La voce si incrinò mentre un nodo mi stringeva la gola per la
disperazione, perché avevo già visto la vetrata frantumarsi e sapevo come andava a finire. Avrei voluto
conservare un barlume di coraggio, ma le parole erano uscite prima che fossi riuscita a bloccarle.
Davvero mi ero illusa di poter sfidare il fato? La mia sorte era stata già segnata. Rimandarla era
servito solo a rendere tutto più difficile. Nessuno può fuggire dalla morte.
L’espressione di Faust si rattristò appena, come se, malgrado tutto, una parte di lui soffrisse al
mio tormento. Poi, senza esitazione alcuna, sollevò la mano e una forza devastante mi colpì con la
violenza di un tornado, inghiottendomi al suo interno senza lasciarmi il tempo di trarre un ultimo
respiro.
Le mie spalle colpirono con ferocia contro la finestra.
Come se i miei sensi si fossero acuiti, percepii ogni frammento del vetro sgretolarsi e
frantumarsi sulla schiena; un frastuono acuto e assordante coprì ogni altro suono, cancellandomi dal
mondo, e io mi ritrovai ad annegare in un mare di schegge impazzite.
Provai a respirare, ma i vetri mi danzavano sul volto, minacciando di tagliarmi la gola.
L’aria gelida mi sferzò la pelle. Boccheggiai, in cerca d’ossigeno e un velo mi annebbiò la vista.
D’un tratto mi sentii svuotata, come se il mio corpo non avesse più alcun peso. E tutto intorno a me si
fece sordo, rallentando inesorabilmente. Non avevo più paura della morte. Un dolce oblio cullava i miei
sensi mentre precipitavo nel vuoto verso il suolo. Mi sentivo così stanca di scappare...
Il mio unico rimpianto aveva un solo nome. Evan. Non riuscivo a sopportare di perderlo così
presto. La mia mente si riempì del suo ricordo mentre l’aria affilata mi impediva di respirare.
Avrei dovuto sentirmi grata per quei pochi momenti che la vita ci aveva regalato, ma non
riuscivo a trovare traccia, nel mio corpo, di quel sentimento. Il destino ci aveva fatto incontrare solo per
separarci per sempre, burlandosi di noi.
Chiusi gli occhi, cullata dal vento, e il mio cuore si rifugiò nel suo ricordo per un’ultima volta.
Addio, Evan, sussurrai nella mia mente. Una lacrima mi bagnò la guancia.
Gemma... Angelo mio... Jamie!
Sentii una dolce scossa pervadermi. Desideravo così intensamente ascoltare la sua voce
un’ultima volta, soltanto un’ultima volta, che avevo quasi avuto l’impressione di udirla sussurrare il
mio nome tra i pensieri.
Riaprendo gli occhi, sul punto di perdere i sensi, incrociai gli occhi di Faust che mi fissava
dall’alto, e la sua bocca si mosse, mimando lentamente le parole perché riuscissi a coglierle: Non puoi
eludere il destino. La morte vince sempre.
Non vidi che la terra, ormai sotto di me.
Era finita.
Poi sentii l’impatto duro.
«Non se hai un Angelo a proteggerti.»
Battei le palpebre, stordita al suono della voce di Evan nel mio orecchio. Mi sforzai di scacciare
l’alone che mi copriva gli occhi e il suo viso mi apparve nitido, incrociando lo sguardo profondo e
premuroso.
«Stai bene?» chiese dolcemente.
E gli occhi mi si riempirono di lacrime. «Sei qui...» mormorai, liberando l’angoscia che avevo
trattenuto. Non ero sicura di star bene. Lentamente, il mio corpo riacquistò sensibilità, consentendomi
di scoprire che mi trovavo tra le sue braccia.
Evan mi aveva afferrata in volo appena un attimo prima che toccassi il suolo e mi stringeva
saldamente a sé, come se non volesse più lasciarmi.
Passò una mano sulla mia fronte, con estrema dolcezza, spostandomi i capelli dal viso, senza
mai lasciare il mio sguardo. Riuscivo ancora a leggere nei suoi occhi la preoccupazione che lo aveva
afflitto, ma nello sguardo c’era anche sollievo, per essere arrivato appena in tempo.
Poi il suo volto mutò di colpo, divenendo scuro. Ricordandomi che non era finita.
Evan si irrigidì quasi fosse divenuto di pietra, strinse i pugni e serrò i denti; il suo viso si
contorse in una maschera nera, gli occhi che bramavano vendetta. La terra sotto i suoi piedi si alzò con
un ringhio minaccioso, smossa dall’anelito rabbioso che gli stringeva il petto. Non lo avevo mai visto
così furioso, prima di allora. La sua testa scattò verso l’alto trovando gli occhi amareggiati di Faust ad
aspettarlo. Evan serrò la mascella e, con delicatezza, si chinò per aiutarmi a scendere, lo sguardo che
prendeva fuoco in quello di Faust. «Resta qui», mi ordinò, severo, la voce improvvisamente
inespressiva.
Senza concedermi la possibilità di replicare, Evan sparì come un proiettile, sollevando una nube
di polvere dal terreno.
Poi accadde tutto molto velocemente.
Il mio sguardo si posò per un istante sul volto di Faust, che adesso sembrava nervoso e
vagamente preoccupato, ma un boato terribilmente acuto mi costrinse a tapparmi le orecchie e a
rannicchiarmi mentre i vetri della casa esplodevano in un solo colpo, investiti da un tornado infuriato.
Un uragano nero che gridava vendetta.
Mi coprii la testa, cercando di proteggermi dalle schegge che piombavano con ferocia sui miei
capelli imbrattati di sangue. Poi un silenzio assoluto ci avvolse, gettandomi nel panico.
Il cuore aveva ripreso a battere con forza, ignorando le fitte di dolore che mi colpivano il petto a
ogni respiro.
Spostai il peso da una gamba all’altra, lo sguardo che oscillava nervosamente tra le finestre nel
tentativo di trovare un segno di Evan. Nonostante il suo ordine di restare dov’ero, il mio cuore si
trovava già insieme a lui e non riuscii a evitare che il corpo lo seguisse.
Scattai verso la porta, avvertendo subito la mia gamba lamentarsi per quella decisione, il piede
in fiamme ogni volta che toccava il terreno, che bruciava come sale sulla ferita aperta.
Mi trascinai fino alla porta, scrollando la maniglia più e più volte, senza risultato, provando un
senso di oppressione senza pari. In un istante, compresi l’entità dell’amore che nutrivo per Evan.
Avevo aspettato la morte con rassegnazione, quando solo un momento prima Faust mi aveva scagliata
contro il vetro. Al pensiero di perdere Evan, invece, ogni parte di me si era subito ribellata, rifiutando
di arrendersi. Dovevo raggiungerlo a tutti i costi.
Consegnandomi alla morte, Faust avrebbe ottenuto la sua vendetta ed Evan sarebbe stato in
salvo.
Raggiunsi una botola nascosta nel terreno da travi in legno, che sapevo mi avrebbe condotto
direttamente nel salone. Scivolai con le ginocchia a terra e la ripulii dallo strato di terra umida che la
ricopriva. Serrai le mani sulle travi, forzandole perché mi aprissero il passaggio. I chiodi arrugginiti
cedettero, così come il legno marcio, offrendomi un varco per entrare. Mi trascinai dentro il cunicolo,
stringendo i denti per il dolore che come un’onda mi investiva a tratti, minacciando di trascinare la mia
mente nell’oscurità. Il passaggio divenne più stretto e privo di ogni luce. Un intenso odore di carne
putrefatta riempiva le pareti sempre più strette, causandomi conati che non ero sicura di riuscire a
trattenere.
D’un tratto mi sentii investire dalla terribile sensazione che il mio corpo mi avrebbe
abbandonata lì, perdendo i sensi in quella tomba sotterranea dove nessuno mi avrebbe più trovata.
Avevo l’impressione che l’aria si stesse esaurendo. Poi un tuono mi riportò alla ragione. No, non si era
trattato di un tuono. Mi affrettai a raggiungere la fine del passaggio, mentre il rumore diveniva sempre
più intenso, rivelando che di sopra infuriava una lotta. Mi abbassai d’istinto, avvertendo uno schianto
sopra la mia testa. Avevo l’impressione che la casa si stesse sgretolando sotto i loro colpi. Con cautela,
provai a sollevare la botola che mi imprigionava nel passaggio sotterraneo, ma fallii a ogni tentativo.
L’aria tornò a sembrarmi insufficiente e il dubbio che quel buco sarebbe divenuto la mia tomba iniziò a
sfiorare la certezza. Mi sforzai di reprimere un fiotto di lacrime, oppressa da quell’oscurità, e le travi si
mossero sulla mia testa.
Un tremito di gioia mi scosse dallo stomaco al petto, un soffio d’aria fresca mi sfiorò il viso
mentre la botola si apriva dall’esterno. Doveva essere stato Evan.
Poi il mio cuore vacillò e si spense.
Era Faust.
Fissò lo sguardo sardonico sul mio, le labbra contratte in un sorriso tetro.
Poi un atroce dubbio mi gettò nel panico più nero. Dov’era Evan? Se Faust si trovava lì ad
aspettarmi... «No. Non può essere», mormorai, affranta, le labbra serrate per impedire che i denti
battessero. Non riuscivo a credere che Faust avesse sconfitto Evan. Non potevo accettarlo. Non quando
era il mio turno di proteggerlo.
«Il tuo Evan ti manda i suoi saluti.»
«No!» Intuii che le parole di Faust erano riuscite a congelarmi dall’improvvisa assenza di
dolore.
Poi il suo corpo fu investito con violenza. Trasalii alla velocità con cui era stato trascinato via
senza preavviso sfocandosi sotto il mio sguardo. Il mio cuore si concesse di tornare a battere. Evan era
ancora vivo. Non era troppo tardi per salvarlo.
Spinta da quel desiderio, lottai contro il mio corpo perché mi sorreggesse mentre mi tiravo fuori
dalla botola, stringendo i denti per le fitte di bruciore. Il dolore al piede si era esteso irrimediabilmente
fino al ginocchio, le costole spingevano taglienti, come se si fossero spezzate dall’interno, rendendo
insopportabile perfino respirare, mentre il fuoco che sentivo ardere nella testa minacciava di
dominarmi.
«Gemmaaa!» Due saette mi sfrecciarono accanto, trascinandosi dietro le assi delle pareti con la
furia dello scontro, muovendosi a una tale velocità da impedirmi di distinguere i loro corpi.
Mi appiattii contro il muro, concentrandomi sulle loro sagome per capire chi dei due stesse
avendo la meglio e, dopo qualche tentativo, i miei occhi riuscirono a intravedere i colpi che entrambi
sferravano al vento. Come in una violenta danza oscura, si muovevano in sincrono, schivando di volta
in volta l’uno i colpi dell’altro.
Tentai di raggiungere Ginevra con la mente, spingendo i miei pensieri fino a lei, mentre il
panico mi divorava a ogni colpo e il mio corpo martoriato sussultava alla violenza degli schianti.
Privandomi di un battito, Evan afferrò Faust, scagliandolo contro una trave dall’altro lato della
stanza. Il tetto cedette e il soffitto seppellì il corpo di Faust sotto un cumulo di macerie. Evan e io ci
fissammo negli occhi per un solo istante, il suo sguardo tormentato.
«Nasconditi!» mi ordinò, la voce rotta dalla frustrazione. «Devi nasconderti, Gemma!»
Ma io non riuscivo più a trovare la forza per muovere le gambe. Il dolore mi paralizzava.
Uno schianto assorbì la nostra attenzione. Ansimai, in preda a una fitta lacerante alla spalla. Le
dita si racchiusero in fretta intorno al dolore e un fiotto di sangue le attraversò, mentre scoprivo che un
frammento di legno si era conficcato con violenza lacerandomi la carne, come una freccia infuocata
scagliata da un abile arciere. Crollai sulle ginocchia, boccheggiando.
Centinaia di frammenti di legno erano esplose per tutta la cucina in una nuvola di polvere e
detriti, mentre di Faust non c’era più alcuna traccia.
I sensi rallentati dal dolore, notai con sgomento che i due Angeli si stavano già scontrando,
danzando come spettri in una lotta in cui si contendeva la mia vita.
Non potevo sopportare l’idea che Evan morisse per difendermi, il mio cuore ormai gli
apparteneva e si sarebbe spento insieme al suo. La morte non si sarebbe accontentata della sua vita.
Avrebbe continuato a inviare i suoi demoni perché mi dessero la caccia e il suo sacrificio sarebbe stato
inutile.
Esisteva un unico finale in grado di placare la sua sete oscura. La mia resa.
Una scossa percuoteva il pavimento ogni volta che i loro corpi si scontravano.
«Basta!!! Smettila!!!»
L’urlo era partito direttamente dal mio cuore, che tremò subito dopo, accorgendosi di aver
distratto Evan per una frazione di secondo che era bastata a Faust per afferrarlo, mentre la mia
disperazione rasentava la follia.
«No! Lascialo stare, ti prego!»
Ma l’animo malvagio di Faust si nutrì della mia angoscia e scaraventò brutalmente Evan sul
vecchio pianoforte a coda, che si spezzò sotto il suo peso. Totalmente illeso, Evan si rialzò
velocemente e lo scontro riprese senza sosta.
Dai loro corpi scaturiva un’energia che spingeva lontano ogni cosa ne ostacolasse il passaggio.
Era come se la forza della terra li sostenesse, come se gli elementi si fossero riuniti in loro aiuto, in un
unico invisibile alleato.
Tra i frastuoni, di tanto in tanto riuscivo a distinguere la voce di Evan imprecare contro Faust.
Poi, come se avesse tratto forza dal ringhio minaccioso scaturito dal suo petto, Evan colpì Faust con
forza brutale, scagliandolo in cima alle scale. Trattenni il respiro mentre Evan piombava su di me, lo
sguardo ansioso.
«Stai bene?» Nel chiederlo, il suo sguardo si era soffermato con costernazione sulla mia ferita
alla spalla, che sembrava la più raccapricciante. Il frammento di legno pulsava ancora nella carne, come
un paletto nel corpo di un vampiro. «Devo portarti via di qui.» Senza lasciarsi il tempo di pensarci, mi
afferrò tra le braccia e scattò in avanti, ma Faust lo bloccò da dietro, scaraventandoci entrambi
dall’altro lato della stanza, l’uno distante dall’altra.
«Gemmaaaa!» Il grido disperato di Evan squarciò l’intera stanza.
Con sgomento, sollevando gli occhi scoprii che Faust era dietro di me, lo sguardo perverso che
mi fissava con fierezza.
«A quanto pare, la voce del saggio non mente mai», disse, sotto lo sguardo infuriato di Evan
che lo trafiggeva dall’altro lato della stanza. «La vendetta ha davvero un buon sapore.»
Gli occhi di Evan si intrecciarono ai miei, pieni di terrore e incapaci di comprendere ciò cui
Faust si riferiva.
«Scommetto che tu neanche ti ricordi di me.» Faust sorrise, cogliendo lo smarrimento sul volto
di Evan.
Evan soppesò le parole prima di rispondere: «Dovrei?»
Faust nascose l’amarezza del suo sorriso abbassando gli occhi mentre scrollava la testa,
lentamente. «Il destino a volte gioca brutti scherzi, vedi, Evan. Perché tu hai preso la mia ragazza e
adesso ho finalmente l’occasione di restituirti il favore. Ironia della sorte, i nostri ruoli si sono
invertiti.»
Lo sguardo di Evan vacillò, mentre si rendeva conto di cosa stesse accadendo. «Faustian!»
ricordò d’un tratto Evan «Non potevo fare niente per lei! Lo sai anche tu.»
Il torace di Faust si mosse a una sua risata silenziosa. «Perché per me allora dovrebbe essere
diverso?» domandò, velando il sarcasmo nella voce.
Prima che riuscissi a tremare, un ringhio feroce scaturì dal petto di Evan. «Perché io non ti
permetterò di avvicinarti a lei», ruggì, mostrando i denti come fossero zanne.
Ma Faust era troppo vicino al mio corpo inerme. Puntò la mano sulla mia testa, come se volesse
succhiare via la vita proprio da quel punto, mentre io stringevo gli occhi per sottrarmi al suo sguardo
feroce che mi trafiggeva, impedendomi di respirare.
«NON TOCCARLAAA!» Un ruggito di pura ferocia attraversò la stanza, scaraventandosi su
Faust.
In quello stesso istante, Ginevra, Simon e Drake apparvero dall’altro lato della stanza,
piombandomi subito addosso.
«Stai bene?» Simon mi aiutò a sollevarmi dal pavimento, fissandomi con apprensione.
«Non direi.» Drake mi scrutò con orrore esaminando le ferite, anche se non ero del tutto certa
che il suo tono non celasse del sarcasmo.
«Evan! Il pugnale!» gridò Ginevra, mentre i due lottavano sul pavimento.
Concedendomi appena il tempo di voltarmi, Evan estrasse un pugnale dalla sua cintura. D’un
tratto percepii uno strano formicolio sotto l’epidermide. Un arcano impulso imprigionò i miei occhi
sulla lama, fissandola con perplessità, mentre un profumo intenso mi faceva girare la testa,
riempiendomi le narici.
Evan bloccò Faust sul pavimento con il suo peso e tentò di colpirlo, ma il suo avversario evitava
ogni pugnalata. Mosso da una forza oscura, il coltello si liberò dalla sua presa, scivolando lontano dal
luogo dello scontro.
«No!» Evan bloccò con prontezza i fratelli che si erano mossi in suo soccorso. «O me o lui»,
disse, la voce ridotta a un sibilo furioso.
Obbedendo all’ordine di Evan, il pugnale scivolò sul pavimento con uno stridio agghiacciante
fino a serrarsi sul suo palmo. L’arma ruotò abilmente tra le dita dell’Angelo e si conficcò nel petto di
Faust, strappandogli un gemito di sorpresa. Gli occhi di Evan vacillarono un istante, improvvisamente
celati da un velo di amarezza. Il volto combattuto dal rimorso rivelava che Evan non aveva mai ucciso
un altro Angelo. I loro sguardi si incatenarono in una conversazione senza testimoni e subito le loro
voci mi riempirono la testa.
«Mi hai ucciso. Sei un Sotterraneo, non credevo che saresti arrivato a uccidermi, io volevo solo
lei...» Le vene sul viso di Faust, nel frattempo, continuavano a gonfiarsi come piccoli serpenti in
movimento sotto l’epidermide. «Che ne sarà della tua Redenzione?»
«Non mi importa.»
«Perché?» gracchiò con un filo di voce.
Evan lo fissò con intensità, prima di rispondergli: «Perché io l’amo, più di tutto».
«Allora non permettere a nessuno di portartela via. Il dolore non passa mai.» Faustian
boccheggiò, spirando un ultimo respiro prima di dissolversi nel nulla.
I miei occhi indugiarono ipnotizzati sul viso tormentato di Evan, che fissava il pavimento vuoto
dove un attimo prima si trovava Faust, e un’improvvisa vampata di calore mi assalì. D’un tratto le
narici si riempirono di un unico sentore, acre e intenso, lo stesso che mi aveva assalita fino a giungere
alla bocca, invadendola con il sapore del metallo. Mi guardai il vestito insanguinato. Chiazze rosse
imbrattavano l’abito, rendendolo più scuro. La terra vacillò, minacciando di sprofondare sotto il mio
peso. Un rivolo caldo mi solcò il collo e il mio sguardo vacuo seguì la sua discesa fino al pavimento.
Sangue.
La nausea mi pervase. Mi portai la mano alla nuca, scoprendo che il taglio era profondo e che
tra i capelli appesantiti dal sangue rappreso un nuovo flusso di calore si diffondeva languidamente tra le
ciocche.
Provai a respirare, ma qualcosa mi ostruiva i polmoni. Cercai gli sguardi degli altri, perché
nessuno sembrava accorgersi di me, nemmeno Ginevra, ma era come se il tempo si fosse congelato ed
Evan era rimasto chino sul pavimento. Un forte formicolio mi risalì le gambe, fino a diffondersi in tutto
il corpo. Sentii le ginocchia tremare e l’energia abbandonarmi. Il battito risuonava con forza nelle mie
orecchie, offuscando i suoni che mi circondavano, come se mi fossi rifugiata in un mondo parallelo.
Percepivo il suo rumore rallentare, pulsare sempre più lentamente.
Tum-tum. Tum—tum. Tum———tum.
Un brivido di freddo mi avvolse tutto il corpo.
Tum.
Un battito sordo mi colpì il petto.
Poi il silenzio.
Quando il formicolio raggiunse la testa, un velo scuro mi coprì gli occhi.
Schiusi appena le labbra, infastidita dal sapore metallico, e un rivolo scarlatto mi segnò un
angolo della bocca, scendendo fino al mento.
Intravidi il pavimento sfocato avvicinarsi inesorabilmente e percepii l’ultimo, pesante respiro
abbandonarmi.
«EVAN!!!»
L’urlo straziato di Ginevra mi raggiunse sul pavimento.
L’ultimo suono che riuscii a cogliere prima che la vita mi lasciasse.
37
OBLIO
Mi ritrovai sospesa in un vuoto incolmabile, scuro, impenetrabile. Nero come la notte.
Percepivo delle presenze, ma non riuscivo a raggiungerle. Come se l’oscurità si fosse dotata di braccia
per schiacciarmi. Avevo la sensazione di vagare da sempre in quell’oblio, senza alcuna cognizione e
completamente alla deriva, risucchiata in un vortice di pace. Avevo la certezza di non appartenere più
al mondo. Il dolore era cessato. Mi sentivo leggera, in armonia con tutto, pervasa da una forte
sensazione di benessere. Eppure l’oscurità mi trascinava sempre più in basso, mentre io mi
abbandonavo a quel silenzio, sprofondando in un baratro da cui non riuscivo a risalire. Un pozzo senza
luce.
Dunque era questa la fine.
Cercai un barlume che potesse guidarmi, ma tutto si era rivestito di buio e silenzio.
Poi il ronzio di mille insetti penetrò quelle barriere, tentando di raggiungermi. Mi ritrassi,
cercando di sfuggirlo, ma il suono divenne un brusio più confortante. Tentai di afferrarlo, di
aggrapparmi alla sensazione familiare che mi suscitava, di dirigermi verso quel suono, ma non riuscivo
a riemergere dalle tenebre. L’oscurità mi aveva intrappolata con il suo mantello, rifiutandosi di
lasciarmi andare.
Il mormorio divenne sempre più forte. Delle voci.
Provai a riconoscerle, ma lo sforzo le affievolì ancora, soffocandole. Allora attesi, lasciando che
mi guidassero nell’oblio in cui mi ero smarrita.
«Ha perso molto sangue.»
Chi aveva parlato si era sforzato di nascondere l’apprensione dietro un velo di risolutezza, ma io
in qualche modo ero riuscita a percepirlo.
«Pensi che sia troppo tardi?»
Quella voce preoccupata doveva senz’altro appartenere a Ginevra.
«Il cuore si è fermato!» esclamò l’altra voce, incrinata dal turbamento che stavolta aveva
lasciato trapelare.
«Non la trovo! Dannazione!»
Evan.
Avrei riconosciuto la sua voce anche sepolta sotto oceani di ghiaccio. Perché il suono si era
spezzato in un ringhio frustrato? Non riuscivo a sopportarlo. La sua disperazione mi fornì l’impulso per
rompere la barriera di gelo che ci separava. Come se mi avesse lanciato una corda per emergere
dall’oscurità. E finalmente fui risucchiata dalla luce.
Mi ritrovai ai piedi di quel che restava del pianoforte. Evan e i ragazzi mi davano le spalle, poco
più in là. Li osservai, perplessa e confusa dalla loro indifferenza e dal loro insolito comportamento.
Non riuscivo a comprendere perché fossero tutti chini sul pavimento.
«È tutta colpa mia, maledizione!» La disperazione sferzava la voce di Evan con un’intensità
senza pari. Lui imprecava, struggendosi come se un dolore profondo e insopportabile lo stesse
lacerando.
Cosa lo faceva stare ancora così male? Non vedeva che ero in salvo?
«Evan...» Un filo di voce, dalle mie labbra, seguì la sua costernazione giungendo fino a lui.
Come se avessi appena urlato, Evan, Simon, Drake e Ginevra si volsero contemporaneamente a
guardarmi.
E il peso del mondo mi si riversò addosso, mostrandomi ciò che i loro corpi rannicchiati mi
avevano impedito di vedere.
Il mio corpo. Giaceva steso sul pavimento, esanime e immerso in una pozza scarlatta. La
scintilla della vita lo aveva abbandonato, rendendolo inutile.
Lo shock mi gettò in un luogo freddo e inaccessibile.
«Gemma...»
La voce cauta di Evan tentava di penetrare lo stato di apatia che mi aveva congelata, mentre il
mio sguardo si era perso su quel corpo vuoto, spento. Un inutile guscio che non si muoveva più. Né un
respiro. Né un solo battito. La morte era stata ripagata.
«Gemma...»
Sollevai lo sguardo su di lui e la sua espressione mi confuse. I suoi occhi mi dicevano che Evan
era contento di vedermi.
Passai in rassegna tutti i loro volti: trasmettevano la medesima sensazione. Sollievo. Come se la
mia presenza li avesse di colpo rincuorati. Non si rendevano conto che ero morta?
Evan provò ad avvicinarsi, ma l’espressione di shock sul mio volto lo convinse a muoversi con
estrema cautela. «Va tutto bene, Gemma», sussurrò senza mai lasciare il mio sguardo, come se tentasse
di impedirmi di guardare altrove.
Provai a inalare aria e i miei occhi vacillarono, scoprendo che non era stato lo shock a togliermi
il respiro. Il mio nuovo corpo non era più in grado di respirare, non ne aveva più alcun bisogno.
«Va tutto bene. Avevo temuto il peggio...» continuò lui muovendo un altro passo, la voce rotta
dall’eco del tormento che lo aveva afflitto. «Ma ora sei qui», disse, lasciando trasparire il suo sollievo.
«Ma sono... morta», sibilai, agghiacciata.
«Siamo ancora in tempo», mi contraddisse, nel vano tentativo di tranquillizzarmi.
«In tempo», mormorai tra me, lo sguardo perso nelle parole di Evan.
«Ti riporterò indietro. Vieni con me, adesso. Prendi la mia mano», sussurrò mentre continuava
ad avanzare con cautela, allungando il braccio. «Gli altri stanno già guarendo il tuo corpo.» Evan si
spostò più avanti, cercando di impedirmi di guardare oltre le sue spalle, dove i suoi fratelli erano chini
sul corpo straziato che giaceva a terra, privato della sua essenza. Il corpo che fino a poco prima era
stato il mio. «Non è necessario che tu veda», suggerì con premura.
Ignorando il suo avvertimento, il mio sguardo non riuscì a fare a meno di tornare a congelarsi su
Simon e Drake, inginocchiati con i palmi rivolti sul mio corpo martoriato, mentre Ginevra camminava
avanti e indietro, l’aria nervosa.
Allungai la mano verso Evan, ma una piccola voce si levò dal fondo del mio petto,
suggerendomi ciò che avrei dovuto fare. Era giunto il mio momento di salvarlo.
«No. Aspetta.» La mia mano si bloccò a metà strada, prima che quella di Evan l’afferrasse. La
osservai per un istante, poi, raccogliendo le parole, sollevai lo sguardo sul suo. «Sei un Angelo della
Morte?»
Gli occhi di Evan vacillarono per la sorpresa mentre io ne studiavo la reazione.
Il suo sguardo sfuggì il mio rivolgendosi verso il pavimento, quasi fosse incapace di sostenerne
il peso. Dunque Faust non aveva mentito.
«Non volevo mentirti», disse, appena prima che la sua voce si spegnesse. «Io... non volevo
spaventarti», mi rivelò, il tono imprigionato in una gabbia d’amarezza. «Non potevo sopportare l’idea
che tu potessi avere paura di me.»
Vacillai, vinta da quella nuova consapevolezza, ma mi costrinsi a proseguire, fissandolo
fermamente, perché stavolta non si sottraesse al mio esame: «Volevi uccidermi?» La mia voce si
incrinò prima di uscire, in preda al terrore di ciò che Evan avrebbe potuto replicare.
«Gemma...» Il suo sguardo si infuocò nel mio con un’intensità senza precedenti. «Non posso
cambiare ciò che sono, né quello che faccio. Eppure l’ho fatto. Per te. Non ho mai, mai voluto
ucciderti, nemmeno per un secondo; ma dovevo farlo. Non posso più nascondermi», mi confessò, in
balia della disperazione, come se stavolta fosse lui a temere la mia reazione al suo segreto.
«Però non l’hai fatto.» Il mio cuore aveva inviato alle labbra quel sussurro perché entrambi ce
ne convincessimo.
Evan fissò il pavimento, scuotendo la testa.
«Avresti dovuto dirmelo! Avrei capito. Non mi importa ciò che sei.» Mi assicurai che
sostenesse il mio sguardo mentre pronunciavo le parole. «Faust mi ha detto che hai rischiato tutto per
me. Non potrai più salvarti per colpa mia. Non potrai più redimerti, non è così?»
Il suo silenzio confermò le mie illazioni.
«Evan», insistetti, tentando di riportarlo alla ragione, «sarai dannato per sempre.»
«Non dire così! Non pensarlo nemmeno!» mi redarguì annullando la distanza con un nuovo
impeto. «Non è tua la colpa. Sono stato io a decidere. Sarei dannato solo se non ti avessi più con me.»
La sua fronte sfiorò appena la mia, gli occhi argentei infuocati nei miei. «Non sono nemmeno sicuro
che sia possibile. Nessuno può provare che ci sia una Redenzione.»
«Non voglio che tu ti precluda questa possibilità», insistetti. La Redenzione era stata l’unico
scopo della sua esistenza e per niente al mondo avrei voluto essergli d’ostacolo. Era giunto il mio
momento di salvarlo. Proteggerlo da un errore di cui con ogni probabilità si sarebbe pentito. La mia
vita non valeva tanto; quanto tempo gli sarebbe occorso perché anche lui se ne rendesse conto?
Come se avesse udito quel pensiero, Evan mi strinse il volto tra le mani. Una nuova sensazione
mi assalì con violenza, mentre percepivo il calore della sua pelle sciogliermi il viso in un fuoco di
piacere, come se, senza il corpo a ostacolarla, l’energia che ci connetteva riuscisse a fondersi con più
intensità, esplodendo a ogni contatto. Socchiusi gli occhi, lasciandomi pervadere da quel calore.
«Gemma...» Evan affondò le dita tra i miei capelli, travolgendomi con un’intensità sconosciuta:
un’onda di piacere che da lui si trasmetteva a me, per ritornare a lui. Come se il filo di energia che ci
aveva sempre unito fosse diventato tangibile in quella forma eterea. «È troppo tardi. Il mio mondo non
avrebbe più senso senza di te. Non sarei che un’anima persa. Sei tu la mia Redenzione. Il resto non
conta. Niente avrebbe più importanza se adesso ti perdessi», sussurrò mentre tornava ad appoggiare la
fronte sulla mia e io mi perdevo, in balia del suo tocco.
«Evan, no», mi costrinsi a tentare di persuaderlo, affranta, sforzandomi di reprimere il nodo che
mi aveva stretto la gola. Avrei voluto piangere, ma non avevo più lacrime. «Accompagnami, ti prego.
Tu... Tu con me perdi tutto, non voglio. Non posso permettertelo.»
Evan mi accarezzò la guancia con il pollice, come se riuscisse a vedere la traccia invisibile delle
lacrime che avrei voluto versare e i nostri sguardi si incastrarono per un lunghissimo istante. «Sei tu il
mio mondo, Gemma. Perdo tutto solo se perdo te. Preferisco essere dannato per sempre, piuttosto che
vivere un’eternità senza di te», sussurrò, avvicinando lentamente la guancia alla mia, senza toccarla,
fino a quando le sue labbra non sfiorarono il mio orecchio parlando sottovoce. «Resta con me, ti prego,
Gemma. Ho bisogno di te.»
La dolcezza sconfinata del suo sussurro mi costrinse a socchiudere gli occhi. Mi scostai dal suo
volto, intontita dalle sensazioni sconosciute che mi attraversavano. Aprii la bocca per parlare, ma
quando incrociai il suo sguardo tormentato la richiusi e annuii, abbandonando i miei propositi.
Evan mi sorrise, lo sguardo rincuorato, e strinse la mia mano nella sua, conducendomi accanto
al corpo su cui Simon e Drake erano chini.
«Siamo pronti», lo informò Simon, ritrovando la sua risolutezza. «Adesso tocca a te.»
Evan annuì e lasciò la mia mano per raggiungerli. Nell’avvicinarsi, sollevò lo sguardo e mi
sorrise. «Hanno fatto un buon lavoro.» Il suo sguardo si addolcì invitandomi a controllare.
Allungai timidamente il collo con la sensazione, nel petto, che, se avessi avuto ancora un cuore,
il suo battito mi avrebbe frastornato. Il mio corpo giaceva a terra, intatto e illeso, come se non si fosse
mai spento. Simon e Drake avevano davvero fatto un buon lavoro nel guarirlo.
Senza mai lasciare il mio sguardo, Evan si chinò accanto a quel guscio ancora vuoto, la sua
mano si sospese sul mio petto, all’altezza del cuore, e i suoi occhi grigi penetrarono per un istante nei
miei prima di chiudersi e abbandonarsi a una concentrazione estrema.
Come una corrente, un’energia mi trascinò via con violenza e un unico battito nel petto mi fece
sobbalzare.
Aprii gli occhi, pervasa da un’ondata di calore, e mi ritrovai stesa sul pavimento freddo e
bagnato.
Di nuovo nel mio corpo.
EPILOGO
«È   piacevole tornare a respirare.» Sorrisi a Evan mentre avanzavo timidamente verso di lui;
aspettava che lo raggiungessi sulla riva del lago, accogliendomi con un sorriso radioso.
«Per me è indifferente, solo un’abitudine.»
Mi sentii rabbrividire ricordando la sensazione di stasi, tutt’altro che indifferente, che avevo
appena vissuto sulla mia stessa pelle. «Grazie. Per i vestiti e... tutto il resto.»
«Devi ringraziare Ginevra per quelli», mi schernì con leggerezza tornando a sorridermi.
«Dico sul serio! Mi sento come nuova», gli rivelai, sollevata dalla sensazione di freschezza che
mi pervadeva. Mi sentivo stranamente pulita e gli abiti profumati suggerivano che Ginevra doveva
essersi offerta di fare la sua parte, provvedendo a ripulirli prima che mi svegliassi.
«Ah, questo non credo dipenda dai vestiti!» sogghignò, divertito. «Dopotutto non capita tutti i
giorni un’esperienza come quella che hai vissuto tu.»
«Già», mi limitai a replicare, mordendomi il labbro, ancora troppo turbata da ciò che era
avvenuto per poter condividere il suo umorismo.
Oltrepassai Evan e raggiunsi la riva del lago, lasciando che i pensieri si increspassero sulla sua
superficie.
Il sole sarebbe presto sorto, i primi raggi stavano già tramutando l’oscurità in un bagliore
violaceo che si fondeva con lo specchio d’acqua. Nonostante il chiarore nel cielo, un puntino luminoso
era sfuggito alla notte, continuando a brillare. La mia stella. Sorrisi al ricordo che la mia mente aveva
evocato.
I miei occhi non avevano mai visto niente di più luminoso e pieno di speranza di quel mattino.
Conoscevo quel luogo da un’intera vita, ma avevo l’impressione di vederlo per la prima volta.
Era un nuovo giorno. Una nuova alba. Una nuova vita insieme a Evan.
Socchiusi gli occhi e respirai a fondo l’aria fresca, ancora intrisa di rugiada, sperando che il
ricordo si imprimesse a fondo nella mente.
La morte era venuta a cercarmi e io non ero riuscita a sfuggirle, ma mi era stata concessa una
seconda occasione e non avrei più sprecato un solo attimo della nuova vita che mi attendeva. Sorrisi,
ricordando con un calore al cuore che Evan l’avrebbe vissuta al mio fianco.
Gli occhi ancora chiusi, percepii il corpo di Evan sfiorare il mio, il suo respiro caldo sulla mia
nuca. Le sue braccia mi si strinsero con delicatezza intorno in una presa ferrea ma gentile, come se quel
gesto avesse voluto dare conferma al mio pensiero, dimostrandomi che lui ci sarebbe stato, che si
trovava lì e che non mi avrebbe più lasciata andare.
Con una lentezza esasperante, mi scostò i capelli liberando il collo e lo sfiorò delicatamente con
la guancia, scatenando una scarica d’elettricità che mi pervase con dolcezza. Il suo petto si muoveva
lentamente sulla mia schiena, permettendomi di cogliere ogni suo respiro.
«Evan...» Un istinto, che ero certa di non riuscire a controllare, mi impose di dar voce al dubbio
che mi tormentava. Fissai lo sguardo sulle lievi increspature dell’acqua, che si muovevano danzando
alla melodia del vento. «Perché non hai lasciato che morissi, la prima volta?» gli domandai, la voce
resa incerta dal calore che dal suo corpo si trasferiva al mio, confondendomi. «In fondo non mi
conoscevi.»
Il suo petto si sollevò, inalando l’aria avidamente, mentre soppesava la risposta. «Per molto
tempo ho lottato contro ciò che sentivo, non posso mentirti. Eseguire gli ordini era tutto ciò che
conoscevo. Sono un Angelo della Morte, anche se so che questo ti spaventa. Avrei dovuto ucciderti, è
vero, ma non ci sono riuscito. Non sopportavo l’idea di non rivederti mai più. Ti avevo osservato,
avevo trascorso del tempo insieme a te, anche se tu non lo sapevi. Momenti che mi avevano concesso il
tempo di comprendere quello che mi stava trasformando. Quello che provavo per te, Gemma. E per
nessun’altra. I tuoi gesti, i tuoi occhi che riuscivano a vedermi a dispetto di ogni logica, le sensazioni di
quando ti sfioravo e tu ti ritraevi imbarazzata, l’emozione che quel tocco scatenava in me... Avevo
scoperto di non riuscire più a farne a meno.» Evan appoggiò il mento sulla mia spalla, stringendomi più
forte a sé. «No, Gemma. Non avrei potuto ucciderti e rinunciare al tuo sorriso o all’espressione buffa di
quando ti sforzi di sembrare arrabbiata e arricci il naso e non sai che in realtà sei adorabile...» Mi
accarezzò la spalla muovendo le dita con dolcezza. «... o al modo in cui arricci i capelli tra le dita
quando sei nervosa o quando cammini a testa bassa, rapita da pensieri che nessuno può afferrare per
quanto ti portano lontana.» Le sue labbra mi sfiorarono il lobo dell’orecchio provocandomi un tremito
al cuore. «Guardarti dormire mi fa perdere la testa», sussurrò sottovoce. «Cosa vuoi che mi importi del
paradiso quando posso avere l’Angelo più puro?»
Un fiotto inaspettato di lacrime mi riempì gli occhi. Io un Angelo? Come faceva a non
accorgersi che era lui a risplendere mentre io non ero degna di considerarmi alla sua altezza?
«Non potevo permetterlo. Era come sentire il vento per la prima volta, vedere i colori come non
li avevo mai visti. Mi sentivo vivo. Avrei ucciso una parte di me, altrimenti. Non ho mai sentito
l’esigenza di legarmi a qualcuno, al contrario, avevo la certezza che sarei rimasto solo per l’eternità.
Tuttavia quella consapevolezza non mi ha mai spaventato. Fin quando non ho incontrato te e sono stato
sul punto di perderti. Ero sempre stato un soldato, ma tu mi hai reso prigioniero. In quel momento, ho
capito che non potevo perderti e rinunciare al cuore che avevo ritrovato. Il cuore che tu avevi rapito. Se
tu fossi morta, sarebbe svanito insieme a te. Tu sei la mia metà, Gemma. La mia Eva», mi sussurrò
dolcemente nell’orecchio.
«La tua Eva? Vuoi dire che sono la tua tentazione?» lo stuzzicai sottovoce, mentre le sue mani
scivolavano lentamente lungo le mie braccia, provocandomi un brivido.
«Voglio dire che, quando ti guardo, vedo l’altra metà di me.»
Socchiusi gli occhi mentre le sue dita si intrecciavano alle mie. Comprendevo perfettamente
quella sensazione. Si trattava di questo. Eravamo l’uno complementare all’altra. Ci incastravamo come
due meccanismi progettati per stare insieme.
Mi girai lentamente verso il suo viso, che sporgeva oltre la mia spalla, e lo guardai negli occhi.
Da quella distanza, il suo profumo mi stordiva. «Evan...» L’intensità del suo sguardo mi bloccò per un
istante. «Non sarebbe stato più facile per noi se io fossi morta?» mi costrinsi a domandargli.
«Affatto. Di noi non sarebbe rimasto che un ricordo di cui non sarei stato in grado di reggere il
peso. Se ti avessi persa, sapevo che il rimpianto mi avrebbe tormentato per sempre.»
«Ha a che fare con la tua discendenza? Voglio dire... il motivo per cui mi avresti persa.»
Ricordavo vagamente le parole di Evan sulla sua terrazza, ma allora non ne avevo colto il senso.
Evan annuì, lo sguardo basso pronto a far luce sui miei dubbi. «Morire è sempre uno shock.»
Sussultai al ricordo ancora vivido che avevano richiamato le sue parole.
«È sempre traumatico vedere il proprio corpo senza vita. Il nostro compito non termina nel
momento in cui poniamo fine alla vita di una persona. È necessario far sì che l’anima ne accetti la
perdita. Rassicurarla, così da consentirci di accompagnarla oltre questo mondo. Ognuno di noi possiede
dei poteri in grado di aiutarci a eseguire al meglio gli ordini. Alcuni ci sono necessari per portare le
persone alla morte... altri per riportarle alla vita eterna, mostrando alle anime la via per trapassare.
Inoltre nella forma eterea possiamo percepire ogni sensazione, perché possiamo leggere lo spirito senza
l’ostacolo del corpo, un po’ come nei sogni, ma più intensamente.» Il viso di Evan si intristì
impercettibilmente. «Una volta svolto il nostro dovere, però, non ci è più concesso rivedere nessuno di
loro. È la nostra condanna. È per questo che non ti ho uccisa, la prima volta. Già allora non sopportavo
l’idea di perderti, Gemma.»
«Non ti è permesso entrare nell’Eden? È questo che stai cercando di spiegarmi?» Tentavo con
fatica di riunire i pezzi, ma era come se un tassello ancora mi mancasse.
«No, posso entrare, ma è un luogo deserto ai miei occhi. Un luogo meraviglioso, non
fraintendermi, ma pur sempre deserto. Non riesco a vedere nessuno; e nessuno può vedere me.»
Fissavo le increspature dell’acqua mosse dal vento, travolta da un profondo senso di colpa per
averlo privato di quella speranza.
«Ho provato a spiegartelo, ricordi? È per questo che ci chiamano ’Sotterranei’. Dio ci ha
banditi, esiliati. Come se uno strato d’etere ci nascondesse agli altri, rendendoci invisibili. Possiamo
interagire con i mortali, però.» Si sforzò di sorridere.
«Non dovevo permettere che accadesse», sibilai, lacerata dal rimorso per la vena di rimpianto
che riuscivo a scorgere nei suoi occhi, nonostante si sforzasse di nasconderla.
«È con te che voglio stare, Gemma», ribadì lui, ritornando serio, la voce decisa quanto lo
sguardo, fisso sul mio. «Dovessi andare all’inferno per riuscirci.»
La sua sicurezza mi travolse. Era così confortante averlo al mio fianco, sentire il calore del suo
corpo così vicino al mio. Respirai profondamente e le mani di Evan si strinsero con più forza sulle mie.
«Altre domande?» chiese, ritrovando il sorriso. Era irresistibile il modo in cui il sorriso gli
addolciva lo sguardo.
«Giusto qualcuna», replicai con sarcasmo guardandolo di sottecchi. «In effetti, c’è una cosa che
non ho ancora capito.»
«Chiedi pure.»
«Hai detto che dovevo prendere il veleno; ti ho sentito. Qual era il tuo piano, esattamente?» lo
schernii con un velo di rimprovero nella voce, riuscendo a strappargli una risata.
«Ho pensato che, se ti avessi uccisa, la morte sarebbe stata compiaciuta e avrebbe smesso di
darti la caccia. A quel punto ti avrei riportata indietro. Era un piano dettato dalla disperazione.
Rischioso, ma l’unico che mi è venuto in mente. Non potevo avere la certezza che servisse davvero a
risolvere le cose, ma dovevo tentare, anche se non è andata nel modo in cui avevo programmato.»
«Comunque, è andato tutto come previsto, alla fine.»
«Non esattamente. Avrei volentieri evitato di uccidere un altro Sotterraneo, ma sono stato
costretto. Per fortuna avevamo il veleno.»
«Il veleno? Non dovevi usarlo su di me?»
«Il pugnale da solo non sarebbe bastato a liberarci da Faustian. Era intriso di un veleno speciale,
molto potente», mi spiegò seguendo il mio sguardo mentre mi sedevo sulla riva. «È l’unica arma in
grado di uccidere uno di noi.»
Rabbrividii al ricordo dell’agghiacciante sensazione che avevo provato quando il riflesso
luccicante della lama aveva colpito i miei occhi. Mi ero sentita preda di un incantesimo oscuro, come
se una forza improvvisa si fosse risvegliata dalla terra scagliandosi contro di me.
«Credi che sia possibile che io ne abbia sentito l’odore?» domandai, tentennante.
Evan sobbalzò per la sorpresa e si volse a guardarmi, l’espressione divertita. «Permettimi di
ricordarti in che stato ti trovavi! Non credo davvero che quello che dici sia possibile. Il veleno di
Ginevra non ha alcun odore, sarei il primo ad averlo sentito, altrimenti. I nostri sensi sono più
sviluppati.» Non riuscì più a trattenersi e rise. «Sarà stata la carenza di ossigeno al cervello, hai perso
molto sangue», spiegò, scatenandomi un altro brivido. Non riuscivo a fare a meno di rabbrividire a
intervalli regolari. Speravo che il cervello mi consentisse in fretta di dimenticare tutta quella storia.
«Hai detto il veleno di Ginevra, ho sentito bene? Vorresti dirmi che Ginevra è velenosa?» gli
domandai in preda all’ansia, ma Evan gettò la testa all’indietro, scoppiando in una fragorosa risata per
quello che evidentemente era stato un malinteso.
«Be’, non hai tutti i torti! Non sono sicuro che non lo sia davvero! Il veleno che abbiamo usato,
però, proviene dal suo serpente.»
«Serpente?» sussultai, sgomenta. Non mi erano mai piaciuti i serpenti, sin dalla volta in cui uno
di loro aveva spaventato il cavallo su cui era montato Peter, facendo sì che l’animale, in preda al
panico, si sollevasse su due zampe, disarcionandolo.
«Ogni Strega ne possiede uno. Insieme formano un solo essere, come anima e corpo.»
«E in genere lo usano contro gli Angeli perché li ritengono loro nemici, giusto?» domandai,
ritrovando la curiosità. Avevo provato sulla mia stessa pelle la potenza dei Sotterranei e trovavo
incredibile come un piccolo animale potesse essere in grado di sconfiggere una creatura tanto forte.
«Però, sai più di quanto mi aspettassi!»
«È stato Faust. Mi ha spiegato che siete nemici.»
«Vuoi dire che ha trovato il tempo di fare conversazione mentre ti torturava?» I suoi occhi
vacillarono, riempiendosi d’odio. Poi lui si costrinse a scacciare quel pensiero e tornò a concentrarsi
sulla mia domanda. «Le Streghe sono la più alta e potente incarnazione del male. Sin dalla creazione, il
loro unico interesse è portare le anime alla perdizione, alla deriva, e noi siamo d’intralcio al loro scopo.
Lo hanno fatto con Eva, sperando di iniziarla al male, ma Dio le ha risparmiato l’inferno per la sua
trasgressione, condannandola sulla terra e concedendo a lei e al suo sposo una seconda possibilità. È
stata una Strega a inviare il suo serpente per tentare Eva. Da allora Dio ha maledetto quelle bestie
portatrici del male, condannandole a strisciare sul loro ventre e a mangiare polvere.»
«E questo cosa ha a che fare con voi, esattamente?»
«Quando le Streghe hanno scoperto che ai figli esiliati di Eva era stata data la condanna di
riportare le anime in paradiso, hanno iniziato a ucciderli, per impedirlo. Sono molto potenti, per quanto
siano in minoranza. Nasce una nuova Strega solo ogni cinquecento anni. E ognuna è considerata molto
preziosa per le sue sorelle. Noi, invece, siamo milioni. Eppure, se decidessero di dichiarare guerra,
nessuno sarebbe in grado di fermarle. Per ora, si divertono a corrodere il mondo lentamente.»
«Vuoi dire che tentano l’uomo per indurlo al male?»
L’espressione di Evan assunse una sfumatura tetra. «Sono loro, il male.»
La solennità con cui Evan aveva pronunciato le parole riuscì a farmi rabbrividire. «Che mi dici
di Ginevra?» Mi costrinsi a far luce su quel dubbio, benché non fossi del tutto certa di voler affrontare
l’argomento. «Non sembra malvagia.»
«Solo perché ha imparato a domare quella parte di sé. Ginevra non è più una di loro. Rimane
pur sempre una Strega, è ovvio, ma vive insieme a noi adesso. E questo fa di lei una di noi.»
«Faust ha parlato di un codice...» gli domandai, sperando che potesse rivelarmi quella parte di
sé.
«Non avrebbe potuto usare i suoi poteri direttamente su di te. Alla fine di tutto, sarebbe dovuta
sembrare una morte naturale, un incidente, un’aggressione, un infarto... qualsiasi cosa, purché non
nascano sospetti. Credo sia il mio turno per le domande, non credi?» Evan mi guardò di sottecchi
mentre la sua espressione si induriva. «Cosa ti ha detto Faust per portarti via da me?»
Mi sottrassi al suo sguardo, in preda al senso di colpa. «Ho lottato contro la sua coercizione»,
gli rivelai, affranta. «Una parte di me ha resistito fino alla fine, rifiutandosi di credere alle sue parole.
Alle sue accuse contro di te. Poi però mi ha portato da voi e ho sentito quello che vi dicevate... Ho
ascoltato solo parte della conversazione, non sapevo che volessi riportarmi indietro dopo avermi dato il
veleno.»
«È per questo che sei scappata!» si lasciò sfuggire Evan, perso in un ricordo cui non potevo
accedere, che lasciava trapelare l’entità della costernazione di cui era stato prigioniero quando aveva
scoperto della mia fuga.
«Perdonami, Evan; è stata solo colpa mia. Sono riuscita a complicare tutto. Faust mi ha fatto
credere che volessi uccidermi, non so come ci sia riuscito, ma io lo credevo davvero! Non ero in me,
devi credermi!» lo implorai. «Quando la mia mente è tornata in mio possesso, ho capito subito che era
stato assurdo dubitare di te, ma ormai era troppo tardi.»
«Non preoccuparti. Conosco bene la forza che ti ha posseduta. Faust ha plagiato la tua mente,
l’ha corrotta. Lui era dentro di te. Tu non hai colpa», mi rassicurò, facendomi rabbrividire per la
consapevolezza di ciò che Evan aveva scelto di non dire a voce alta. Lui possedeva lo stesso,
terrificante potere. Avevo scoperto sulla mia pelle che niente è più spaventoso che sentirsi sottrarre il
controllo della propria mente e non poter reagire. «Mi dispiace che io non sia riuscito a evitarlo.» Gli
occhi si riempirono di rancore, mentre la sua mente procedeva a ritroso rimanendo intrappolata in quel
ricordo. «Se solo ripenso a quando non riuscivo a trovarti», mi rivelò con un filo di voce, «era
insopportabile, mi sentivo svuotato; e inutile. Una sensazione terribile. Ti sapevo in pericolo e ogni
secondo che passava mi sembrava di morire perché non potevo fare niente per aiutarti. Ero disperato,
temevo che ogni istante potesse essere l’ultimo per te e il pensiero che non ti sarei stato accanto per
riportarti indietro mi faceva tremare», mi confessò frustrato.
«Poi cos’è successo? Come hai fatto a trovarmi?» gli domandai, ancora incerta su quel
particolare.
«Ero all’estremo della disperazione. Non ho mai saputo cosa fosse la paura prima. Mai», scandì
guardandomi negli occhi. «Mi concentravo con tutte le mie forze su di te, ma non riuscivo a trovare
uno spiraglio, continuavo a chiamarti, ma ero bloccato, brancolavo nel buio più assoluto. Poi, sul punto
di perdere ogni speranza, si è aperto un varco tra di noi, solo per un millesimo di secondo, ma mi è
bastato per trovarti. Sono sicuro che sia stata la nostra alchimia a connetterci. So che la senti anche tu;
il sentimento che ci lega è molto forte.»
«Ti ho sentito! Io ho sentito la tua voce! Dev’essere stato nel momento in cui sei riuscito a
trovarmi», constatai. «Ora siamo qui», lo tranquillizzai, nel tentativo di scacciare l’espressione
malinconica che gli incupiva il volto.
«Non pensiamoci più», concordò Evan, seguendomi mentre mi dirigevo verso un grosso acero.
«È strano», mi sorprese sorridendo tra sé, «c’è una cosa che non mi hai ancora chiesto.»
«Cosa?»
Evan mi lanciò uno sguardo incerto, come se trovasse assurdo che non gli avessi ancora posto la
domanda che si aspettava. «Non sei curiosa di sapere quanti anni ho?»
Spinta dalla tensione che aleggiava sul suo volto in attesa della mia risposta, mi presi gioco di
lui, abbassando lo sguardo un solo istante, mordendomi le labbra, nel tentativo di lasciarlo ancora un
po’ sulle spine. Lo guardai di sottecchi, saggiando la sua preoccupazione e poi fissai lo sguardo sul suo,
lasciando trapelare la sicurezza che provavo a quel proposito. «Non m’importa.»
«Non hai paura che sia troppo vecchio per te?» rise, tornando a fissare l’acero verso cui ci
dirigevamo.
«Ormai non mi spaventa più niente!» gli rivelai con sarcasmo.
«Oh-ho! Siamo diventati coraggiosi!» mi schernì, sorridendo.
Nell’attesa della mia risposta, Evan mi guardò a sua volta di sottecchi, valutando il mio silenzio
prima di dire: «Trecentonove».
Il mio cuore mancò un battito.
Mi sforzai di mascherare lo stupore, ma le mie palpebre non riuscivano a fermarsi, battendo
spasmodicamente. «G-Giuro che non te ne avrei dati più di duecentonovanta!» lo schernii, tentando di
dominare il tremore nella voce, strappandogli un sorriso prima che tornasse serio.
«Volevo che lo sapessi», si giustificò con aria greve per quella improvvisa rivelazione. «...
Prima di decidere.»
Raggiunto l’acero mi voltai a guardarlo. «Decidere cosa?» gli domandai, incerta, mentre
appoggiavo la schiena al tronco dell’albero. Riuscivo a sentire l’odore muschiato della corteccia, a
quell’ora del mattino.
Evan allungò le braccia e appoggiò le mani ai lati della mia testa, imprigionandomi con il suo
corpo mentre una scossa si liberava nel mio stomaco risalendo fino al petto.
«Se vuoi stare con me», rispose, e il mio cuore perse un altro battito.
Legò lo sguardo al mio con una dolce fermezza, attendendo silenziosamente una risposta che,
dentro di me, gli avevo già dato la prima volta in cui lo avevo visto. Eppure sentire la sua proposta ad
alta voce mi aveva stordita, inondandomi di un’emozione indescrivibile.
«Ho detto che non m’importa», riuscii a balbettare.
«Guarda che poi sarà per sempre», mi intimò sottovoce, sfiorandomi la guancia con il pollice.
Non riuscivo più a parlare quando mi toccava. Mi privava di ogni forma di controllo, lasciando
che le emozioni vagassero dentro di me come impazzite, mandandomi brividi in tutto il corpo.
«Ogni giorno», mi sussurrò, avvicinando lentamente la testa fin quando la sua guancia non
accarezzò leggermente la mia. Con movimenti misurati, affondò le dita tra i miei capelli, sciogliendomi
in un torpore languido. «... e ogni notte», bisbigliò nell’orecchio, sfiorandolo con le labbra, «fino a
quando lo vorrai.»
Per quanto volessi gridargli il mio consenso, non riuscivo a parlare, paralizzata dall’intensità di
quell’emozione.
Percepii le sue labbra scendere sul mio collo, sfiorandolo delicatamente con una dolcezza
sconfinata, mentre la sua mano mi reggeva la testa, facendomi annegare in un dolce languore.
«Avevi detto che non esisteva un mondo in cui possiamo stare insieme», sussurrai, la pelle che
rabbrividiva al suo respiro.
«Allora ci batteremo per averlo. Combatterò contro il mondo intero, se tu combatterai al mio
fianco.»
L’emozione mi spezzò la voce, rischiando di travolgermi. «Puoi contarci», riuscii a dire in un
sussurro appena percettibile, del tutto preda del suo incantesimo.
Il mio cuore reagì quando Evan allontanò la bocca che mi sfiorava il collo e mi guardò
intensamente negli occhi, sciogliendomi come miele caldo. La sua presenza, il suo tocco delicato, reale,
su di me, il suo sguardo, la sua voce... tutto di lui mi ipnotizzava. Mi sentivo preda di un sortilegio
oscuro.
«Allora sarai mia», sussurrò lievemente, «sempre e per sempre.» E avvicinò lentamente le
labbra alle mie. Appoggiai la mano sul suo petto, scoprendone la solidità sotto le dita, e mi abbandonai
a lui, perdendomi nel suo bacio morbido e corposo, mentre una corrente di emozioni mi trascinava via,
inondandomi di un calore sconosciuto.
Ogni parte di me era sua. Sentivo di appartenere a Evan incondizionatamente.
Come se fossi nata per lui e lui per me.
Quando le nostre labbra si separarono, sentii la sua fronte poggiarsi con gentilezza sulla mia, il
suo respiro caldo sulla mia bocca.
Aprii gli occhi e il mio sguardo si posò sulla piastrina che brillava sulla maglietta grigia. La
toccai, rigirandola tra le dita, mentre l’eco del suo bacio ancora mi stordiva e un’emozione senza fine
mi trafisse il cuore nel notare l’incisione sulla superficie piatta. Intarsiati sull’acciaio, i nostri nomi si
rincorrevano intrecciati in un’elegante grafia.
«Gevan», sussurrò, privandomi del fiato.
«Evan come... quando lo hai fatto?» riuscii a domandargli, in balia dell’emozione.
Evan mi sorrise, stringendo le palpebre, e le fossette sotto gli occhi si gonfiarono dolcemente.
«La prima volta che ti ho salvato, quando ho capito che sarei stato tuo per sempre. Sei un pezzo
di me, Gemma.»
Possibile che il corpo riuscisse a contenere un’emozione tanto forte? Mi sembrò che il cuore
fosse sul punto di tradirmi.
«Ho una cosa per te», mi rivelò, nascondendo una mano nella tasca.
Nel momento in cui la estrasse, la catenina argentea che stringeva tra le dita brillò, strappando
un raggio di luce all’alba.
Sussultando nel riconoscerla, portai istintivamente una mano al collo, trovando la pelle nuda
sotto le dita. Si trattava del ciondolo da cui non mi separavo mai.
«L’hai persa nel bosco», mi spiegò, avvicinando il palmo per mostrarmela. «Posso?» Mi guardò
negli occhi cercando il mio consenso, senza però attendere la risposta. Aprì il palmo su cui reggeva il
ciondolo e lo sfiorò con l’altra mano. L’oro bianco brillò improvvisamente di una luce quasi
impercettibile.
«Cosa...» mi lasciai sfuggire inclinando la testa mentre lo osservavo, perplessa.
«Guarda l’incisione», sorrise dolcemente.
Allungai la mano e afferrai il ciondolo a forma di farfalla, chiudendolo tra le dita. Quando aprii
il palmo, un nodo mi strinse la gola, perché sul mio pendente l’incisione era cambiata, divenendo
identica alla sua. Il mio nome non era più l’unico a brillare sulla piastrina d’oro bianco, ma era legato al
suo. La tacita promessa che non sarei più stata sola.
«Sei arrabbiata?» indagò Evan cercando il mio sguardo, l’aria colpevole.
«Evan, è... Sono senza parole. È davvero bellissima», sospirai, cancellando immediatamente la
preoccupazione dal suo volto.
«So che non la togli mai. Così sono sicuro che porterai un pezzetto di me sempre con te.
Permetti?» Afferrò la catenina dalle mie mani e mi scostò i capelli da un lato, invitandomi a
raccoglierli.
Li sollevai, girandomi per offrirgli il collo. Con le dita sfiorò la mia pelle, indugiando per
qualche secondo sulla nuca. Un altro brivido mi pervase al suo tocco e in quell’istante seppi con
certezza che non mi sarei mai abituata a quel contatto.
«C’è una cosa che devo chiederti.»
Abbassai i capelli e tornai a guardarlo, preoccupata per la serietà di cui si era rivestita la sua
voce. «Cosa?» Il suo fascino mi stordiva ogni volta, intrappolandomi in un mondo sconosciuto.
Fissandolo negli occhi mentre attendevo una risposta, ebbi la certezza che avrebbe potuto chiedermi
qualsiasi cosa perché io gliel’avrei concessa.
«Devi farmi una promessa», disse, in tono solenne.
Annuii, attendendo la sua richiesta.
«Non voglio che ci siano mai più segreti tra di noi. Qualunque siano le circostanze. Sono
pericolosi. Anche il più piccolo segreto guarda dove ci ha portato. Voglio che tu sia mia, mia e di
nessun altro. E io sarò completamente tuo, senza riserve.» Il suo sguardo si incendiò nel mio
attendendo una risposta.
«Promesso», replicai con fermezza.
Evan mi accarezzò il volto e rabbrividii per l’ennesima volta, annegando in quell’emozione.
Non riuscivo a credere che stesse succedendo davvero a me, che lui fosse davvero lì, così vicino da
permettermi di percepire il calore del suo respiro sul mio viso. Mi sfiorò il labbro con il pollice, mentre
i suoi occhi ne tracciavano il sentiero e io mi sentivo impazzire, in balia del desiderio di lui.
«Quanto intensamente si può amare una persona, in così poco tempo?» sussurrai, gli occhi
incatenati alla sua bocca.
«Fino alla follia», replicò lui sottovoce, poi deglutì e mi baciò con una nera dolcezza.
«Evan...» Chiusi gli occhi, mentre un nuovo timore affiorava a tormentarmi. «Credi che
verranno a cercarmi?» All’improvviso temetti che qualcuno potesse portarmi via da lui.
Evan nascose lo sguardo per un momento, riflettendo sulla risposta. «Ho vagato sulla terra per
secoli in cerca di qualcosa che mi riportasse in vita; ora che ti ho trovata, non permetterò a nessuno di
portarti via da me. Ti proteggerò a ogni costo.» Nonostante la fermezza nella voce, gli occhi tradivano
la sua preoccupazione. «Non sono sicuro che sia finita davvero, non voglio mentirti, ma io non
permetterò che ti accada niente di male, Gemma. Staremo insieme. E sarà per sempre.»
«Il mio per sempre è un po’ diverso dal tuo.» Sorrisi tra me, perché nello sguardo di Evan non
c’era più traccia di paura. «... Ma, anche se, prima o poi, la morte riuscirà a separarci, fino ad allora mi
accontenterò di ogni istante che mi verrà concesso.»
Evan mi sollevò dolcemente il mento, imprimendo lo sguardo sul mio perché leggessi la
promessa attraverso la profondità dei suoi occhi. «Nemmeno la morte riuscirà mai a separarci. Dovessi
sfidare le forze di tutto l’universo, troverò una soluzione anche per quella.»
Le sue labbra si chiusero sulla mia fronte, per sancire quella che per lui era una promessa.
IL DESTINO DI GEMMA SEMBRA COMPIUTO...
MA LEI SARÀ DAVVERO AL SICURO DALLA MORTE?
LO SCOPRIRETE PROSSIMAMENTE IN LIBRERIA.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Ci sono voluti tre mesi per scrivere la prima bozza della Carezza del destino, ma il processo che
ha portato questo libro tra le vostre mani è stato lungo e devo dire grazie a tutte le persone che, nel
frattempo, mi hanno sopportato, hanno tenuto le dita incrociate o hanno esultato insieme a me. Primo
tra tutti, con tutto il mio cuore, ringrazio il mio fan n.1, la persona che mi è stata vicina più di ogni altra
in questo viaggio – a volte reale, a volte immaginario – fatto di difficoltà, di speranze, ma soprattutto di
emozioni: mio marito Giuseppe Amore, che rivive con me tutte le scene ogni volta che scrivo un nuovo
pezzo. Grazie per la tua sconfinata fiducia in me e nel mio progetto e perché, se sono in grado di
descrivere l’amore, è solo grazie a te. Non avrei potuto desiderare un marito migliore. Hai sempre
creduto in me, spronandomi e incoraggiandomi a inseguire il mio sogno anche quando mi perdevo per
strada. Senza di te e del tuo costante sostegno, niente di tutto questo sarebbe stato possibile. A Gabriel
Santo, perché i tuoi sorrisi e i tuoi dolci sguardi riempiono le mie giornate di calore. E perché da
quando sei nato hai cambiato il mio mondo. Amo te e il tuo papà più di tutto. Un enorme GRAZIE va a
tutta la mia famiglia, per l’entusiasmo dimostrato e per aver amato da subito i personaggi della Carezza
del destino. Con il vostro aiuto avete permesso al romanzo di crescere e rafforzarsi ogni giorno di più.
Alle mie sorelle, Ketty e Rosanna. Ringrazio Ketty per avermi aiutata nel compito più difficile:
conciliare il mio sogno con i mille impegni di una mamma/casalinga. E Rosanna, con la sua
meravigliosa pagina Fb Il Silenzio Illumina L’Anima, per i consigli e il supporto web. Ai miei genitori,
per avermi cresciuta circondata d’amore: mia madre, che ha seguito la storia di Evan e Gemma sin
dall’inizio, nascondendo il manoscritto quando entrava un cliente in pasticceria perché le avevo chiesto
di tenerlo segreto. E grazie a mio padre, che invece di leggermi le storie, quando ero piccola, ogni sera
ne inventava una nuova, insegnandomi che esisteva l’immaginazione. Al mio carlino Bam Bam, che si
accoccola ai miei piedi tutte le volte che scrivo, (e che dorme sempre, proprio come Iron!)
E adesso devo ringraziare delle persone che occupano un posto speciale nel mio cuore. Per aver
creduto fortemente in me e nella mia storia, con emozione e con tanto affetto, ringrazio i miei agenti
Luigi Bernabò ed Elena Benaglia, guerrieri inarrestabili e persone meravigliose, come del resto tutto il
fantastico team della Luigi Bernabò Associates. Grazie per avermi accolta con voi.
Un grazie davvero, davvero speciale, per la passione e l’entusiasmo dimostrati per la storia di
Evan e Gemma, lo devo alla grande, nonché dolcissima Cristina Prasso e all’incredibile team della
Nord, che mi ha accolta con calore nel suo meraviglioso mondo. Dietro una grande casa editrice si
nascondono grandi persone, adesso lo so. Un ringraziamento infinito alla mia editor, Giorgia di Tolle,
per lo splendido lavoro che ha fatto con La carezza del destino. Non potrei esserne più soddisfatta e
soprattutto non avrei mai immaginato che fare l’editing sarebbe stato così divertente! Grazie a tutti
coloro che hanno lavorato sul testo. All’editor Paolo Caruso, per i preziosi consigli e per aver trovato il
titolo perfetto! A Luca Crovi, per aver creduto con entusiasmo nella storia, contribuendo a renderla
migliore e per i suggerimenti musicali! Alle simpaticissime Barbara Trianni e Laura Passarella
dell’ufficio stampa. A Graziella Cerutti, direttore vendite, a Elena Pavanetto e Giacomo Lanaro
dell’ufficio marketing e alla fantastica Uti, per il suo attento lavoro di correzione e per aver impedito
che Gemma si perdesse tra le strade di Lake Placid. Ai grafici per la bellissima cover che sono riusciti a
realizzare e a tutta la squadra del gruppo GeMS. Il risultato finale – che io adoro! – è merito dei
consigli e del lavoro di ognuno di voi. Ho conosciuto persone meravigliose e il mio viaggio, con voi, ha
raggiunto vette inesplorate.
Infiniti ringraziamenti a Melanie Rostock e a Elena Rodrìguez Garcìa, della Oz Editorial, per la
gioia che ho provato quando mi hanno contattata per pubblicare La carezza del destino in Spagna!
Un ringraziamento speciale va a Francesco Pedicini, per la sua disponibilità ad aiutare il
prossimo (anche nelle richieste più insolite ;-), per essersi dato tanto da fare e per aver creduto in me.
Hai un grande cuore. Ad Arianna Letizia, per i preziosi consigli sul testo e per il tempo dedicatomi. Ad
Andrea Bottelli, per il suo generoso aiuto e le preziosissime dritte. A Linda Salvia Gangemi, per avermi
aiutata a trovare il posto perfetto: Lake Placid è davvero fantastica! Ringrazio e mi scuso con gli
abitanti del luogo: spero di non aver fatto errori imperdonabili. Non ho mai visitato la vostra
meravigliosa cittadina, ma ne ho percorso tutte le strade grazie a Google Earth quindi in un certo senso
è come se ci fossi stata. Spero un giorno di visitarla di persona... E so che il Lacrosse non è tra i molti
sport praticati dai Blue Bombers nella Lake Placid High School, ma che posso farci se mi piace così
tanto?
Grazie ad Alex Mcfaddin, di Lake Placid, per avermi sopportata per tutti questi anni,
rispondendo a tutte le mie domande sulla sua città. Un pensiero speciale va alla memoria di A.A., un
ragazzo che non ho conosciuto, ma che ha ispirato la storia iniziale mentre percorrevo la strada per
andare a lavoro. Un ringraziamento particolare va all’insegnante di Lettere Maria Luisa Spagnuolo:
anche se ero solo una bambina, non ho mai dimenticato la fiducia che riponeva in me e nei miei
racconti. Mi è rimasta nel cuore. Grazie alla mia cara zia Orietta Strazzanti, per essersi alzata ogni
giorno all’alba per rivedere il romanzo e al mio caro zietto Gino Strazzanti per il supporto tecnico.
Grazie anche ai simpaticissimi amici della libreria Mondadori di Caltanissetta, Alberto e Lia, per il
sostegno morale. Ringrazio anche James Blunt: con ogni probabilità non lo saprai mai, ma la tua
musica non ha mai smesso di ispirarmi.
E adesso un ringraziamento davvero speciale va alle lettrici affezionate e alle fantastiche
blogger che mi hanno sostenuto nel difficile percorso da cui è iniziato tutto: GRAZIE perché con le
vostre parole avete permesso alla Carezza del destino di emergere e un grazie dal cuore anche a tutti i
blogger che vorranno supportare Evan e Gemma in futuro, spero di conoscervi presto! Sono partita
completamente sola, in questa avventura, ma per strada ho incontrato persone meravigliose e sono nate
amicizie sincere e spero di stringerne molte altre perché mi danno gioia. Grazie a Susy Follero e a tutte
le Streghette e i Sotterranei del Fan Club della Carezza del destino (Siete nel mio cuore. Go
Touchers!). A Bliss Silverleaf (Valentina) del blog Libri Per Passione per l’entusiasmo e l’affetto
dimostrato; a Maria Loreta De Benedettis, per i bellissimi disegni su Evan e Gemma; a Elena Serboli e
alla sua famiglia di pesciolini Sotterranei; a Sangue Blu (Sara) e alle ragazze del blog Sognando tra le
righe, per la primissima recensione (ricordo ancora il batticuore!). A Elisa Florio, per essersi fatta
tatuare Evan e Gemma sulla pelle (ancora non ci credo!); a Glinda Izabel, del blog Atelier dei Libri,
dove Evan e Gemma hanno spiccato il primo volo; a Franci Cat, del blog Leggendariamente; a Vania
Previte, del blog Un libro Per Sognare, per essersi fatta Evanizzare (e per aver coniato il termine!); alla
dolce Beatrice Luzi del blog BookLovers (ti lovvo); alla cara Luna Effy Ferrara, del blog Who is
Charlie (Forza TeamDrake!); a Lucia Pannacci del blog TheLoyalBook, per il suo prezioso aiuto nelle
correzioni in lingua e la pazienza alle mie infinite richieste. A Stella Ferro, per essersi emozionata al
nostro casuale incontro (e per aver emozionato anche me!). A Valentina Canella, per le bellissime
magliette. A Sophie Newton (Jen) e Consuelo Cedioli, per le lunghe chiacchierate su Evan e Gemma. E
a TUTTI coloro che mi hanno seguita sin dal mio percorso di auto pubblicazione, per tutte le emozioni
che ogni giorno mi hanno regalato con le loro parole. Sarebbe impossibile nominarvi tutti, ma siete nel
mio cuore. Ho iniziato il mio percorso al contrario, partendo dal basso e dalle difficoltà. Ho dovuto fare
la gavetta, insomma, ma ce l’ho messa davvero tutta e, alla fine, un passo alla volta, sono riuscita ad
afferrare quel sogno che sembrava così distante! E se questo è stato possibile, lo devo anche a voi, che
avete permesso a Evan e Gemma di entrare nei vostri cuori. Ma sopra ogni cosa, ovunque tu sia,
ringrazio TE, che stai leggendo, spero di averti tenuto un po’ di compagnia e che Evan e Gemma ti
abbiano regalato un pezzetto delle emozioni che ogni giorno fanno battere il mio cuore.
Non avrei mai pensato che sarebbe stato così emozionante scrivere i ringraziamenti. È stato
come un viaggio a ritroso che mi ha fatto ricordare il sentiero, a volte accidentato, che mi ha portata
fino a qui e a tutte le persone che lo hanno percorso insieme a me. Alcuni di voi mi hanno
accompagnata per un breve tratto, altri sin da quando La carezza del destino era solo una bozza... a tutti
voi dico Grazie, con tutto il mio cuore. Sono passati anni, da quando Evan e Gemma hanno fatto
capolino per la prima volta nella mia testa, sussurrando la loro storia in punta di piedi, da allora sono
entrati a far parte della mia vita e del mio cuore, regalandomi mille emozioni, quindi un grazie speciale
va anche a loro.
A mio Figlio: Non lasciare mai che sia la paura o l’insicurezza a prendere le scelte al tuo posto.
Insegui sempre i tuoi sogni e non arrenderti o si trasformeranno in rimpianti. Punta in alto, perché se ti
perdi, ci saranno sempre le stelle a indicarti la via. E credi in te stesso. Sempre. Le tue scelte saranno
anche le mie.
E a te, che hai un sogno nel cassetto, voglio dire: Non aspettare che ti scoprano, se il tuo sogno
è scrivere, fa in modo che si avveri! Io l’ho fatto.
...
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FINE.